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Nicole Kidman (o dell’arte di invecchiare benissimo)

settembre 22, 2017 Eva Anelli

Cinquant’anni e non subirli. Ritratto dell’attrice che ha capito come non scivolare nel dimenticatoio. Fino alla conquista del recente Emmy

69th Primetime Emmy Awards

A 50 anni ad Hollywood (e forse non solo lì) un’attrice o muore o rinasce. O dopo i 50 ti “capita” (= ti meriti) di girare, tra gli altri, Il diavolo veste Prada, svilendo le tue comprimarie neanche trentenni (quella collezionista seriale di nomination e statuette d’oro di Meryl Streep – lei, esagerata, ha avuto addirittura un’impennata di carriera e relative candidature dopo i 60) o finisci un po’ in disparte sullo schermo, col nome nei titoli d’apertura dopo quello di uno venuto fuori dal Disney Club, e sul red carpet i fotografi urlano soprattutto alla protagonista ventenne del film, non più a te, trattata con la formale deferenza che si riserva a una zia ricca in visita.

Nicole Kidman, 50 strepitosi anni compiuti a giugno, era seduta in cima a quello scivolo, ma, con la caparbietà e il talento che l’hanno portata in poco più di dieci anni dal nostrano Un’australiana a Roma (1987) al fianco di Massimo Ciavarro a, tra gli altri, The Others (2001) di Alejandro Amenábar, ha puntato i piedi, e ha rallentato la discesa. Fino ad arrestarla definitivamente lo scorso 17 settembre quando ha vinto l’Emmy (il più alto riconoscimento in Usa per la tv) come miglior attrice protagonista in una miniserie drammatica, Big Little Lies. Un premio che suggella un 2017 che non può non essere definito il suo anno.

Ricapitolando la febbrile e trionfale agenda di Kidman degli ultimi sei mesi: a febbraio è stata candidata all’Oscar come miglior attrice non protagonista (per il drammatico Lion, su una madre adottiva che affronta il desiderio del figlio ormai cresciuto di scoprire di più sulle sue origini), a sei anni di distanza dall’ultima nomination (nel 2011 per il drammatico – e poco visto al cinema – The Rabbit Hole) e a 14 dalla vittoria (la prima per un’attrice australiana) per The Hours (2003, film a episodi in cui, munita di un naso finto di cui la stampa parlò fin troppo, interpretava Virginia Woolf). A maggio ha presentato a Cannes ben quattro titoli (How to talk with girls at parties – ahinoi uscirà in Italia col titolo La ragazza del punk innamorato – con Elle Fanning e per la regia di quel John Cameron Mitchell che la diresse già in Rabbit Hole; The Killing of a sacreed deern di Yorgos Lanthimos e L’inganno di Sofia Coppola, entrambi con Colin Farrell e, infine, anche la serie tv diretta da Jane Campion Top of the Lake – Il mistero del lago) e inoltre le è stato dedicato un premio “inventato” ad hoc per lei in onore del 70° anniversario del Festival. Fino ad arrivare a poche sere fa quando, tutta di rosso Calvin Klein vestita, ha brandito il suo primo, importantissimo Emmy.

Un Emmy al sapore di femminismo 2.0., dove forse non si bruciano (non più) reggiseni in piazza, ma la cui allure contemporanea può essere sfruttata, come ha fatto l’attrice con un microfono – non un megafono – di fronte, per chiedere dal palco: «E ora: più ruoli interessanti per le donne», al fianco di una Reese Witherspoon (co-protagonista e produttrice di BLL) in lacrime.

A 50 anni tondi tondi (forse l’unica cosa tonda della filiforme e ossuta attrice), Kidman si è presa la briga con questa richiesta di andare oltre il “semplice” svolgere il suo lavoro, che sì, per carità, è anche e soprattutto una passione, come l’attrice non manca di sottolineare a ogni intervista, ma che è stato finora sempre e solo l’espressione di scelte e impegno personale e individuale. Lei, alla quale dopo l’elezione di Trump una giornalista chiedeva conferma di un suo ipotizzato sostegno a favore del neo-eletto Presidente, che si scherniva, a disagio, dietro un «io di solito non parlo di queste cose quindi possiamo proseguire a parlare di ciò per cui sto facendo promozione» (cito non letteralmente). Lei, che a distanza di sedici anni dal discusso divorzio da Tom Cruise (colpa di Scientology? O perché lei non riusciva a rimanere incinta? È tutta una copertura perché lui è gay? È gay anche lei?), non ha scucito un commento sull’accaduto. Lei che tanto sul set (e sul palcoscenico, ricordate The Blue Room?) non ha lesinato in nudi e amplessi quanto nella vita vera è, insomma, molto riservata (o quanto meno accorta), si è presa la briga, dicevamo, con questa richiesta di farsi portavoce non più solo di se stessa ma di un gruppo di persone.

Breve storia di Hokulani
È la prima volta in 34 anni di carriera che parla non più solo per se stessa (anzi: anche per se stessa ha parlato ben poco), ma anche per tutte le donne (o almeno: per le attrici), ma non per questo si deve pensare che dalle donne Kidman sia stata finora distante: di donne (la madre, la sorella, amiche, colleghe) sono puntellate indelebilmente tanto la sua vita privata quanto la sua carriera. Da una donna ricevette una personale lettera di elogio e incoraggiamento negli anni dell’adolescenza quando recitava al Philip Street Theater di Sydney. Si trattava dell’allora studentessa in cinematografia Jane Campion, che la dirigerà poi negli anni ’90 in Ritratto di signora. Nata alle Hawaii (il nome hawaiiano che le è stato dato alla nascita, Hokulani, significa “stella del Paradiso”, ma, come ha spiegato lei stessa al Graham Norton Show, nulla di romantico dietro alla scelta: nel suo stesso giorno nacque nello zoo vicino un elefantino che fu chiamato Hokulani, e così…), trasferitasi poco dopo per motivi di lavoro del padre (medico) a Washington D. C. e infine approdata in Australia, dove comincia ancora giovanissima l’attività sul palcoscenico, decide (chissà quanto su spinta di quella famosa lettera) di abbandonare le scuole superiori per dedicarsi completamente alla recitazione.

Dopo una serie di film sia per la tv che per il grande schermo (tra i quali La banda della BMX, 1983: beccatevela mentre impenna tutta fiera davanti all’oceano), l’occasione hollywoodiana: Ore 10: calma piatta (1989), thriller al fianco di una star di tutta grandezza come Sam Neill e con il cattivo di Titanic allora esordiente Billy Zane. La chioma rossa vaporosa dei tempi australiani viene domata, le guance si fanno un po’ più asciutte, il look sempre meno teen e sempre più affascinante. Durante la lavorazione del successivo Giorni di tuono (1990) affascina anche il protagonista, un certo Tom Cruise, di cui poco tempo dopo diventa moglie. Da lì in poi, è storia. I bimbi adottati (ora sia la 24enne Isabella – residente a Londra e da poco sposata, ma né Kidman né Cruise hanno partecipato alla cerimonia – sia il 22enne Connor, dj in giro per il mondo, sembrano vivere una vita lontana dai famosi genitori), l’apoteosi del matrimonio e della comune carriera col marito in Eyes Wide Shut (1999) di Stanley Kubrick e subito a seguire la fine: divorzio, chiacchiere, full-immersion nel lavoro con statuetta annessa (per The Hours, appunto). Il nuovo matrimonio nel 2006 con il meno famoso (ma più piastrato) cantante country Keith Urban da cui ha due figlie (la seconda con maternità surrogata), Sunday Rose e Faith, ora 9 e 7 anni. In mezzo, tanto tanto cinema, dal musical (il già citato Moulin Rouge! con Ewan McGregor, durante le cui riprese si ruppe una costola) a quello d’autore (come Dogville, 2003, di Lars Von Trier, in cui viene maltrattata da Stellan Skarsgård, anni prima che a farlo fosse il figlio Alexander – anche lui premiato ai recenti Emmy – in BLL), passando anche per quello meno memorabile, quello in cui non è la protagonista principale ma è sempre la “moglie contrita di uno a cui càpita qualcosa” (Genius, dell’anno scorso, con Colin Firth e Jude Law), se non addirittura la cattivona da fumetto (che finisce letteralmente nel letame) in un “film per tutta la famiglia” come Paddington (2014). C’è da chiedersi cosa non abbia fatto Nicole Kidman: ma certo, un film con i supereroi! Quello arriverà l’anno prossimo (non l’ha disdegnato neppure Cate Blanchett che a breve vedremo nel terzo film su Thor): Aquaman, in cui interpreterà la regina Atlanna. Quante cose da una lettera, quante cose da una donna.

Memento sulla mensola
Dell’appena trascorsa notte degli Emmy sono stati soprattutto ricordati e riportati di lei: il bacio scoccato ad Alexander Skarsgård alla di lui vittoria come miglior attore non protagonista per una miniserie drammatica (BLL, ovviamente), il tutto davanti al sornione marito; l’ennesimo outfit azzeccato; l’unione con le altre interpreti della miniserie, Witherspoon in testa, ma anche Laura Dern (anche lei premiata), Shailene Woodley e Zoë Kravitz; e il suo discorso di ringraziamento. In cui in sostanza ha riproposto i dilemmi che hanno afflitto il suo personaggio di BLL, Celeste, un tempo brillante avvocato, poi moglie e madre devota, tentata dal riprendere il lavoro salvo non incrinare l’equilibrio domestico – che nasconde un segreto – cui quel marito (Skarsgård) troppo perfetto tiene tanto. O i dilemmi del personaggio di Witherspoon, Madeline, “leggermente” competitiva e che del non lavorare per prendersi cura delle figlie se ne è fatta ampiamente una ragione, di più, ne ha fatto uno stile di vita da esibire con orgoglio, e ora, che la figlia adolescente vuole andare a vivere col padre e la seconda lascia il nido per volare verso la prima elementare, lei si sente morire dentro.

Chi è lei, ora? Nemesi di Madeline è Renata (Dern), supermanager che alla figlioletta dedica il tempo (e i soldi) che riesce, ma non è meno angosciata dal costante non-essere-abbastanza: abbastanza lavoratrice in quanto anche mamma e viceversa. Da parte sua, la misteriosa Jane interpretata da Woodley di segreti ne ha più d’uno e cerca la pace per sé e per il figlioletto, trovando un’alleata speciale proprio nell’agguerrita Madeline («Tu sei nuovo di qui, io no!» abbaia al povero tizio che cerca di farla parcheggiare decentemente davanti alla scuola). Amicizia tra donne sì, ma ognuna tiene celato anche alle altre un pezzetto di sé. Per vergogna, per sopravvivenza, per la speranza che tutto possa cambiare – in meglio – anche da sole, senza chiedere aiuto. Non sarà così, non lo è mai. Kidman, stringendo il suo gingillo d’oro sul palco degli Emmy, ha pronunciato un breve discorso di ringraziamento in un certo senso speculare a quello che avrebbe potuto fare la sua Celeste, che più o meno suonava come: «Ho lavorato tanto per questo, mio marito ha sacrificato molto della sua carriera per questo [wow!, ndr], ora questo premio lo metterò su una mensola a casa in modo che le mie figlie possano vedere per cosa non le ho messe io a letto tante volte». La coperta è sempre troppo corta, Kidman lo sa, Celeste lo sa. Ma non è più un problema.

Ci aveva visto giusto il grande critico cinematografico Roger Ebert, quando aveva presagito per lei una feconda maturità: «La celebrità ha offuscato la sua immagine; se fosse stata meno glamorous sarebbe stata maggiormente apprezzata. Invecchiare sarà solo un bene per lei».

Foto Ansa

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