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L’altra New York. Nel centro del mondo quasi una persona su due vive nella “periferia esistenziale”, solo che nessuno se ne accorge più

settembre 1, 2014 Mattia Ferraresi

Aree malfamate ripulite e quartieri popolari “gentrificati” dalle élite. La metropoli del disagio e del degrado sembra sparita, invece è stata solo resa invisibile

Continua il viaggio di Tempi nelle periferie esistenziali. Le tappe precedenti: Rodolfo Casadei tra Camerun e Ciad nella regione dei tupurì africaniMonica Mondo in una borgata romana, Piero Gheddo nella missione di padre Belcredi in Amazzonia, Gian Micalessin a Shura Ashuk (Tripoli) con suor Emma Moja, Antonio Gurrado a Oxford, Angelica Calò Livné in Israele, nel kibbutz Sasa, Lorella Beretta nelle township del Sudafrica, Peppe Rinaldi tra le contadine di Eboli, Igor Turnaev nella steppa siberiana.

Anche il turista più distratto conosce il luogo comune sulla ripulita che hanno dato a New York negli ultimi vent’anni o giù di lì. La tolleranza zero di Rudolph Giuliani, i piani urbanistici ben congegnati, la riorganizzazione del sistema scolastico, le licenze commerciali agevolate per le zone a rischio e poi la grande stretta sulla sicurezza dopo l’11 settembre 2001. Si citano leggi intelligentissime con cui questo o quel criminologo a libro paga del comune ha gabbato i criminali, la maggior parte delle quali non sono mai esistite ma fanno comunque il loro effetto, e la dottrina delle “finestre rotte” – se la finestra di un palazzo viene rotta presto i vandali romperanno anche quelle vicine, per evitare l’effetto domino bisogna aggiustare tempestivamente la prima – è tornata fra gli argomenti di conversazione da quando il sindaco più di sinistra degli ultimi trent’anni, Bill de Blasio, ha nominato capo della polizia il poliziotto più dritto che c’era in circolazione, Bill Bratton, uno che è riuscito a litigare con Giuliani non per divergenze strategiche ma perché esiste un numero massimo di galli che possono stare contemporaneamente in un pollaio.

Qualunque sia la ragione alla base del fenomeno non si può fare a meno di aggirarsi per certi quartieri della città ed esclamare che qui una volta era tutta criminalità e degrado, variante newyorchese del “qui una volta era tutta campagna”. Il luogo comune, in quanto tale, esprime una verità autoevidente, come quelle contenute nella dichiarazione d’indipendenza.

Negli ultimi due decenni il tasso di criminalità è crollato drasticamente. Nel 2001 ci sono stati 641 omicidi in città; nel 2013 il conto è sceso a 333, cifra storica, perché significa che per la prima volta a New York c’è stato meno di un omicidio al giorno. Nell’inverno rigido ci sono stati addirittura nove giorni consecutivi senza un assassinio. Per due volte nel corso dell’anno la città ha passato 24 ore senza accoltellamenti e sparatorie. Per una metropoli come New York sono numeri notevoli. Tendenze analoghe si registrano su stupri, rapine a mano armata, scippi, svaligiamenti notturni, furti d’auto, microcriminalità in generale. Tutto questo senza che la città sia stata trasformata, come recita un altro luogo comune duro a morire, in una specie di panottico benthamiano dove ogni mossa è scrutata da guardiani tecnologici e i poliziotti scriteriati fermano, perquisiscono, ammanettano e menano per un sadico senso di prevenzione.

2013, l’anno record
Nell’anno dei record 2013 i numeri di fermi e perquisizioni è sceso del 60 per cento rispetto all’anno precedente. La New York violenta e senza legge dei “guerrieri della notte” ha lasciato il posto a una dolce omologazione gentrificata (gentrificazione è quel fenomeno di radicale mutamento delle aree più depresse delle città industriali in termini sia di ambiente – attraverso la demolizione, ricostruzione o riqualificazione dei quartieri in decadenza – sia della composizione sociale, ndr).

Fino a non molto tempo fa a Red Hook, quartiere portuale di Brooklyn, andavano soltanto gli operai a fare il turno e i pusher di crack a fare rifornimento. Ora, complice anche la presenza del grande livellatore della middle class globale, l’Ikea, ci sono ragazzi con i baffi in bicicletta, enoteche con nomi italiani e ristoranti a chilometro zero. A Carrol Garden c’era la mafia italiana, a Park Slope la working class impolverata, a Williamsburg un misto di ebrei ortodossi e immigrati campani, a Fort Greene spadroneggiavano gang di afroamericani, a Bed-Stuy era meglio non mettere piede. Ora ci vivono scrittori che giudicano Manhattan troppo anni Ottanta e padri di famiglia che la mattina prendono un treno che porta dalle parti di Wall Street.

Il Queens era un periglioso patchwork con enormi sacche di povertà e degrado; la parte sud del Bronx era un angolo urbano talmente lunare – il 40 per cento del quartiere era stato inghiottito dalle fiamme, la polizia nemmeno si premurava di indagare: primum vivere, poi trovare i colpevoli – che il presidente Jimmy Carter ne fece il simbolo del disastro metropolitano americano con una visita che aveva l’aria di un’ispezione umanitaria dopo un bombardamento. Oggi gli abitanti storici del quartiere lottano per non essere cacciati da quel dedalo di villette con cortile dalla dura legge del mercato.

Harlem era il quartiere dove il tenente John McClane (correva l’anno 1995) non sarebbe uscito vivo dopo essersi messo a gironzolare con un cartello razzista addosso. La manovra è altamente sconsigliabile anche oggi, ma nelle scene di Die Hard non c’è traccia dei bianchissimi studenti della Columbia con un posto già prenotato nell’élite che oggi si sono riversati nel quartiere storicamente nero. Ad Alphabet City negli anni Ottanta girava una minacciosa filastrocca che intimava di non raggiungere mai la Avenue D, come “dead”, senza l’opportuno equipaggiamento di piombo. Ora ci sono locali con buttafuori e cordone di velluto per contenere la fila creata ad arte.

Periferia, un concetto sghembo
La periferia, insomma, è diventata centro. Che poi il concetto stesso di periferia nelle città americane è sghembo: la periferia esistenziale raramente coincide con quella geografica. La villetta suburbana è il luogo dove si realizza il sogno americano, il centro cittadino è l’incubo metropolitano, sentina del pericolo dove i gomiti degli altri sono troppo vicini perché si possa cercare in pace la felicità, questione più privata che sociale. New York s’è definitivamente ripulita, questa è la percezione. Ma la periferia è stata sradicata? Il degrado s’è volatilizzato? Il male è stato redento? Naturalmente no.

L’altra New York, quella invisibile e invivibile, l’hanno soltanto spostata un po’ più in là, fuori dalle rotte della Lonely Planet, hanno nascosto la polvere sotto il tappeto seguendo l’idea che la gentrificazione, una volta avviata, avrebbe fatto inesorabilmente il suo corso verso la bonifica completa.

È successo. Ma è successo anche il suo contrario. Il divario fra gentrificati e no è aumentato a dismisura, rendendo la periferia esistenzialmente intesa sempre più fragile e diafana. Se le aree degradate un tempo spingevano – quasi fisicamente – sui confini della città perbene adesso sono sempre più lontane e insulari, i suoi abitanti sono sempre più poveri, la loro città s’interseca sempre meno con quella degli altri.

Brooklyn contiene tutti gli elementi di questo trend di marginalizzazione. Per i turisti, i giornali, le guide, gli artisti e la gente che piace, Brooklyn coincide con la sua parte nordest – una striscia sottilissima se paragonata alla vastità del distretto – ed è sinonimo di impulsi artistici, cultura hipster, mobili vintage e cibo biologico, idealmente associata alla lega globale dei quartieri banalmente strambi che conta nei suoi ranghi nomi tipo Shoreditch, Kreuzberg, Silverlake. Il fatto è che se fosse una città indipendente Brooklyn sarebbe la quarta più popolosa degli Stati Uniti, dopo Los Angeles, Chicago e il resto di New York, e per quanto sia efficace l’iconografia stilizzata, a Brooklyn non ci sono due milioni e mezzo di hipster. Semplicemente gli altri sono stati dimenticati, sono troppo lontani dalle rotte della brava gente per convincerla della loro esistenza per un tempo più lungo di una fermata della metropolitana.

A Brownsville, il quartiere di Mike Tyson, o in mezzo alla comunità cinese di Sunset Park, o a East New York non si va mai, e non si corre il rischio di finirci per sbaglio. Il confronto fra i costi degli affitti e i salari non lascia scampo. Nel quadrante gentrificato l’affitto medio è di 2.800 dollari al mese (a Manhattan 3.100), mentre lo stipendio medio dell’intero distretto è 44.850 dollari l’anno. Significa che la diseguaglianza non è soltanto un’invenzione ideologica di de Blasio per conquistare i cuori dei ragazzetti antisistema. In mezzo ci sono aree storiche della middle class dove gli abitanti faticano a stare al ritmo dell’aumento del costo abitativo. La città è ripulita e sicura come non mai, ma il 45,6 per cento dei newyorchesi vive sotto la soglia della povertà. L’altra metà è agiata ma sola: più della metà degli appartenenti è occupata da una persona soltanto.

I dati del Center for Economic Opportunity dicono che dal 2008 a oggi la comunità asiatica è quella che si è impoverita di più, e non soltanto per ragioni strettamente economiche. Nella città frammentata e divisa gli asiatici faticano a integrarsi, molti di loro non conoscono l’inglese e non hanno nessuno che li aiuti ad accedere ai programmi d’assistenza dello Stato ai quali pure avrebbero diritto. La maggior parte dei sussidi che non vengono ritirati spettano a persone che non sanno nemmeno della loro esistenza.

The rent is too damn high
Il sindaco ha promesso di potenziare l’assistenza linguistica per chi non parla inglese, ma il divario è radicato nella struttura stessa della città, nel suo atteggiamento verso gli uomini che ospita. E sempre più spesso appare un atteggiamento ostile, che si esprime supremamente nel costo della casa. «The rent is too damn high», l’affitto è troppo alto, grida ormai da dieci anni l’improbabile e sgargiante candidato Jimmy McMillan, che attorno alla questione dell’affitto ha fondato un partito politico in cui è facile per molti riconoscersi, anche se poi nessuno lo vota.

Gli affitti di New York sono cresciuti del 75 per cento fra il 2000 e il 2012. La gentrification ha spinto sempre più lontano la fascia bassa della middle class, quella che lavora e vive con decoro ma non può permettersi un aumento annuale di diverse centinaia di dollari sull’affitto. A loro volta i più poveri si sono trovati ulteriormente più lontani dal centro di gravità urbano. Un mondo urbano è stato tagliato fuori dalle rotte principali della città, ed è lo scivolare nell’oblio e nella zona oscura dell’irrilevanza umana, più che il crollo del potere d’acquisto, il cuore più intimo della periferia.

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