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Natale in Ciad. Come annunziare Cristo ai musulmani

dicembre 21, 2016 Piero Gheddo

Noi uomini cerchiamo la pace in tanti modi, ma la pace viene anzitutto da Dio. Perché è Lui che ci ha creati ed è Lui che nel Natale la Vergine Maria partorisce a Betlemme

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Tratto dal blog di padre Piero Gheddo – L’augurio natalizio che faccio a tutti, cari amici , è quello dell’Angelo ai pastori nella Notte Santa: “Vi porto la Buona Notizia che darà una grande gioia a tutto il popolo: oggi, nella città di Davide è nato il Messia, il Salvatore” (Luca 2, 10). Appaiono altri Angeli, che lodano Dio cantando: “Gloria a Dio nell’alto dei Cieli e pace in terra agli uomini che Egli ama”. Subito i pastori vanno in fretta a Betlemme per vedere e adorare il Bambino e poi raccontano cosa hanno visto e sentito a tutti quelli che conoscono (Luc. 2, 13-16).

Il Messaggio del Natale è questo: Dio ci vuole bene e ci porta i suoi doni: la pace nel nostro cuore, la pace nelle e tra le famiglie, la pace nelle e fra le nazioni! Nel mondo ci sono ancora 23 guerre attive. Noi uomini cerchiamo la pace in tanti modi, ma la pace viene anzitutto da Dio. Perché è Lui che ci ha creati ed è Lui che nel Natale la Vergine Maria partorisce a Betlemme. La seconda Persona della Trinità, il Bambino Gesù, si fa uomo per morire sulla Croce a 33 anni e poi risorge per salvarci dal peccato e meritarci la vita eterna e felice con Dio, il Paradiso! Chiediamo a Gesù la pace nel nostro cuore e di essere “uomini e donne di pace”, perché diamo testimonianza di perdonare le offese, di non giudicare e di non parlare mai male di nessuno, di pregare quando c’è un contrasto, una piccola o grande guerra.

Ma perché l’Angelo ha dato la Buona Notizia ai pastori e non ad altri? Perché i pastori erano gente semplice, umile, disposti ad ascoltare la Parola di Dio e trasmetterla ad altri con gioia ed entusiasmo. Il Natale porta a loro una nuova vita. Sono i primi discepoli del Signore Gesù.
Anche noi siamo chiamati a rinascere in una vita nuova.

Ora sul nostro cammino,
la sua luce risplende.
Gesù, sole di grazia,
ci chiama a vita nuova.
(Inno delle Lodi pre-natalizie)

Nel Natale dobbiamo ritrovare la gioia e l’entusiasmo della fede. In che modo? Papa Francesco è un “Papa missionario”, perché viene da una giovane Chiesa fondata dai missionari e ha la passione di portare a Cristo le sterminate schiere di popoli, che ancora non lo conoscono; ecco perché ripete spesso che vuole la “Chiesa in uscita” e i battezzati “tutti missionari”.

Così succede ancora nelle missioni, là dove nasce la Chiesa e il soffio dello Spirito Santo si avverte a volte in modo commovente. Il Natale rende i neofiti entusiasti e spontaneamente missionari. Capiscono che il grande dono della fede in Cristo non si può solo custodirlo per sé e la propria famiglia, va comunicato ad altri nei modi a loro possibili. Questa “la vita nuova” che il Natale 2016 chiede a noi, credenti in Cristo.

Nel 1976 ho vissuto il Santo Natale nel Ciad, povero paese appena a sud del deserto del Sahara. La maggioranza dei ciadiani sono musulmani o animisti, i cristiani piccola minoranza. La capitale Ndjamena è una città del deserto, caldo e sabbia sono ovunque, anche a Natale, che però climaticamente è il miglior periodo dell’anno.

La chiesa parrocchiale del quartiere periferico di Kabalaye, costruita e gestita dai gesuiti lombardi (dei quali sono ospite), è un’imponente costruzione ad anfiteatro, con una cupola ovale dalle ardite nervature in leghe metalliche leggere, le mura in cemento armato, il tetto di fogli di plastica. La vigilia del Natale 1976, il vasto cortile e la chiesa a poco a poco si riempiono di fedeli, comunità di villaggio che vengono anche da lontano. Ben prima della Messa di mezzanotte nella chiesa non entra più nessuno e nel cortile sono accampati centinaia di fedeli.

La gioia della festa e del ritrovarsi assieme esplode. Il popolo cristiano, che viene da un anno di isolamento, di fatiche, di miserie, si scatena nel canto, nelle danze, nella percussione dei tamburi e dei balafon, nel suono dei pifferi. L’interno della chiesa di Kabalaye è un mare in tempesta. La gente canta tutta assieme, molti danzano, ciascuno fa più rumore che può battendo ritmicamente le mani e i piedi per terra nell’accompagnare i canti della corale, che sono i nostri antichi canti natalizi tradotti nelle lingue locali. La gioia è straripante, contagiosa, acre e densa la polvere e l’olezzo, il “profumo” di una umanità povera, il ritmo dei tamburi e dei balafon travolgente.

In sacrestia siamo quattro sacerdoti pronti ad uscire per la Messa. Ma come si fa, in quella baraonda indescrivibile? Il massiccio e torreggiante fratel Antonio Mason sale sulla pedana dell’altare, abbranca il microfono, fa segni imperiosi di tacere e grida: “Silenzio! Basta!” nelle tre o quattro lingue africane che conosce, oltre che in francese. Ma la sua voce possente, ingrandita ad un livello assordante da un buon impianto di amplificazione, è ridicolizzata dal frastuono che quelle centinaia di africani producono tutti assieme. Mi viene in mente il fragore delle cascate di Iguaçù e del Niagara. Cupola e pareti della chiesa tremano, sembra stia per crollare l’intera struttura del grande anfiteatro.

Fratel Antonio torna in sacrestia sconfitto, sudato, sgolato. ”Lasciamoli sfogare ancora un po’” dice. Non si può fare altro. Intanto, quella fonte di decibel impazziti che è la parrocchia di Kabalaye, ha attirato dalla città un’ondata di curiosi musulmani e animisti. Vengono a vedere l’esplosione di gioia che il Natale suscita nel popolo cristiano. ”Ecco un modo originale di annunziare il Vangelo in Africa – dice il parroco, padre Corrado Corti. – Sono convinto che questa espressione autentica dell’unità e della gioia di un popolo, per i musulmani e per gli animisti vale più di tutte le nostre prediche sul Natale”.

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