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«Noi musulmani di Milano non vogliamo la Grande moschea e il Caim non ci rappresenta»

febbraio 22, 2012 Leone Grotti

Intervista ad Abd al-Sabur Turrini, direttore generale di Coreis, Comunità Religiosa Islamica italiana, che sta partecipando agli incontri con il Comune di Milano: «L’islam non è come la Chiesa cattolica, tanti piccoli luoghi di culto rispondono di più alle nostre esigenze».

«La comunità islamica milanese non reputa che “la grande moschea” sia né una necessità, né tanto meno l’univoca soluzione per l’islam a Milano. Non abbiamo gradito il qui pro quo mediatico per cui sembrava che il Caim, uscito dal nulla, fosse l’unica sigla sotto il cui cappello aderissero tutte le comunità islamiche milanesi. Noi siamo una comunità storica con una nostra precisa identità e una moschea in via Meda». Si rivolge così a tempi.it Abd al-Sabur Turrini, direttore generale di Coreis, Comunità Religiosa Islamica italiana, che sta partecipando agli incontri con il Comune di Milano sul tema delle moschee e che non vuole sentir parlare di Caim.

Ben 12 associazioni islamiche sono riunite sotto la sigla Caim. Perché voi no?
Il Caim è una realtà uscita dal nulla a Milano. Nessuno ne ha mai sentito parlare prima degli incontri a Palazzo Marino. Non abbiamo gradito il qui pro quo mediatico per cui sembrava che il Caim fosse l’unica sigla sotto il cui cappello aderissero tutte le comunità islamiche milanesi, quando a Milano ci sono comunità “storiche” come ad esempio la Coreis italiana che ha una sua ben precisa identità. Non abbiamo certo bisogno di essere rappresentati da loro. Anche altre comunità religiose islamiche, come via Padova 144 o Segrate, oppure l’Associazione turca Alba o la confraternita Jerrati Halvehi, non hanno aderito al Caim.

Quindi il Caim con cui sta dialogando il Comune non rappresenta tutti i musulmani di Milano?
Per niente. Le organizzazioni milanesi islamiche non hanno certo votato Davide Piccardo per rappresentarle, né tanto meno l’hanno nominato come loro portavoce a Palazzo Marino. L’islam è plurale, non ha una struttura unica e gerarchica come la Chiesa cattolica. Anche la comunità ebraica a Milano è costituita da diverse organizzazioni che frequentano diverse sinagoghe, e non si riconosce sotto un’unica sigla. Però non è vero che il Comune sta dialogando solo con loro, come dimostra la nostra presenza a tutti gli incontri.

Quanti ce ne sono stati con il vicesindaco Maria Grazia Guida?
Tre, tutti a Palazzo Marino.

Il Corriere della Sera Milano del 13 febbraio ha parlato di un dossier preparato dal Comune che prevede, al posto della Grande moschea, dieci piccoli luoghi di culto. Ci può dire qualcosa di più?
Il dossier è solo una voce, emersa dalle stesse varie componenti islamiche presenti al tavolo di lavoro diretto dal vicesindaco. Però corrisponde alle reali esigenze della comunità islamica milanese, la quale non reputa che la “Grande moschea” sia né una necessità, né tanto meno l’univoca soluzione per l’islam a Milano.

Meglio dieci piccoli luoghi di culto?
È una soluzione che corrisponde alla vera realtà della comunità islamica, la quale per sua natura è plurale e pur nell’universalità della dottrina e del culto dell’islam, racchiude fedeli che appartengono a paesi ed etnie di tutto il mondo, come ad esempio il nostro caso di musulmani italiani. Il Profeta soleva dire: «Le differenze nella mia comunità sono un benedizione». Questo pluralismo costituzionale è dunque confacente con la prospettiva di diversi luoghi di culto. Le piccole moschee inserite nel contesto urbano, quando conformi e rispettose dell’ordinamento giuridico edilizio, urbanistico e di sicurezza urbano, rappresentano un esempio di integrazione, di dialogo e di coesistenza pacifica. La ghettizzazione derivante dall’emarginazione, magari nelle ex zone urbane industrializzate, dove spesso si è ipotizzato la grande moschea, rappresenta un pericolo.

Sembra che il Comune voglia ridurre il tema dell’islam a Milano a un problema di urbanistica.
Quello delle moschee a Milano è “anche” un problema urbanistico ma non solo. È un problema urbanistico perché se il Piano di governo del territorio (Pgt) non prevede una normativa su dove e come costruire le moschee, o su come regolarizzare quelle esistenti, diventa impossibile per i musulmani poter esercitare il loro diritto di culto “regolarmente”. Ma non è solo questo, perché dal presupposto della conformità edilizia, urbanistica e di sicurezza ne scaturisce anche il presupposto per una reale integrazione, nel tessuto sociale, civile ed urbano milanese. Come Coreis italiana, quando parliamo di integrazione, non intendiamo solo il diritto ad un luogo di culto, ma tutta quell’attività che noi svolgiamo da quasi un ventennio nel rispetto della legge e della sicurezza di dialogo interreligioso, con la comunità ebraica e cristiana, con le istituzioni e con la cittadinanza milanese.

Voi avete sottoscritto la Carta dei valori, frutto del decreto 23 aprile/2007. Perché? Altre associazioni islamiche non l’hanno fatto.
Esatto. Ricordiamo però il processo che ha portato alla stesura della Carta dei valori. Si è innescato perché l’Ucoii (che secondo il consigliere comunale Matteo Forte è fortemente legata al Caim, ndr) pubblicò a pagamento su alcuni quotidiani un proclama in cui associava le azioni di guerra israeliane alle stragi naziste. Le comunità religiose islamiche allora facenti parte della Consulta islamica hanno firmato questa Carta dei Valori nel cui testo si fa riferimento a crimini quali quello della Shoa.

Quali sono le linee guida che secondo voi la giunta Pisapia dovrebbe seguire?
Adibire all’uso diversi luoghi di culto e non una sola grande moschea, secondo la proposta fatta anche nella scorsa legislazione dal consigliere comunale Brandirali. Dialogare con diverse comunità islamiche, affrontando ad hoc ogni singola situazione. Recepire nel Pgt le osservazioni avanzate dalle comunità islamiche per identificare delle aree idonee per destinazione d’uso all’edificazione di nuove moschee. Regolarizzare le moschee esistenti tramite l’inserimento delle stesse nel Piani di servizio, previsti dal Pgt. Recepire la “storia” di quelle moschee o comunità religiose islamiche italiane che hanno sempre avuto un proficuo rapporto con la cittadinanza e le istituzioni comunali, senza azzerare quanto già acquisito, anche in termini di permessi di costruire o di Dia (Dichiarazione di inizio attività).
twitter: @LeoneGrotti

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