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Morto Emilio Riva, il “re dell’acciaio”

aprile 30, 2014 Chiara Rizzo

Milanese, iniziò nel 1956 vendendo rottami di ferro. Negli anni arrivo alla guida del quarto gruppo mondiale nel settore. Aveva acquistato l’Ilva nel 1994. Nel 2012 la vicenda giudiziaria: è morto dopo una lunga malattia

È morto a 88 anni Emilio Riva, proprietario storico dell’Ilva che – oltre allo stabilimento di Taranto al centro di inchieste della magistratura – era parte di un colosso dell’acciaio a livello mondiale, con 17 unità produttive nel nostro paese e altre 7 tra Francia, Tunisia e Grecia. Riva era malato da tempo, si è spento nella sua abitazione a Malnate, in provincia di Varese.

IL CASO TARANTO. Riva era stato per un anno agli arresti domiciliari, dal 26 luglio 2012 sino al luglio 2013 ed era stato rinviato a giudizio con altri 53 imputati nell’inchiesta sul disastro ambientale per l’Ilva di Taranto (l’udienza si terrà il 19 giugno). Era accusato, tra l’altro di associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, ma di recente era finito sotto inchiesta in un filone collaterale a quello tarantino: il gup di Milano Anna Maria Zamagni lo aveva rinviato a giudizio insieme ad altri due dirigenti del gruppo Ilva e ad un ex manager londinese della Deutsche Bank per una presunta maxi evasione fiscale da 52 milioni di euro realizzata nel 2007.

IL RAGIUNATT. Benché negli ultimi anni tali indagini lo avessero reso una figura controversa, Riva, che amava farsi chiamare “Il ragiunatt”, resta comunque uno degli esponenti di punta dell’imprenditoria e del capitalismo italiano degli ultimi 60 anni, o come lo definisce oggi il Sole 24 ore, “uno dei grandi vecchi della siderurgia italiana”. La sua è stata infatti una vicenda per certi versi simbolo dello sviluppo del Belpaese: Emilio Riva ha mosso i primi passi come commerciante di rottami con il fratello Adriano a Milano (città dov’era nato nel quartiere dei Navigli). Già un anno dopo i due aprirono però il primo forno elettrico delle Acciaierie e Ferrerie Riva di Caronno Petrusella (Va), il primo passo verso un successo economico che ha portato il gruppo Riva nel solo 2013 (anno comunque di crisi per le vicende giudiziarie)a produrre 5,7 milioni tonnellate di acciaio, di cui il 25 per cento esportata all’estero, con 16.200 dipendenti diretti e altre 10-12mila persone coinvolte nell’indotto. Riva si è sempre contraddistinto per una gestione personale dell’azienda, anche quando questa era un colosso dell’acciaieria. Un esempio è il giorno in cui fu accusato e arrestato, nel 1975, per l’omicidio colposo per un incidente avvenuto a Caronno, i suoi dipendenti ricordarono che Riva anche in quell’occasione ripeté una sua frase consueta: «Finché non esco io, la fabbrica resta chiusa e senza lavoro». L’incidente con la giustizia fu solo il primo, ma Riva era stato per altre tre volte rinviato a giudizio quindi assolto.

L’ACQUISIZIONE DI ITALSIDER. Il successo di Riva era decollato nella Milano del grande boom degli anni ’60. In una delle poche interviste rilasciate nel corso degli anni, aveva dichiarato: «Non compro mai quando va bene, compro quando va male». Così negli anni ’70 era arrivato alle prime acquisizioni all’estero, in Spagna e Francia, poi con la crisi mondiale dell’acciaio e la caduta delle grandi aziende italiane (compresi i rivali milanesi Falck). «Io non sono un capitalista, ma un imprenditore industriale. I capitalisti comprano le aziende, le risanano, le rivendono. Vanno in Borsa. Speculano. Io sono diverso. Sono un datore di lavoro» ha spiegato Riva in un’altra intervista. Di sicuro Emilio è passato alla storia non come datore di lavoro, però, ma come il patron dell’Ilva: il gruppo ex Italsider, acquisito dall’Iri nel 1994, in una controversa operazione, dato che molti sono gli esperti che hanno parlato di “svendita”. L’economista del Corriere della sera Massimo Mucchetti così la ricostruiva: «Nell’aprile 1995, il centro siderurgico di Taranto più altri impianti minori, caricati di un miliardo di debiti, vennero venduti al gruppo Riva al prezzo di 660 milioni. Tolto il debito, il capitale della Riva ha un valore stimabile in 10,5 miliardi, per due terzi derivante dall’Ilva. In 12 anni l’investimento Ilva si è rivalutato di 10 volte». Nel 2006, l’anno di grazia del Gruppo Riva, il fatturato complessivo raggiunse i 9,4 miliardi di euro. Riva aveva lasciato l’incarico di presidente nel 2011, lasciando il posto al figlio Nicola (rimasto in carica fino al luglio 2012, quando venne sostituito da Bruno Ferrante. Alle dimissioni di questi, nel maggio 2013, è iniziato il commissariamento dell’Ilva, affidata a Enrico Bondi).

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