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Separare i musulmani dal mondo, sradicare l’islam dallo spazio e dalla storia. È internet l’arma definitiva dei guerrasantieri dell’Isil

giugno 30, 2014 Rodolfo Casadei

Ecco perché i terroristi islamici che stanno devastando Siria e Iraq investono tanto tempo e risorse nella comunicazione attraverso la Rete e i social network: sono strumenti ideali per la propaganda della loro ideologia alienante

siria-cnn-isil-islam4L’avevano capito subito, all’indomani dell’11 settembre, intellettuali come Regis Debray e Jean Baudrillard: la tecnica di lotta di Al Qaeda e della galassia jihadista è la stessa del judo. Si tratta, come scriveva Debray nel suo saggio Le Passage à l’infini, di «ribaltare la forza dell’avversario contro lui stesso: il camion diventa una bomba, il jumbo jet un missile, i produttori di audiovisivi si trasformano in uomini sandwich al servizio degli iconoclasti e i provider in loro amplificatori acustici. (…) Il terrorismo odierno si può analizzare come un radicalismo mediatico, che spinge alle sue conseguenze estreme, e a nostro danno, le regole di un gioco audiovisuale e telematico che noi adoriamo».

È quello che è successo con la campagna via Twitter promossa da Michelle Obama e molte altre personalità #BringBackOurGirls (“Ridateci le nostre ragazze”) per la liberazione delle 276 studentesse rapite dai Boko Haram nigeriani nell’aprile scorso. Un milione e passa di retweet hanno attraversato i circuiti elettronici di tutto il mondo senza che le ragazze fossero rimandate a casa. Per qualche settimana tanti americani ed europei si sono sentiti buoni, impegnati e solidali. Ma il risultato effettivo è stato la più grande campagna pubblicitaria della storia a vantaggio dei tenebrosi estremisti di Boko Haram, assurti al rango di entità invulnerabili e inafferrabili, il cui fino ad allora semisconosciuto leader si è potuto permettere il lusso di stabilire in faccia al mondo le condizioni, inattuabili, per il rilascio delle ragazze.

È quello che è successo nella settimana alle nostre spalle, con esperti di comunicazione e critici cinematografici sbalorditi e sedotti dall’alto livello tecnico e dall’efficacia propagandistica dei video prodotti dallo Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isil), l’organizzazione jihadista che sta espandendo a macchia d’olio il suo controllo su città e territori sempre più ampi dell’Iraq dopo essersi già da tempo insediato in alcune aree della Siria centrale. Nel mentre che conquistava grandi città come Mosul, basi militari e infrastrutture mettendo in fuga forze regolari dieci volte più numerose delle sue, Isil diffondeva attraverso i suoi due (due!) centri di produzione cinematografica, Al Hayat Media Center e Al-Furqan Media Production, altrettanti video lunghi rispettivamente 13 e 63 minuti. Il secondo è un susseguirsi di attentati riusciti, caccie all’uomo ed esecuzioni sommarie, irruzioni notturne e discorsi rivoluzionari con sottofondo di musica sacra islamica e sottitoli in inglese. Il sapiente uso del ralenti e le inquadrature che ricordano alcuni dei più famosi film di guerra hollywoodiani (viene in mente prima di tutto The Hurt Locker) hanno suscitato l’ammirazione degli esperti e dei non esperti.

Il primo, intitolato Non c’è vita senza jihad e concepito per reclutare musulmani nati o residenti in paesi di lingua inglese, è diventato il titolo di apertura di un giornale ultrapopolare come il britannico Daily Mail, perché presenta interviste con giovani musulmani britannici che hanno abbandonato la patria per andare a combattere con l’Isil in Siria e in Iraq. «Il video», spiega il quotidiano, «è parte della campagna di propaganda globale di Isil, che incita i musulmani a postare messaggi di sostegno su Facebook, Twitter, Youtube e Instagram». Come scriveva Baudrillard già tredici anni fa, «il denaro e le speculazioni finanziarie, le tecnologie informatiche e aeronautiche, la dimensione spettacolare e le reti mediatiche: hanno assimilato tutto della modernità e della mondialità, senza cambiare il loro programma, che è di distruggerle».

isil-video-propagandaInterazione in tempo reale
I jihadisti hanno sempre avuto il pallino della comunicazione di massa, da realizzarsi con i mezzi tecnologici più moderni disponibili al momento e più adatti ad aggirare la repressione dei governi degli apostati e degli infedeli. Come ha scritto Bernard Selwan El Khoury in Media come armi (quaderno speciale di Limes), «fino ad anni Novanta inoltrati, i predicatori salafiti-jihadisti hanno fatto uso di audiocassette e cd-rom per trasmettere il loro messaggio, molto spesso in forma clandestina per evitare che il contenuto sovversivo potesse attirare l’attenzione degli apparati di polizia e di intelligence. Prima dell’avvento del Web, le cassette circolavano nel mondo sotterraneo della produzione e distribuzione individuale. Fu questo il sistema utilizzato anche da Abdallah Azzam – il padre del primo jihad afghano – nei primi anni Ottanta, per reclutare mujaheddin arabi, fra cui il giovane Osama Bin Laden e Ayman al Zawahiri. Nell’ultimo decennio del secolo scorso, ma soprattutto negli anni Duemila, gli sceicchi islamisti più popolari sono passati alle televisioni satellitari e ai siti Web per diffondere la loro parola. Queste nuove dimensioni “liquide” non erano strettamente controllate dalle autorità e, soprattutto, permettevano di raggiungere una audience più ampia. Negli ultimi anni, precisamente dal 2001, si è registrato un esponenziale aumento dell’attività “virtuale” jihadista, rafforzata dalla presenza di decine di fondazioni mediatiche e piccole realtà virtuali fai-da-te».

L’elenco delle principali “fondazioni mediatiche” jihadiste, vere e proprie corporation che gestiscono siti internet, account di Facebook e Twitter, produzioni video, periodici cartacei, banche dati, eccetera, si può trovare nell’articolo di El Khoury. L’israeliana Middle East Media Research Institute (Memri) ha pubblicato l’estate scorsa uno studio di 12 pagine intitolato Jihadi Media Foundations on Facebook and Twitter che riproduce le pagine Facebook e gli account Twitter delle principali organizzazioni jihadiste combattenti: Al Qaeda nella Penisola arabica, Al Qaeda nel Maghreb islamico, Jabhat al Nusra, Isil, eccetera.

I jihadisti hanno colto da subito le potenzialità delle nuove piattaforme sociali: «A differenza del classico forum, il social network è un ambiente più vivo e istantaneo per condividere le idee, il materiale, i contatti e anche le informazioni: l’interazione con gli altri “fratelli” può avvenire in tempo reale. Inoltre, la catena di trasmissione è più rapida, e sembra essere questo il principale obiettivo della nuova generazione di jihadisti virtuali. Su Youtube, ad esempio, vi sono centinaia di utenti che inseriscono i video jihadisti che fino a poco tempo fa potevano essere visionati soltanto passando per un forum. Sarà il Web, dunque, il luogo virtuale dove la seconda e la terza generazione faranno le loro prime conoscenze in materia di jihad».

La comunità virtuale
I jihadisti rincorrono ogni novità della comunicazione elettronica, si dimostrano capaci di utilizzare al meglio le nuove tecnologie e i nuovi modelli di comunicazione sociale e possono dimostrare di avere convertito alla loro causa molti musulmani, giovani ma non solo, grazie alla propaganda diffusa attraverso i nuovi media. Ma in realtà il fenomeno riguarda tutto l’islam, soprattutto quello costituito dalle comunità di emigrati in paesi dove i musulmani sono minoranza. Lo ha spiegato bene Olivier Roy nel suo libro Global Muslim: «La proliferazione dei siti internet è legata alla deterritorializzazione crescente di una popolazione musulmana (d’origine o convertita) istruita, che cerca di ricostituire uno spazio comunitario virtuale là dove la realtà socioculturale dell’ambiente circostante ignora o rifiuta la sua identità religiosa. È la perdita di evidenza sociale della religione che spinge a usare la Rete. Come può la Rete realizzare, anche virtualmente, gli obiettivi dei militanti? Vi sono due caratteristiche proprie della Rete, l’individualismo e il riferimento a una comunità virtuale egualitaria, che coincidono con due tendenze profondamente radicate nell’islam: l’individualizzazione (diluizione dell’autorità nella deduzione, nell’analogia a partire da un corpus iniziale riconosciuto da tutti e accessibile) e il riferimento a una comunità universale di credenti fondata sulla sola appartenenza religiosa. La Rete rafforza ed esacerba questa tendenza all’individualizzazione e alla costituzione di una comunità immaginaria, staccando la comunità religiosa dal contesto sociale, culturale e storico concreto in cui si era sempre realizzata».

L’ultima frase è quella cruciale per capire l’importanza che gli islamisti e i jihadisti annettono alle odierne tecnologie dell’informazione. Il loro obiettivo è sovvertire la storicità dell’islam, la realtà plurale e diversificata nel tempo e nello spazio dell’islam storico, che ha assegnato al jihad un ruolo marginale e per lo più spirituale. Il loro islam è dottrina eterna e priva di mediazioni storiche, e di essa il jihad costituisce il “sesto pilastro” (in aggiunta ai cinque obblighi canonici). Il proselitismo jihadista sfrutta la debolezza sociologica e psicologica dei musulmani di oggi, sradicati a causa dell’emigrazione, sballottati fra tradizione comunitaria e modernità individualista dai processi economici globali nei paesi dell’umma. E lo fa con gli strumenti di comunicazione più adatti. Internet prende l’individuo isolato e lo immette in una comunità virtuale diversa da quella reale alla quale fino a quel momento è appartenuto. Sostituisce un’appartenenza reale insoddisfacente con una virtuale soddisfacente.

L’appartenenza reale
I video del jihad presentano il mondo nei termini esclusivi di un campo di battaglia fra la verità e l’ipocrisia, dove la comunità dei veri credenti si scontra con gli apostati e gli infedeli. Il musulmano che si è già autoesiliato dalla indebolita comunità reale di appartenenza per trasferirsi mentalmente e affettivamente nella comunità virtuale, vede di fronte a sé la possibilità di un’appartenenza reale che gli permetta di sentirsi vivo dentro a una rete di rapporti e di ritrovare la stima di sé. La quale non sta in ciò che nel corso della vita si riesce a possedere, ma nella scoperta della capacità di darsi interamente a una causa superiore, se necessario al prezzo della vita.

Gli osservatori occidentali che si scandalizzano dello slogan jihadista “noi amiamo la morte più di quanto voi amiate la vita” si sono dimenticati la fenomenologia dello spirito hegeliana. Nella sua dialettica servo-padrone Hegel ha spiegato quello che è un concetto universale: chi è subalterno ritrova la libertà nel momento stesso in cui non ha più paura della morte di fronte al potere superiore che lo ha subordinato. A quel punto i ruoli si invertono: potente e ricco quanto si vuole, chi ha paura della morte è meno libero di chi quella paura l’ha vinta.

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2 Commenti

  1. giovanni scrive:

    L’ultima frase dell’articolo lascia sgomenti, c’è da augurarsi che si avveri quello che sogna Emanuele Sarti, (ma è un sogno!) oppure sperare in un intervento di Nembo Kid

    • Menelik scrive:

      Non temere, non si avvera.
      L’Occidente scoprirà quanto è vulnerabile.
      Scoprirà anche che la propria tana si difende fino all’ultimo, senza eccezioni e senza sconti.
      Parte dell’Occidente lo sta già capendo adesso, per il resto, verrà il tempo anche per loro.

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