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Natale in Centrafrica: «Senza Dio non c’è salvezza»

dicembre 23, 2015 Benedetta Frigerio

Dopo la visita del Papa, il racconto di un paese martoriato dal conflitto e dalla povertà. Ma dove c’è chi non teme di morire per celebrare Cristo

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«Questo Natale sarà uguale ma finalmente diverso». Dopo tre anni di guerra civile tra cristiani e ribelli musulmani per la prima volta «la popolazione del Centrafrica intravede una via d’uscita reale». A raccontare a tempi.it l’Avvento vissuto da una popolazione martoriata è un giovane sacerdote: don Tanguy Herman Pounekrozou.

«NON GRAZIE ALL’ONU». «Dopo la visita del Papa dello scorso ottobre ci è stato chiaro che la pace può venire solo dal cambiamento dei cuori della nostra popolazione, non sarà l’Onu a salvarci». E in effetti così avevano sperato i cittadini della Repubblica di Centrafrica, per poi accorgersi che «non hanno mai raggiunto gli obiettivi stabiliti». Se, infatti, le truppe delle Nazioni Unite e quelle francesi «hanno dato al paese un minimo di stabilità, sono anche state denunciate per abusi sulla popolazione». Non solo: «sebbene abbiano il chiaro mandato di disarmo e quello di opporsi con la forza ai ribelli non l’hanno mai adempiuto. Il primo obiettivo è stato attuato solo per il 40 per cento, mentre le violenze continuano e restano impunite dall’esercito che non combatte». Persino gli aiuti internazionali sono stati un’illusione: «Non è il benessere a portare la pace, oltretutto questi aiuti servono solo ad arricchire i potenti che così si accontentano dello status quo senza contribuire in alcun modo allo sviluppo del paese».

SENZA PAURA. Il viaggio del Pontefice e «la decisione di fare visita alla moschea, dove ci ha ricordato che qui i cristiani e i musulmani hanno sempre vissuto come fratelli, spingendoci a perdonarci, ci ha mostrato la via che siamo chiamati a intraprendere per riportare la pace in Centrafrica». Inoltre, il fatto che subito dopo la visita papale sia cominciato l’Avvento «è un grande aiuto a non dimenticare», continua Pounekrozou, spiegando che «il nostro popolo attende con fervore la venuta di Gesù, con celebrazioni, ritiri, veglie di preghiera». E anche quest’anno la gioia è tale che «sì, parteciperanno tutti alla Messa del 25 nonostante i rischi di attacchi e attentati».
Il sacerdote descrive la fede del suo popolo ricordando quella di sua madre, che «l’anno scorso si recò a una veglia di preghiera nonostante il pericolo e il coprifuoco. Mi arrabbiai, ma lei di più, rispondendomi: “Se il Signore è con noi cosa dobbiamo temere? Dobbiamo portare sostegno spirituale a chi ne ha più bisogno”».

FINO AL MARTIRIO. Pounekrozou ha perso un amico prete, ucciso non ancora quarantenne: «Era la Pasqua del 2014 e per i sacerdoti era rischioso celebrare la Messa, ma lui disse: “Gesù è morto e risorto. Posso io non andare a celebrarlo con la mia comunità?”. Ecco, mi ha testimoniato il Vangelo con il sangue. Lui, come mia madre, mi ha mostrato la vera fede, che altrove è spesso vissuta come un’aggiunta o un fardello, mentre in Centrafrica è chiaro che senza Dio non c’è salvezza». Nessun pericolo è in grado di impedire a questi cristiani logorati dalla guerra di celebrare il Natale. Anzi, «aspettiamo Gesù, principe della pace, nella povertà e nell’umiltà, le due condizioni necessarie per far posto a Dio, che per incarnarsi scelse una stalla di Betlemme».


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