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Nicola, 46 anni, invalido. Iscritto alla Cgil e dalla Cgil reso precario

dicembre 13, 2012 Fabio Cavallari

Storia di Nicola Albertella da 25 anni iscritto al sindacato di Susanna Camusso ed emblema di come realmente la Cgil si occupa dei lavoratori.

Ma chi lo ha detto che la Cgil della “pasionaria” Susanna Camusso è ancorata alle logiche del Novecento, all’epopea dell’industria manifatturiera e ai consigli di fabbrica di gramsciana memoria? Chi davvero pensa che la più grande confederazione dei lavoratori del nostro Paese sia davvero stretta tra la morsa della Fiom e l’anacronismo del tempo indeterminato per tutti?

Certo, le parole d’ordine sono quelle di sempre, gli slogan utilizzati nei comizi dalla compagna Camusso sembrano riemergere dalla preistoria del secolo breve. Il “niet” offerto generosamente ad ogni ipotesi di riforma del mercato del lavoro, a qualsiasi modifica del contratto nazionale collettivo, non è altro che la rappresentazione plastica e teatrale del gioco delle parti. Serve una bandiera che sventoli per assicurarsi il potere di veto, ma la realtà dei fatti è ben differente dalla sua rappresentazione. In verità la Cgil è un sindacato moderno, che ben ha compreso l’esigenza di flessibilità, la necessità di garantire al datore di lavoro la libertà di organizzare la propria struttura produttiva senza vincoli restrittivi.

Qualcuno potrebbe obiettare, confutando questo giudizio, con le tante prese di posizione che in questi anni hanno caratterizzato la strategia della Cgil. Infatti, sarebbe troppo facile limitarsi ad analizzare l’azione sindacale verso l’esterno, nei confronti del mondo imprenditoriale ed artigiano. Susanna sa bene che qualsiasi gruppo di lavoro per poter funzionare al meglio vive la necessità di non essere costretto dentro moduli prestabiliti e burocratici, sa bene che anche la tensione morale non può divenire l’alibi per bloccare il buon andamento di una compagine lavorativa. A questa regola base, che risponde al buon senso, non fa eccezione alcuno, neppure le strutture legate al sindacato stesso. Ed è proprio dentro casa che la Cgil sembra aver sussunto al meglio questi principi che, per amor di potere contrattuale, è costretta a negare verso l’esterno.

A portarne testimonianza è Nicola Albertella, invalido all’85 per cento, iscritto da venticinque anni al sindacato della Camusso e per quindici anni delegato sindacale in un’azienda tessile. Gli ultimi tre anni li ha trascorsi lavorando al Comitato Paritetico territoriale prevenzione infortuni di Varese, con contratto a tempo determinato (1+2). La nomina presso l’ente bilaterale è giunta quando l’azienda manifatturiera ha chiuso i battenti. In quel momento, proprio grazie all’impegno profuso per tanti anni dentro la Cgil, la medesima lo ha proposto come Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza in ambito territoriale. Conclusi i tre anni di contratto a tempo determinato però, al posto dalla stabilizzazione del rapporto di lavoro, così come viene continuamente richiesto a gran voce alle aziende private, la Cgil decide di optare per la cessazione del rapporto di lavoro. Diversamente dalle imprese che si trovano spesso costrette ad operare queste scelte per motivazioni legate all’abbassamento del fatturato, alle crisi di settore e alla costrizione del credito, il “sindacato rosso” si è assunto l’annoso onere della precarizzazione per motivi ben più nobili, ossia far spazio ad un ex segretario di categoria bisogno di un “parcheggio” prima del pensionamento. La scelta, forse un po’ cruda, risponde in verità a quel principio di libertà che mai dovrebbe essere messo in discussione dentro un luogo di lavoro.

In sintesi, dopo tre anni di “verifica” il lavoratore è stato giudicato poco confacente al compito assegnatogli. Ora, la demagogia farebbe dire a molti che un uomo di 46 anni, invalido all’85 per cento, difficilmente riuscirà a ricollocarsi all’interno del mondo del lavoro, ma queste sono solo attenuanti morali che hanno poco a che fare con la pratica della realtà. Anche la Cgil ha ben compreso che l’esigenza di flessibilità è un bene primario che non può essere tolto al datore di lavoro.

A questo punto basterebbe davvero poco per far comprendere a tutti che anche il sindacato capeggiato da Susanna Camusso, è pronto per il saldo nella modernità. Marchionne è solo un compagno che si muove con troppa disinvoltura. Ci vuole tatto e capacità di tacitare gli animi. È necessario imparare da chi i lavoratori li conosce bene. Non si chiama precarizzazione ma razionalizzazione delle risorse, almeno in casa Cgil la chiamano così.

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