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Morte a Venezia del cinema italiano

settembre 22, 1999 Frangi & Stolfi

Senza ombrello, sotto il temporale di Frangi&Stolfi

La lagna si ripete ormai da una quantità di anni: ad ogni festival, ad ogni bilancio di stagione si scopre che il cinema italiano fa pena. A Venezia la lagna si è ripetuta. Il direttore della mostra s’è scusato dicendo che i grandi calibri del cinema italiano erano tutti al lavoro e nessuno ha potuto portare i propri film al festival. Poi li ha elencati: Tornatore, Salvatores, Soldini. In cuor nostro ci siamo detti: per fortuna, e speriamo che i loro lavori durino a lungo, molto a lungo… (ma caro Barbera, caro Kezich perché manca Benigni nei vostri elenchi? Forse non è più di sinistra o è di una sinistra fuori schema? Forse non è abbastanza triste e incassa troppo per fare buon cinema? Già da come si compilano gli elenchi dei nomi si capisce quanto sia bacata la mente dei reggitori del cinema italiano…). La realtà è questa, crudelmente: il cinema tricolore è un miserabile mortorio perché cullato da una cultura di sinistra baronale, perché malato d’accattonaggio statalista, perché ha portato alla ribalta personalità straordinariamente mediocri. È un cinema che non sa cosa sia una storia (ma l’avete visto il tanto decantato Fuori dal mondo con Margherita Buy? Vi sembra possa essere minimamente credibile una storia come quella?), che non ama la realtà (e amare la propria realtà vuol dire darle quella dignità che la rende interessante anche a Lugano, cioè al di là di un confine. Invece il cinema italiano racconta sempre realtà da cortile, che fanno sussultare tutt’al più i quattro sfigati che stanno tra quelle mura). Ma non vogliamo intristirvi ulteriormente. Piuttosto vi diamo conto di un lampo di grandezza, per capire che non tutto è irrimediabilmente perduto. Quest’anno infatti ricorre il cinquantenario di uno dei più straordinari e malmenati film della storia del nostro cinema: Stromboli terra di Dio, del grande Rossellini. Per celebrare l’anniversario la comunità isolana ha editato un bel libro fotografico in cui si raccontano tanti retroscena di quel film (che è una specie di Green card all’italiana: un’esule lituana – Ingrid Bergman – sposa un isolano per ottenere la cittadinanza e poi cerca un’impossibile fuga da quella nuova prigionia). Rossellini volle sul set, a parte l’amata Ingrid, solo attori locali. Compreso il fortunato che avrebbe dovuto sposare la Bergman. Ma al momento top quel contadino si bloccò perché intimidito dal dover picchiare la grande attrice come il copione prescriveva. Dopo tanti tentativi inutili, Rossellini prese il suo attore improvvisato, e mimò con lui la scena picchiandolo all’impazzata. Effetto immediato: Mario Vitale – questo era il suo nome – girò la scena memorabile infierendo sulla povera Bergman. Che al termine della ripresa, prima guardò Rossellini, infuriata, dandogli del pazzo. Poi si calmò e disse: “È la più bella scena che abbia mai girato”. Ecco, questo era il cinema italiano.

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