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Moviola in campo? Viva i gol fantasma

febbraio 28, 2012 Fred Perri

Dopo la svista di Tagliavento in Milan Juve sul gol regolare di Muntari, si è scatenato il pandemonio e tutti a chiedere l’intervento della tecnologia. Ma il calcio non è uno sport americano, con i suoi tempi morti, con il pop-corn e l’hot dog, con la Coca-Cola e i ragazzini da portare in bagno. Il calcio non si può permettere tutto questo. Il calcio vuole rimanere uno sport umano. Cioè pieno di errori.

Anticipiamo alcuni stralci dell’articolo “Chi ha paura dell’uomo in nero?”, che uscirà sul settimanale Tempi 09/2012, in edicola giovedì 1 marzo.

(…) A che punto siamo con arbitri, moviole e affini a livello italiano ed europeo? Innanzitutto partiamo dalla genetica. Nel nostro caso, come succede in politica, l’arbitro (il giudice) è buono fino a quando non danneggia me, i miei cari o i miei amici, perché se succede, allora partono i distinguo. Così è anche nel calcio.
Mourinho, per esempio, che con l’Inter ha vinto tutto e quindi doveva solo tacere, siccome è un dritto e aveva capito l’andazzo italico, l’ha messa in rissa con gli arbitri fin dal primo giorno. Il mitico guru di Setubal aveva sentenziato: «In Italia le partite durano sette giorni». E lui ha praticato, alla grande, lo sport nazionale. È riuscito nella non facile impresa di far apparire – e c’è gente che ci ha pure creduto – la squadra più forte d’Italia e d’Europa (l’Inter fino a due anni fa) come perseguitata da un oscuro Politburo. Ha fatto il segno delle manette come non si è sognato di fare neanche il povero Khodorkovsky (non è una mezzala russa, ma il magnate nemico di Putin a cui il sodale del Berlusca ha fatto fare una brutta fine). 

(…) Quindi possiamo dire con certezza che non c’è nessun complotto, ma neanche nessuna paura di fischiare un rigore alla Juve. Succede così, talvolta, come diceva Boskov: «Rigore è quando arbitro fischia». I nostri arbitri attuali non sono né meglio, né peggio di quelli che si aggirano per l’Europa. Però propenderei per il meglio. Certo la generazione Collina (adesso responsabile europeo alle dipendenze di Platini) era meglio anche da un punto di vista internazionale, ma in generale il livello medio è buono e per me, come era prima del 2006 e com’è anche ora, gli arbitri non hanno mai condizionato un campionato. Alla fine chi doveva vincere ha sempre vinto e chi doveva perdere ha sempre perso. La Juve ora si lamenta, ma finora, dal 2006 a oggi, ha ottenuto i piazzamenti che si meritava. Questo è. 

(…) La situazione è fluida e da quando non c’è più l’uomo nero, anche la richiesta della moviola in campo si è fatta più indistinta, meno pressante. Resiste ancora, è vero, specie nelle tv private, dove i saltimbanchi che si aggirano per quelle trasmissioni lunghissime devono pur inventarsi qualcosa per passare le ore. In generale il movimento “pro moviola in campo” è un po’ sbandato, anch’esso vittima della scomparsa di un destinatario verso cui indirizzare la lotta. Insomma senza il Grande Satana non si sa bene a chi gridare “governo ladro”. 

Sicuramente la moviola, i replay, sono entrati nel calcio in maniera prepotente. Forse già ora c’è una regia che avverte gli arbitri, almeno c’era il 9 luglio 2006, la notte di Berlino, perché della testata di Zidane non si era accorto nessuno, prima delle riprese televisive. Secondo una corrente di pensiero, questo tipo di supervisione è presente nelle partite che contano, tipo la finale dei Mondiali. Però solo per fatti clamorosi, ad esempio a Johannesburg, nel 2010, Van Bommel scampò una certa espulsione per un’entrata assassina su Iniesta. In questo caso nessuno aprì bocca o meglio nessuno teneva acceso il video. In Sudafrica il problema di un controllo elettronico del pallone fu posto in modo particolare per il gol non visto di Lampard in Inghilterra-Germania. L’inaffondabile Sepp Blatter, gran capo della Fifa, promise migliorie in questo senso, finse di aprire a un sensore elettronico almeno per le porte, manifestò accoglienza per le idee sulla moviola. Passata la festa, gabbatu lu santu. Non se n’è fatto nulla. 

A livello internazionale è stato solo Michel Platini ad avviare un tentativo di riforma, con l’inserimento degli arbitri di porta in tutte le competizioni dell’Uefa. Qualcosa hanno migliorato, almeno in fatto di gol farlocchi, in un senso o nell’altro. Adesso c’è anche chi ha proposto di mutuare l’occhio di falco dal tennis. L’occhio di falco è quella specie di moviola elettronica che governa le palle sospette. Ogni giocatore può richiedere questa migliore “vista” per tre volte a set. Quindi non può sprecare una chiamata a casaccio. Qualcuno vorrebbe applicarlo al calcio. Non la moviola su tutto, che non finisce più, ma ogni squadra può chiedere, due o tre volte a partita, che l’arbitro riveda un’azione. A differenza di quello che succede sul campo da tennis (dove la visione è pubblica), però, sarebbe solo il direttore di gara a osservare il filmato e a decidere se cambiare la propria decisione o meno. Affascinante, ma scarsamente realizzabile perché si tratterebbe, seppur mascherata, dell’introduzione della moviola. E tutti i dirigenti che contano a livello internazionale, da Platini a Blatter, non vogliono che si scavalli verso l’elettronica, perché si comincerebbe una sorta di rivoluzione che il calcio non si può davvero permettere.

Il calcio non è uno sport americano, con i suoi tempi morti, con il pop-corn e l’hot dog, con la Coca-Cola e i ragazzini da portare in bagno. Il calcio non si può permettere tutto questo, ecco perché, alla fine, l’arbitro di porta di Platini si rivelerà l’unica concessione all’ossessione del controllo. Anche perché, l’ossessione della moviola è un vezzo tutto italiano. Altrove non c’è l’accanimento voyeuristico che ci contraddistingue, al punto che solo in Italia esiste pure la “Moviola alla radio”. 

(…) Non c’è nessun complotto, nessuna trama oscura, nessun disegno criminale. C’è solo l’uomo con i suoi pregi e con i suoi difetti, c’è un tizio che non era un agente della gestapo prima e non è la vispa teresa oggi, ma ha due occhi, due gambe e un intuito più o meno sviluppato. A volte ci prende, a volte no. Si dice, si scrive, si cerca di farlo passare come il Caronte del football. Di qua lo spettacolo, di là l’assenza di spettacolo, di qua il paradiso, di là l’inferno. Si pensa che il prodotto interno lordo di una squadra di calcio dipenda da un rigore dato o non dato, da un fuorigioco visto o non visto. È un classico modo di pensare italiano. Accusare uno di tutto il male per dormire sonni tranquilli. 

E invece l’arbitro sbaglia, ma non meno di un dirigente che acquista un giocatore infortunato o che non può giocare la Champions League, di un allenatore che mette in campo una formazione sballata, di un calciatore che sbaglia un controllo, un gol, una facile presa in tuffo, di un presidente che butta i soldi dalla finestra, dei tifosi che non hanno pazienza e fischiano al primo errore, della mancanza di futuro perché i giovani non giocano e se succede hanno una sola occasione e se la falliscono vengono bollati a vita. E invece l’arbitro è uno di noi. Mi dispiace, ma sono favorevole ai suoi errori, come sono favorevole ai miei. Preferirei non commetterli, ma anch’io, nella mia sommità, sparo qualche sventagliata di cazzate. Per cui questo è il gioco. Gli arbitri sbagliano e il bello è proprio questo. Oggi per me, domani per te. E alla fine chi arriva primo se l’è meritato. Io questo penso. Fanculo la tecnologia, zitti e giocate.

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