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Movimento dei Forconi, dopo la protesta la Sicilia conta 500 milioni di euro di danni

gennaio 24, 2012 Chiara Rizzo

Dopo una settimana di proteste, la Sicilia è in ginocchio. Si stimano danni per 500 milioni di euro e perdite nel settore agricolo, il più colpito, di più di 50 milioni di euro. Ora a rischio ci sono duemila posti di lavoro e i leader del movimento dei Forconi si dividono

La Sicilia che si sveglia dopo la protesta del movimento dei Forconi sembra vittima di un incubo. Nel siracusano, patria del pomodorino di Pachino, il Consorzio omonimo calcola il pericolo di mandare in fumo 1,2 milioni di euro per il mancato trasporto degli ortaggi verso tutti i mercati, italiani ed esteri. A Caltanissetta, a parte le code interminabili ai distributori di benzina riaperti solo sabato (come nel resto dell’isola), sono stati necessari presidi delle forze dell’ordine in tutte le aree di servizio per garantire l’ordine pubblico: stabilito un limite al pieno di benzina, 20 euro per le auto, 10 euro per chi si presentava con i bidoncini. In Prefettura istituita un’unità di crisi per la distribuzione del carburante, così come a Trapani, dove migliaia di automobilisti sono rimasti in coda ai distributori, ma senza poter fare il pieno per la fine delle scorte. A Palermo file da due chilometri presso ogni distributore, con gente organizzata con panini e coperte per presidiare i distributori fin dalla notte precedente: Carmelo Giorgio, agli arresti domiciliari per furto, è stato arrestato perché era evaso per andare a fare il pieno alla sua Punto.

A Catania la Camera di commercio ha decretato l’abolizione di tutti i turni di riposo e di orario – compresi i notturni – dei benzinai per affrontare l’emergenza. Chi può lavora tutto il giorno per smaltire le lunghe file di auto a caccia di pieno. Anche nell’agrigentino ci sono state code notturne tra venerdì (quando a mezzanotte è terminata la protesta dei Forconi) e sabato presso i distributori di benzina e, a causa del blocco della scorsa settimana, non c’è disponibilità di bombole di gas nel più grande deposito della provincia. A Enna supermercati e piccoli negozi alimentari hanno registrato il tutto esaurito: sabato mattina è stato preso d’assalto il mercato dei contadini che si tiene in città. A Ragusa si è evitato per un soffio il macello coatto di 500mila galline, a cui gli allevatori sarebbero stati costretti se i Forconi avessero proseguito di qualche ora la protesta, mentre 2 milioni di uova stavano per marcire.

Impressionante il bilancio numerico dei danni provocati, che si aggira tra i 300 e i 500 milioni di euro, con un’impennata delle richieste di Cassa integrazione: a rischio, tra Palermo e Catania, ci sono duemila posti di lavoro. Il settore più colpito è quello dell’agricoltura, a cui – secondo le stime di Coldiretti –  la protesta sarebbe costata almeno 50 milioni di euro, a cui Confidustria aggiunge altri 50 milioni per i danni provocati alle imprese. Il presidente di Confagricoltura Sicilia, Gerardo Diana ha denunciato: «Nella Sicilia sud orientale (la zona di massima produzione di agrumi e prodotti dell’orto, oltre che di vini e formaggi) sono stati stimati 20 milioni di euro di danni solo nei primi quattro giorni di protesta». Un bilancio altissimo, aggravato dalle perdite nel settore degli agrumi, prodotto principe dell’economia isolana, esportato con successo all’estero (ma i produttori sono stati impossibilitati per un’intera settimana ad inviare la loro merce).

Federica Argentati, presidente del distretto Agrumi di Sicilia commenta: «Gli agricoltori mi chiamano disperati, sono sull’orlo del fallimento e non possono pagare le maestranze dopo i danni di questi giorni». Confcommercio e Confesercenti hanno chiesto lo stato di calamità, la Compagnia delle opere Sicilia Orientale si dice convinta che «la forma che ha assunto questa protesta non sia la risposta adeguata a una crisi già presente, di cui subiremo gravi ripercussioni nei tempi futuri». Intanto il movimento dei Forconi è già diviso. Da una parte uno dei leader, Martino Morsello, pronto a spostare la protesta a Roma per incotrare Mario Monti e chiedergli «una moneta popolare, il blocco dei prodotti agricoli provenienti dalla Cina e dagli altri paesi, il costo dell’energia elettrica a 3 centesimi di euro e di benzina e gasolio a 70 centesimi». Dall’altra parte l’altro leader, Mariano Ferro, che ha contrattato con il presidente della Regione Siciliana Raffaele Lombardo e alla fine venerdì ha dichiarato la fine del fermo: «Si è messo in moto il buon senso. La rabbia va governata, i siciliani non possono sopportare ancora il fermo dei trasporti, non dobbiamo farci detestare dalla gente». Per questo motivo Ferro, insieme al terzo leader Franco Calderone, ha espulso Morsello dal movimento. 

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