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Noi, gente di galera, «diversamente liberi»

aprile 18, 2015 I detenuti di Busto Arsizio

«La prigione è un baratro di miserie, bisogni, solitudini. O ti iscrivi all’università del crimine o trasformi la detenzione in opportunità di cambiamento». Lettere dalla “fraternità” del carcere di Busto Arsizio

carcere-shutterstock_186447470Questo articolo è tratto dal numero di Tempi in edicola  Sul settimanale Tempi della scorsa settimana (numero 15), abbiamo pubblicato la lettera degli amici del giornale Vocelibera – redatto dai detenuti della Casa circondariale di Busto Arsizio – che ci hanno comunicato l’adesione della «“fraternità” del carcere» al manifesto Ragione Verità Amicizia (si può sottoscrivere in questa pagina). «Noi, gente di galera, guardando e osservando quello che succede fuori evitiamo il rischio di subire la deformazione del “dentro”. Così succede, come oggi, di riconoscerci nello spirito del manifesto stesso. Siamo alla ricerca di orizzonti alternativi, nei limiti delle scelte possibili, nel momento in cui la parola orizzonte è svanita dalla dialettica comune. La nostra sete di sapere stride con il contesto in cui viviamo: un deserto di solitudini e convivenze forzate. Ma lentamente la libertà viene ritrovata non all’esterno, bensì nel cuore della prigione; (…) la tentazione di essere felici incombe. Il carcere mi pare il luogo perfetto per illustrare l’intreccio di contraddizioni che contraddistingue la nostra esistenza, per questo anche noi sottoscriviamo. Un forte abbraccio». Dopo la lettera, sono arrivati i testi che riportiamo di seguito. Sono riflessioni scritte dai detenuti stessi. Dentro c’è un po’ di tutto: nostalgia, rabbia, speranza, angoscia, fiducia, tormento, luce.

Quanto più sarà viva l’attenzione della società, quanto più ci saranno persone disponibili a operare a favore della crescita in umanità nelle carceri, tanto più si potrà riaccendere nei detenuti la fiducia di ritrovare una dignità e onorabilità, la forza di sognare e costruire un futuro, la volontà di realizzare un reinserimento positivo nella società. Molti personaggi importanti hanno gridato allo scandalo per le condizioni delle loro celle, ma nessuno ha mosso un dito contro quello sconcio una volta riacquistata la libertà. Il nostro rapporto con il carcere è sbagliato, ipocrita e controproducente.
Claudio

Appollaiato al terzo piano del letto a castello, ascolto alla radio l’intervista al presidente del Consiglio Renzi che riprende le parole del ministro della Giustizia sul tema della giustizia e delle carceri. Quando sento il premier affermare che amnistia e indulto non sono più necessarie in quanto il problema del sovraffollamento carcerario è stato risolto, ho un sobbalzo. Ma scordavo di essere a soli trenta centimetri dal soffitto quindi prendo una testata che mi fa vacillare. Barcollando scendo dalla branda, mi guardo intorno ma non noto differenze sostanziali rispetto all’anno scorso: la dimensione della cella non è mutata e il numero di occupanti nemmeno. Però statisticamente il numero di detenuti è diminuito, e questo è quello che conta. Mi ricorda molto la faccenda del pollo di Trilussa. È pur vero che se siamo in dieci e abbiamo a disposizione cinque polli, statisticamente ce ne spetta mezzo a testa. Ma è altrettanto vero che se qualcuno si è pappato un pollo intero, statisticamente io resto con la pancia vuota. Bisogna sempre guardare con diffidenza alle statistiche.
Claudio

Guardo indietro e, nonostante siano stati anni lunghi e pesanti, mi sembra che il tempo sia passato rapido. E mentre ogni cosa nella cella resta ferma, non è così nella mia vita, perché è vero che dipendo dal volere degli altri, però, per vivere, devo metterci la mia volontà. Il carcere, così com’è concepito, pone l’individuo di fronte a un bivio: può divenire università del crimine (con i vari corsi di specializzazione), oppure rappresentare una pausa di riflessione che consente prima di tutto di fare pace con se stessi smettendola di farsi del male, e poi di dare la sterzata decisiva. La prima strada è facile da percorrere, basta lasciarsi trasportare dalla corrente. Le sezioni abbondano di “malati di malavita” che esibiscono fieri la quantità di anni trascorsi in galera, quasi fossero medaglie da appuntare al petto, e fanno proseliti soprattutto tra i giovani che ne subiscono il fascino maledetto fino a diventarne succubi. L’alternativa è molto più impegnativa, perché ci vogliono coraggio, determinazione e forza d’animo per riuscire a trasformare la detenzione in opportunità di cambiamento. Ci vuole soprattutto volontà. Andare controcorrente richiede energia per superare la fatica quotidiana dell’essere “diversi”, significa combattere contro le regole non scritte del bravo galeotto, vuol dire anche capire e rendersi conto che la quotidianità non può essere trascorsa nell’ozio a progettare nuovi reati, e nemmeno a lustrare le medaglie dei cattivi maestri. Il carcere è un baratro di miserie, bisogni e solitudini, ma si può ricominciare sempre e dovunque, anche da qui. Quando “da dentro” capiremo che dobbiamo cambiare le regole, allora potremo pretendere di demolire gli stereotipi dell’immaginario comune che alimentano la diffidenza della società civile rispetto al pianeta carcere. Mi considero un cavallo pazzo, quando mi sono trovato al bivio ho scelto la strada più ripida, consapevole, come ha scritto qualcuno, che «solamente quando non avrai più bisogno dell’approvazione degli altri, potrai dire di essere veramente una persona libera».
Soimosan

Recentemente papa Francesco ha nuovamente affrontato con coraggio il tema delle vittime di abusi da parte dei servitori della Chiesa: «Bisogna saper ascoltare le vittime, è un’occasione preziosa per la via del perdono». Affermazioni che arrivano in un momento particolare, perché giungono in concomitanza con l’occasione che ci è stata offerta in carcere di partecipare a un incontro di un’intensità devastante. Claudia e Irene, la vedova di un carabiniere e la madre dell’assassino, sedute l’una accanto all’altra a raccontarci il percorso che le ha fatte incontrare passando attraverso rabbia, dolore, odio e, infine, perdono. Un perdono totale e profondo, che si è spinto oltre il confine dell’umana pietas. Quando si ascoltano le vittime ci si rende conto che sono inadeguate le parole con le quali parliamo dei reati e della sofferenza. Le parole sono appuntite, irritano, feriscono. Dovremmo imparare a farlo in punta di piedi. È complesso conciliare il rispetto per chi è privato della libertà con il bisogno delle vittime di veder riconosciuto il proprio diritto a non essere offese di nuovo dalla disattenzione, dal silenzio distratto della società. È un equilibrismo che dovrebbe portare alla consapevolezza che l’odio non porta a nulla. Un confronto che può solo fare del bene, anche dentro la sofferenza. Claudia e Irene hanno fondato l’associazione AmiCainoAbele che vuole promuovere la cultura della riconciliazione, una grande lezione di vita.
Claudio

Parafrasando Bertolt Brecht direi: «Sono seduto dalla parte del torto perché tutti gli altri posti sono occupati». Tuttavia non faccio parte della nutrita schiera di coloro che si sentono vittime della giustizia; sono “solo” vittima di me stesso, dei miei errori, di scelte sbagliate e fiducia mal riposta. Non ci sono migliaia di fan disposti a firmare una petizione per farmi tornare libero, in compenso ho una famiglia meravigliosa che, pur non condividendo le scelte di vita che alla fine mi hanno portato in carcere, non mi ha mai abbandonato per un solo istante, facendosi carico di una sofferenza immeritata. Sono loro sono i miei veri fan, la mia forza interiore. Per questo mi sento libero anche se pare una contraddizione. Sono libero di continuare a sperare in un futuro migliore, libero di pensare, leggere, scrivere, cucinare, pulire. Sono libero di offrire il mio tempo agli altri, a chi ne ha più bisogno. Sono un “diversamente libero”, ma fortunatamente la mia non è una disabilità e quindi non ha bisogno dell’altrui compassione, perché presto o tardi le porte si apriranno nuovamente e io ne uscirò arricchito e fortificato da quella che considero la prova più difficile che la vita mi abbia riservato.
Carlo

Il tempo della mia detenzione è scandito dai nuovi modelli di iPhone. L’ho visto, era appena stato immesso nel mercato, e siamo già alla versione 6. Ogni tanto penso agli sventurati che ho incontrato durante il tour delle carceri. Qualcuno di loro non ha mai toccato le banconote in euro perché quando sono entrati in galera c’era ancora la lira, e non è escluso che quando usciranno esistano solo transazioni elettroniche. Una cosa è certa: non sono questi i rimpianti. È ben altro quello che abbiamo perso.
Claudio

No, non dimentico il sudore versato per ottenere ciò che ho avuto. Non scordo nemmeno dove sono cresciuto, gli errori che ho fatto, pagato e che ancora mi perseguitano. Ma non è la fine del mondo. Ogni giorno, quando mi sveglio e sto bene, il sole illumina la mia speranza. Ora ho la forza e la costanza per lottare, ho paura ma non tremo; è come un incendio, ma buttando acqua prima o poi lo spegnerò. Il calore di questo fuoco brucia, ma non mi uccide. Mi crea un fastidio incredibile, ma sopportabile. È stato dolce vivere una vita tranquilla, così dolce che non posso dimenticarla, e per questo mi aggrappo con tutte le mie forze ai bei ricordi. Questo è solo il passaggio dal purgatorio, e non tornerò a essere quello di prima, ma sono e sarò quello di ora. Sono le cose più piccole che valgono e insegnano, e dove c’è il cuore li sarà casa mia, nei miei più bei ricordi il più bello sei tu, mia dolce libertà.
Issam

Il tempo, a volte, è nemico. Bisogna saper attendere con calma anche il più piccolo cambiamento. Correre senza avere i freni adeguati può essere molto pericoloso, figurarsi poi se i freni proprio non esistono. Non mi riferisco a nulla in particolare se non alla dimensione in cui viviamo oggi. Noi siamo un punto di una linea infinita nel quale tutto scorre senza fermarsi mai. Per quanto si voglia modificare questo status le probabilità di riuscita sono molto basse. Si possono innalzare piccole dighe per cambiare il percorso di una persona, così come fanno i castori in natura. Dobbiamo diventare tutti dei piccoli castori per trovare la nostra strada? Probabilmente sì, questa è la giusta via! I castori sono dei professionisti dell’ingegneria fluviale e la dimensione in cui viviamo è come un fiume i cui argini sono troppo alti per andare a riva. Pensieri troppo astratti, ma non troppo, forse, se pensiamo a quanto possa essere difficile oggi trovare concretezza nella realtà quotidiana. La realtà non si affronta da soli e infatti i castori sono un grande esempio di solidarietà operativa incredibile. Inoltre, a pensarci bene, si nutrono della polpa della corteccia degli alberi che si trova ancora facilmente nonostante il selvaggio disboscamento ad opera dell’uomo. Unico problema: i castori saranno felici di essere simili a noi?
Carlo

Foto carcere da Shutterstock

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