tempi.Rodolfo Casadei Giovedì 09 Settembre 2010 

 

Non chiedete a me per vacanze avventurose

Postato il 24 Lug 2010 da Rodolfo Casadei

 

Chiedere consigli di viaggio all'inviato speciale per una vacanza avventurosa è come chiedere a un trappista la lista dei santuari più folkloristici e dei monasteri con la regola più esigente ai fini di una scorreria estiva. Vi rivolgerà uno sguardo contratto, trattenendo a fatica lo sdegno per il vostro atteggiamento da dissacratori insolenti. Non vi prenderà a male parole solo per non venir meno ai suoi ideali più profondi. Che ruotano attorno alla considerazione che il viaggio e il suo senso non culminano nel brivido all-inclusive. Ma nella loro permanente apertura all’evento, all’imprevisto, all’incontro, cioè a tutto ciò che ricorda che a rendere umana la vita dell’uomo è la categoria dell’avvenimento.

Per questa ragione chi formula la richiesta di cui sopra si merita al massimo, come risposta, una lista di comportamenti rischiosi: quel che dovete fare, in giro per il mondo, se volete mettere seriamente a repentaglio la vostra incolumità. Visto che ci tenete tanto. Ma sia ben chiaro che seguendo le indicazioni non darete prova del vostro coraggio, ma della vostra temerarietà. In quanto, come spiega Aristotele, il coraggio non consiste nel non aver paura, ma nell’averne in giusta misura. Il pusillanime ne ha troppa, il temerario ne ha troppo poca; in mezzo sta la virtù del coraggioso che soppesa il rischio e agisce con prudenza –ma agisce, non si tira indietro. A volte il saggio coraggioso scivola nella temerarietà non perché, come voi, pretende di indossare i panni di Indiana Jones fra luglio e agosto. Ma per semplice difetto di sapere: per ignoranza. Anche una camminata all’imbrunire per le vie della tranquilla ma infida Bruxelles può trasformarsi in un comportamento temerario: se le bambine arabe sedute sui gradini degli ingressi ridono al vostro passaggio e vi salutano come se foste Livingstone, dovete prendere atto che state attraversando una “no-go area” dalle parti della Gare du Midi e che vi conviene affrettare il passo prima che la casbah si richiuda su di voi. Ecco dunque una prima, fondamentale indicazione: se cercate l’avventura rompicollo, muovetevi sempre senza prendere informazioni e senza parlare con nessuno; per non essere indotti nella tentazione di comunicare con la gente del posto evitate di esercitare quel po’ di inglese o di spagnolo che avete studiato, lasciateli arrugginire fino a farli diventare inservibili; muovetevi sempre come se foste in Galleria Vittorio Emanuele a Milano. Prima o poi la vostra ignoranza coltivata con cura vi spingerà verso il pericolo a cui agognate.

Secondo punto: lasciate perdere le liste di paesi dove potreste essere rapiti o investiti da un uragano. Le rintracciate facilmente sul sito internet della Farnesina, ma non crediate di avere trovato quello che cercavate: i rischi ivi annunciati sono appositamente ingigantiti per permettere ai funzionari del ministero di declinare ogni responsabilità nella remota ipotesi che vi capiti veramente quello che loro hanno scritto sulla pagina web. Non fidatevi troppo delle loro indicazioni. Il vero segreto di tutta la faccenda è un altro: il rischio non è quasi mai il “dove”, è il “come”. E il come funzionale al vostro scopo è duplice: stare molto per strada, fermarsi nei momenti e nei modi sbagliati. Se viaggiate in Africa, procuratevi un autista poco sveglio e preferibilmente miope. Le autostrade nigeriane, per esempio, sono in discrete condizioni ma totalmente carenti di segnaletica dei lavori stradali: il cambio temporaneo di carreggiata è segnalato da frasche sistemate per terra. Se il vostro autista si distrae un attimo e non scorge la frasca che lo invita a rientrare, vi ritroverete a viaggiare contromano in autostrada anche per decine di chilometri, perché il guard-rail ha poche interruzioni. Con la successione di dossi tropicali che nascondono alla vostra vista i veicoli che vi arrivano contro, le scariche di adrenalina sono garantite. Se poi vi imbattete in un posto di blocco della polizia o dell’esercito, sempre contromano, è una vera apoteosi: tutto, in quei momenti, diventa possibile, dal semplice rimbrotto condito da imprecazioni in lingue locali, all’arresto con soggiorno in un’autentica cella africana.

In generale i posti di blocco di polizia o esercito rappresentano una delle situazioni che vi può dare più soddisfazioni. “Quando ti fermano, ridi sempre, ridi sempre! Se vedono che non hai paura si rilassano”, è la raccomandazione che mi ha ripetuto cento volte il mio maestro di reportage nel Terzo Mondo padre Piero Gheddo, preoccupato della mia incolumità. Voi provate a fare il contrario: mostratevi nervosi, oppure fate la faccia dura alla Indiana Jones. Ma molto meglio ancora è trasportare in auto residuati bellici e proiettili inesplosi, avere addosso copie di documenti della guerriglia locale, parlare con l’autista o coi passeggeri una lingua che il poliziotto o il soldato non comprende (lo vedrete subito insospettirsi).

Il massimo del brivido, ovviamente, è non fermarsi alla barriera o fermarsi con una frenata disperata all’ultimo momento. Le probabilità di beccarsi una sventagliata di kalashnikov sono alte. In Africa a volte il punto di arresto è segnalato in modo aleatorio: in Ruanda mettevano una corda o un nastro di traverso agli alberi sui due cigli della strada, come al traguardo di una corsa campestre. All’imbrunire e con un autista ipovedente la frenata tardiva è garantita: scorgerete negli occhi dei soldati col mitra puntato alla vostra altezza il bagliore assassino che cercavate.

Anche in America latina il come e il quando degli spostamenti sono decisivi. A San Paolo può succedervi di essere accolti dalla perpetua del parroco vostro amico con una frase del tipo: “Benvenuto in Brasile! Le auguro di non essere aggredito durante il soggiorno”. Ma non illudetevi troppo: a meno che non usciate per strada con accessori di lusso che attirano l’attenzione, tipo collane, orologi di prestigio, borse di marca, non è così sicuro che vi facciano la festa. Un consiglio: andate in discoteca e tornate in hotel dopo l’una di notte. Anche se siete in auto, a qualche semaforo dovrete fermarvi. È praticamente certo che nel giro di una settimana sarete rapinati una o più volte mentre aspettate il verde. In Perù e in tutto il Sudamerica andino gli spostamenti automobilistici su lunghe tratte sono una vera odissea. Frane a ripetizione, bande chiodate stese dai rapinatori, tir lanciati all’impazzata che vi sorpassano in discesa. Restando più sul leggero, potete vivere le stesse sensazioni che Neil Armstrong sperimentò in occasione del primo allunaggio umano. Partite da una località sul livello del mare, tipo Lima, e in quattro ore salite fino al passo del Ticlio, 4.860 metri di altitudine (sì, come la vetta del Monte Bianco). Scendete dal vostro veicolo: se durante l’ascesa non avete bevuto un tè di foglie di coca vomiterete e cadrete a terra; se invece l’avete bevuto cadrete a terra ugualmente, ma senza vomitare; perderete l’equilibrio e vi rialzerete più volte, camminerete come gli astronauti sulla luna, sentirete il cervello dentro alla testa gonfiarsi come una spugna imbevuta. Giuro.

Molti altri consigli della stessa risma potrei ancora darvi. Ma mi fermo qui perché temo che mi addebitereste eventuali delusioni. In fondo tutte le azioni incaute che ho raccontato le ho compiute anch’io in prima persona, epperò sono ancora tutto intero.



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Rodolfo Casadei

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