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‘Ndrangheta a Milano, 13 condanne per usura. Storia del clan Valle-Lampada

luglio 23, 2012 Chiara Rizzo

Le due famiglie avevano nello strozzinaggio agli imprenditori del nord il loro business principale. Dall’indagine sono scaturiti gli arresti di due magistrati calabresi

Questa è una storia di usurai e ‘ndranghetisti che dalla Calabria hanno messo le radici nel Nord, strozzando piccoli imprenditori e commercianti, tra Vigevano e l’hinterland milanese. La storia del clan Valle Lampada, arrivato ad ingrandirsi al punto di avere un giro d’affari da 10 milioni di euro, si è conclusa venerdì, quando la VII sezione penale del Tribunale di Milano ha chiuso il lungo processo di primo grado con 13 condanne, e pene fino a 24 anni di reclusione.
Una storia che si è intrecciata a quelle di persone comuni, come Roberto Pecorararo, 55 anni e originario di Torre Annunziata, che era rientrato nel 1998 a Cremona (dove dal Sud era emigrato anni prima) dopo una disavventura economica in Germania (dove si era trasferito da Cremona, in cerca di migliori fortune). La sua impresa edile era arrivata al crac, infatti, dopo aver svolto un lavoro da 100 milioni di lire dell’epoca che non gli era stato però pagato. Tornato al Nord con l’acqua alla gola, si fidò ciecamente di un conoscente che a sua volta gli presentò alcuni “amici” migranti dalla Calabria a Vigevano, esponenti appunto del clan Valle-Lampada. I quali gli concessero un prestito di 10 milioni, con un tasso del 10 per cento. Quattordici anni e 30 milioni di lire di interesse dopo, Pecoraro non trovò altra soluzione per sopravvivere agli usurai che lavorare direttamente per loro. Come autista di “don Ciccio”, il boss dei Valle, e poi come capocantiere a mille euro al mese e dodici ore al giorno di lavoro. È la “storia tipo” di una delle vittime dei Valle-Lampada, espressione al Nord delle più potenti famiglie della ‘ndrangheta mondiale, i De Stefano (rappresentate di Francesco “don Ciccio” Valle) e i Condello (cui era legato invece Giulio Lampada).
Il processo ai due clan è scaturito dalle indagini che nel luglio 2010 avevano portato all’arresto di tutta la famiglia mafiosa, dall’anziano don Ciccio (75 anni ora) ai nipoti, in testa la 26enne Maria: vennero sequestrati beni per 10 milioni di euro, tra cui 138 immobili, negozi e conti correnti. In seguito al blitz, inoltre, il Tribunale di Milano ha persino stabilito anche il commissariamento e la sospensione del legale rappresentante di una filiale milanese di Bnl, che aveva compiaciuto ogni richiesta dei Valle, con finanziamento e fidi bancari. Ma il quadro che è stato ricostruito al processo è stato ben più drammatico.

Dalle strade dissestate della periferia di Reggio Calabria, quelle del quartiere Archi Cep il bunker dei Condello-De Stefano, negli anni ’70 i Valle giunsero in Lombardia, dove si sono stanziati a Vigevano. Lì, anno dopo anno, hanno costruito il loro sistema di potere, rafforzato quando, dopo il trasferimento dei “rivali” Lampada al nord, si è celebrato un matrimonio pacificatore tra le due famiglie. Leonardo Valle, figlio di don Ciccio, nel 1991 ha sposato Maria Concetta, sorella di Giulio Lampada, e per la prima volta son stati unificati i business specifici delle due famiglie, ramo usura e gioco d’azzardo (poi anche video poker). Nel 2006 il connubio è stato rafforzato con un secondo matrimonio, di nuovo fra un’erede dei Valle, la giovane Maria oggi 26enne, e quello dei Lampada, Francesco. Arrivare agli arresti di due anni fa non è stato semplice, e pieno di ostacoli è stato anche lo svolgimento del processo: perché sebbene siano state molte le prove esibite per le accusa (usura, estorsione, associazione mafiosa) va detto anche che, almeno sino agli stessi arresti del 2010, nessuna delle vittime lombarde ha mai denunciato.
A ripercorrere vicende come quelle di Pecoraro, vessato ma omertoso, sembrerebbe di essere nella Locride dei primi anni ’90. Invece quelle delle vittime sono tutte storie di imprese e negozi di Cisliano e Bareggio in provincia di Milano. Esemplare la storia di un altro imprenditore lombardo, strozzato dai Valle per circa 250 mila euro. Impossibilitato a restituire la cifra, l’uomo nel 2010 è stato convocato insieme ad altre vittime dell’usura nel ristorante che i Valle avevano a Cisliano, la Masseria. Una piccola oasi di pace con, davanti all’ingresso, un bel prato e due leoni di marmo con le fauci spalancate. Don Francesco Valle e i suoi hanno atteso gli imprenditori nel retro. Lì, la vittima dei 250 mila euro è stato violentemente minacciato e pestata, perché si tramutasse in esempio per se stesso e gli altri. Si può intuire perché dunque un’altra vittima, anche lui strozzato da interessi del 20 per cento, si è rifiutato di denunciare la ‘ndrina anche dopo gli arresti, e anzi ha contattato altre vittime per ammonirle a non parlare: alla fine è stato arrestato pure lui per favoreggiamento.

Il processo ha ricostruito come il clan Valle, per anni, ha potuto «nel momento stesso in cui parlava con un direttore di filiale, aprire un bar, trattare un mutuo, incassare le rate di interessi in scadenza, mettere la firma su un registro societario». Le due famiglie, ha raccontato il processo, hanno inoltre esercitato un forte controllo del loro territorio, proprio come avviene nei quartieri-roccaforte delle ‘ndrine al sud, attraverso il solito sistema delle “vedette”, ragazzi messi a vigilare sui punti d’accesso principali alle zone della cosca. Così quando una volante della polizia, durante le indagini, si è trovata nella zona per un controllo, le vedette l’hanno inseguita per 40 minuti, poi hanno minacciato gli agenti di non tornare. Sempre durante le indagini, gli uomini dei Valle sono anche riusciti a scoprire le cimici piazzate dalla squadra mobile di Milano: hanno quindi chiamarono un elettricista di fiducia, e le hanno fatte modificare in modo che le cimici captassero altre frequenze. Uno “scherzetto” che per fortuna è stato risolto subito dai tecnici della mobile, appostati nelle vicinanze.

Ma la “forza” di controllo del clan è stata provata anche da altre indagini clamorose che si sono aperte come rivoli da quella “madre” al clan. In particolare, nel novembre del 2011, si è arrivati all’arresto del giudice Vincenzo Giglio (presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria, sospeso dal Csm) e lo scorso marzo a quello di Giancarlo Giusti, Gip del Tribunale di Palmi, corrotto da Giulio Lampada con 71 mila euro (più viaggi e ospitalità in alberghi di lusso milanesi, per notti con escort), in cambio dell’aiuto nelle aste immobiliari di cui Giusti si occupava. Proprio venerdì per Giusti è stata richiesta la condanna a 4 anni di carcere, nel processo con rito abbreviato che si celebra a fianco di quello “madre”.

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