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Morte (bianca) agli infedeli

agosto 25, 1999 Zottarelli Maurizio

La dorsale Adriatica alle organizzazioni arabe che autofinanziano
l’integralismo (anche terrorista) islamico. Milano agli albanesi.
Torino ai maghrebini. Verona e Caserta ai nigeriani. Mentre dal
Nord Europa e dalla Svizzera siamo invasi da molteplici varietà
di ecstasy e allucinogeni chimici che circolano nelle discoteche
italiane e devastano il cervello dei nostri giovani. Sulla scorta
di informative Digos, Polizia, Carabinieri, procure antimafia e notizie riservate raccolte da Tempi, ecco una mappa del traffico della droga
in Italia. E se le città italiane sono strette dalla morsa delle gang
di spacciatori, un allegro opuscolo del Consiglio dei Ministri non ha altro da consigliare ai giovani che “non farsi troppo”, comunque “non più di una dose a sera”e “usare i preservativi”

Sette mesi dietro a un fiume di danaro che da Bologna portava dritto in Algeria e in Marocco. E che nel capoluogo emiliano si disperdeva in mille rigagnoli, da Rovigo a Pordenone, da Ferrara ad Ancona. Ma poi alla fine gli uomini della Digos, della squadra mobile di Bologna e del Nucleo prevenzione crimine, dopo notti di appostamenti, riuscirono a mettere le mani anche su quell’organizzazione di 23 persone. L’operazione era stata denominata “Al Hanch As Sam ”, “serpenti velenosi”, l’appellativo usato dagli spacciatori arabi nei confronti dei poliziotti. Correva la notte dell’11 giugno 1999, vigilia di questa bella estate di bulli, pupe e sballo.

Bologna: l’Islam connection È stata una delle più importanti operazioni antidroga condotte quest’anno dalle forze dell’ordine. Basti pensare che la banda di spacciatori smerciava oltre 2 chili di eroina e 20 chili di hascisc al giorno, per un incasso quotidiano di 250 milioni di lire. Ma il fatto più inquietante dell’intera vicenda è che le forze di polizia erano arrivate alla banda di spacciatori seguendo il filo di tutt’altra inchiesta, e precisamente quella che aveva preso avvio da un’informativa del Sismi, il servizio segreto militare, e che aveva portato all’arresto – sempre a Bologna, nel settembre 1997 – di un gruppo presunti terroristi islamici. Nelle indagini successive agli arresti gli inquirenti arrivarono a quella organizzazione spacciatori che aveva una strana peculiarità: nonostante gli straordinari guadagni tutti i membri della banda (compresi i capi, Mohamed Nadi, marocchino, 34 anni, Abdellatif Bouregga, marocchino, 31 anni, Noureddine Menasria, algerino, 41 anni, tutti incensurati e a detta degli investigatori dell’Antimafia “dalla vita specchiata”) vivevano nella più completa indigenza. Dove finivano dunque i soldi della droga? Secondo il Sismi i proventi del traffico andavano direttamente nei paesi d’origine per finanziare le organizzazioni del terrorismo islamico. Nessuno degli arrestati aveva precedenti per terrorismo, ma certo si trattava di una gang ben strutturata, in grado di muoversi in una rete sommersa di complicità dal Veneto alle Marche e i cui canali di approvvigionamento partivano da Bangkok e passavano da Parigi.

Del resto Bologna rappresenta uno snodo cruciale tanto per il traffico di stupefacenti che arrivano dall’Albania via Puglia, quanto per i rifornimenti che giungono da Milano. Bologna è inoltre la porta per il formidabile mercato della riviera romagnola e per quello veneto. Già nel ’98 intorno alla stazione bolognese si erano concentrate numerose indagini che portarono all’arresto e all’identificazione di diversi spacciatori, tutti collegati tra loro e in gran maggioranza originari del porto tunisino di Sfax . Nel febbraio scorso i carabinieri avevano poi scoperto un altro centro di spaccio all’aperto nei pressi dell’università, documentato dai militari con filmati tv e, anche in questo caso gestito da tunisini e marocchini.

Rimini, mercato arabo Ma da Bologna le piste portano dritto nella riviera romagnola, regno delle discoteche, della vita notturna e che detiene il triste primato delle morti per overdose da oppiacei (dal ’94 al marzo ’98 65 decessi). Un’informativa della narcotici della Squadra mobile di Rimini traccia la storia delle operazioni antidroga condotte negli ultimi anni in riviera. Dalle indagini risulta che lo spaccio è sempre riconducibile a organizzazioni di extracomunitari che in molti casi hanno soppiantato gli spacciatori italiani conquistando il controllo dei punti strategici come la stazione, il palazzetto dello sport e il mercato coperto. L’informativa identifica quattro gruppi dominanti: quello di “Mohamed Alì (Labbane)”, un secondo di “Adel di Gatteo Mare”, il gruppo di “Adel della Golf bianca” (non ancora identificato) e un ultimo definito dei “ragazzini emergenti” per la presenza di numerosi minorenni. Il quadro è quello di gruppi, talvolta in lotta tra loro, ma all’interno compatti (“non esiste un extracomunitario che non sia collegato ad un altro suo connazionale” si legge nell’informativa), dove lo spaccio è considerato una forma di commercio e di sostentamento come un’altra. Anzi, rappresenta una “cosa per loro importante” perché consente alla criminalità araba “di sottomettere altre persone tra cui alcuni giovani italiani, che devono necessariamente far capo a loro per la droga”. “Una giostra”, come sottolinea l’informativa, in cui “vittime e carnefici girano sempre nel loro ambiente” e dove gli stessi “giovani tossicodipendenti sono spesso costretti a diventare spacciatori per procurarsi il fabbisogno quotidiano”. Una giostra tragica che negli ultimi anni ha portato a un’escalation di morti dovute in gran parte al “taglio dell’eroina che viene effettuato con i più disparati prodotti farmaceutici”.

Verona, coca nigeriana, hascisc maghrebina Se invece che a Sud ci spostiamo verso Nord-Est, il quadro si ripresenta costante. Per il Veneto è Verona la piazza principale di smercio. In un’intervista rilasciata l’anno scorso al mensile “Polizia Moderna”, l’ex questore di Verona Nicola Izzo spiegava che la “malavita veronese aveva trovato contatti diretti con i turchi” ma, dopo le grandi operazioni del ’94 che portarono a 450 arresti, “il mercato della droga è finito in mano agli extracomunitari, senza l’egemonia di una determinata etnia su un’altra: ai nigeriani cocaina ed eroina dall’Estremo Oriente, ai nord africani hascisc, scomparsi ormai turchi e colombiani”.

Milano violenta (e albanese) Ma la città chiave per le rotte nazionali della droga è Milano. Tradizional-mente la mafia dominante nel capoluogo lombardo è la ’ndrangheta calabrese, ma negli ultimi anni il panorama sta cambiando, soprattutto per il ruolo di primo piano che sta assumendo la criminalità albanese. Già nel 1998 Maurizio Romanelli della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano osservava una “progressiva sostituzione” o la nascita di alleanze tra ’ndrangheta e albanesi. Per esempio nel settore del “fumo” sembra siano i boss albanesi a tenere le redini del commercio. “In realtà – osservava Romanelli – non si tratta di un tirarsi indietro dell’ndrangheta. Semmai quello che caratterizza alcuni gruppi albanesi è la capacità di imporsi nel mercato della marijuana, merce che a Milano è sempre stata scarsa e che gli albanesi hanno saputo introdurre ricoprendo tutte le figure: sono produttori, trasportatori, grossisti e venditori. Per la marijuana ormai sono autentici imprenditori, e senza concorrenti”. Diverso il caso dell’eroina. “Sì, perché richiede anche il controllo del territorio”, dice Romanelli, e quindi è ancora saldamente in mano ai calabresi. Ma anche qui qualcosa sta cambiando. “In alcune indagini è emerso che le famiglie turche, da molto tempo presenti a Milano, si affidano a gruppi di albanesi per l’organizzazione del trasporto dell’eroina. I turchi portano la droga in alcune basi dei Balcani dove viene presa in carico dagli albanesi che la trasportano a Milano”. Il che presuppone organizzazione e una certa affidabilità. “In passato accadeva spesso che gruppi calabresi prendessero il carico e ammazzassero il trasportatore o addirittura il referente delle famiglie turche. Questo perché i turchi non disponevano di gruppi di fuoco. Gli albanesi invece le armi le hanno e sono anche pronti a usarle, come hanno già fatto”. In ogni caso le indagini evidenziano che siamo di fronte a una situazione in evoluzione con rapporti di potere tutt’altro che stabili. Il che, come gli avvenimenti degli ultimi mesi confermano, lascerebbe intendere il rischio di una recrudescenza della lotta tra gruppi criminali: “Ci sono stati diversi omicidi a Milano, magari connotati da estrema violenza – concludeva Romanelli – che ancora ci apparivano in un’area che era certamente criminale, ma anche con connotazioni di forte disagio e marginalità; pensandoci adesso forse non era solo disagio, ma ora abbiamo più elementi per capirlo”.

Tutte le piste (balcaniche) portano a Zurigo Da Milano, la via verso l’Europa passa dalla Svizzera. “Diciamo che gli albanesi rappresentano una sorta di manovalanza, violenta, omertosa e ben organizzata” spiega a Tempi il tenente Orlando Gnosca, responsabile della sezione stupefacenti della polizia cantonale del Ticino “ma non hanno potuto soppiantare in pochi anni organizzazioni molto più solide a radicate della loro”.

Fino a una quindicina di anni fa quella di Fino Mornasco era la principale piazza di rifornimento per i tossicodipendenti ticinesi. Negli ultimi anni le vie di rifornimento si sono moltiplicate e tutte le piste della droga passano dai Balcani, comprese quelle che giungono dall’Italia via Bari, oppure attraverso il Veneto passando dalla Croazia e dalla Slovenia. Lo stesso canale talvolta porta in Austria e da lì in Svizzera; in altri casi la droga passa attraverso piste più “alte”: Bulgaria, Romania, Slovacchia, repubblica Ceca e infine Germania. Tutto ciò ha fatto sì che la principale piazza di rifornimento per l’intera Svizzera diventasse Zurigo, anche perché è la città con la più alta concentrazione di albanesi.

“I quali – continua il tenente Gnosca – hanno realizzato una sorta di servizio capillare di distribuzione e dai centri di accoglienza degli asilanti gestiscono l’intero spaccio di eroina. Ovviamente per conto di altre organizzazioni, libanesi, turche, calabresi o siciliane che siano”.

Torino. Gli inquirenti lavorano su dati vecchi di 5 anni Porta Palazzo, il più antico e tradizionale mercato torinese. Una sorta di microcosmo, in cui alla gente comune si mischiano tossicodipendenti, spacciatori, borseggiatori e dove si concentrano traffici di ogni genere. I vecchi palazzi popolari in decadenza che stringono le vie intorno al mercato mostrano insegne in arabo, testimonianza, così come la moschea, della massiccia presenza di extracomunitari. Scendendo per via Borgodora, verso il vecchio Arsenale, si incontrano quasi solo immigrati di colore e qualche clochard che si è costruito un monolocale con brandina, comodino e Tavernello.

“Ciò che sappiamo – ci spiega Marcello Maddalena, a capo della direzione distrettuale antimafia di Torino e da anni in prima linea nella lotta alla criminalità organizzata – si riferisce alla situazione di qualche anno fa. Per avere un quadro chiaro dell’evoluzione criminale servono, infatti, alcuni anni. Per esempio, in questi anni si sta chiarendo la storia di Torino criminale fino agli anni ‘94-’95: diciamo che c’è un ritardo medio di 5 anni”. Ma anche a Torino si percepiscono i segni di una tendenza consolidata. “Certo – prosegue Maddalena – possiamo dire che le organizzazioni criminali sorte con l’immigrazione sono in espansione, ma non hanno soppiantato le organizzazioni nostrane, in particolare, per quanto riguarda le grandi città del Nord, la ’ndrangheta”. L’impressione è che le organizzazioni di origine araba siano dotate di strutture più raffinate rispetto a quelle dei gruppi albanesi. “Le organizzazioni islamiche – spiega Maddalena – sanno mimetizzarsi meglio nel tessuto sociale e cercano di non arrecare disturbo e di farsi notare il meno possibile. Peraltro se per comunità islamiche intendiamo quelle di provenienza iraniana o magrebina, si tratta di gruppi che dimostrano una certa compattezza, ma spesso non si dedicano in attività criminose in Italia, ma fungono da sostegno ad attività di tipo terroristico condotte all’estero, per esempio in Francia”. Si potrebbe, perciò, ipotizzare che il traffico di droga serva a finanziare attività terroristiche? “È possibile, anche se finora ci siamo imbattuti in gruppi islamici organizzati per fornire supporto logistico, come la produzione di documenti falsi, reperimento di basi e simili, per attività terroristiche condotte all’estero. Per quanto riguarda lo spaccio posso dire che è documentata l’esistenza di buoni rapporti tra le organizzazioni siciliane e calabresi e queste emergenti”.

Oro rosso?

No, eroina bianca Lo scenario è quello di piccole organizzazioni in crescita e in alcuni casi dotati di grande aggressività, ma soggette al controllo delle organizzazioni nostrane che si inseriscono nelle sacche di emarginazione connesse con il massiccio fenomeno di immigrazione. Emblematico il caso del casertano. Negli anni Ottanta la forte richiesta di manodopera per la raccolta dei pomodori, richiamò in quella zona migliaia di immigrati dai paesi dell’Africa Centrale (in particolare dalla Nigeria) e dal Maghreb. I nuovi arrivati si concentrarono nei comuni di Villa Literno e Castelvolturno, sulla costa Domizia, formando autentici ghetti. Ma quando tra il ’94 e il ’95 la stagione dell’“oro rosso” volge al termine, i gruppi di immigrati cominciano a dedicarsi alle attività criminali. Nell’area Domizia, vicino al mare e lungo la statale, zona ideale di grande percorrenza, con ampie pinete e seconde case spesso disabitate e lontano dai grossi centri dominati dalla camorra, si impongono le organizzazioni nigeriane, formate da piccoli gruppi divisi per appartenenza tribale e dedite alla prostituzione e allo spaccio. I nigeriani si specializzano nello spaccio di eroina che trattano con estrema perizia (nel ’98 venne arrestato con mezzo chilo di polvere, bilancini e stagnola Charles Ariyo, detto “il dottore” per la sua abilità nel tagliare la droga) e soprattutto introducono una nuova modalità di consumo: il kobret, l’eroina a palline che in breve conquista il mercato della zona e poi si diffonde nel napoletano fino a fare la sua comparsa anche a Milano e Torino. Si tratta di palline di colore scuro avvolte nella carta stagnola dal costo minimo (15-20mila lire) e con una composizione variabile su una base di eroina. Si assumono fumandole in una pipa e hanno quindi un effetto molto più breve di una dose iniettata in vena, ma rappresentano un’ottima risorsa per tossicodipendenti disperati che, secondo gli operatori dei centri di assistenza, possono arrivare ad assumerne anche 30 o 40 in un giorno. Finendo poi per dipendere totalmente dagli spacciatori nigeriani.

Impennata di detenuti immigrati tossicodipendenti Tra gli extracomunitari la percentuale di spacciatori divenuti tossicodipendenti è particolarmente alta. Nella diffusione della criminalità e della tossicodipendenza tra gli extracomunitari nelle grandi città del centro-nord, le statistiche rilevano un processo (già osservato tra i neri negli Stati Uniti) di graduale sostituzione degli italiani con gli immigrati. Se in un carcere come quello di S. Vittore a Milano solo agli inizi degli anni ’90 era raro trovare un detenuto extracomunitario, oggi nel reparto dei tossicodipendenti la maggioranza dei detenuti per reati legati a detenzione e spaccio di droghe (art. 73) è composta da stranieri. Dal 1992 al 1997 in Italia si riscontra una diminuzione di tossicodipendenti detenuti (a 33.200 a 31.138), ma tra costoro gli italiani hanno registrato una diminuzione del 23,4%, mentre i tossicodipendenti stranieri sono aumentati ben del 133%. Nello stesso periodo la popolazione carceraria è aumentata da 78.749 a 92.438 unità, tra questi però gli italiani sono aumentati “solo” del 4,2%, mentre gli stranieri del 68,8%.

I numeri (poco attendibili) dell’immigrazione in Italia Questi dati riaprono tutti gli interrogativi sul problema di un serio controllo dell’immigrazione. In realtà, proprio su questo punto è quasi impossibile raggiungere cifre se non certe, almeno verosimili. Basti pensare che secondo i dati ufficiali del Comune di Milano, ad oggi in città sarebbero presenti 98.353 cittadini stranieri, dei quali 32.755 provenienti dall’Europa, 25.698 dall’Africa, 14.480 dalle Americhe, 34.339 dall’Asia e 149 dall’Oceania. Tra gli europei, 23.639 proverrebbero dall’Ue e 9.116 da altri paesi: per esempio molti certamente si rassicurerebbero ad apprendere che a Milano ci sono solo 1.367 albanesi (916 uomini e 451 donne), 172 bosniaci e 1.824 immigrati dalla Jugoslavia. E che dire delle 3 (tre) donne estoni (senza nessun connazionale maschio), accompagnate dalle 4 bielorusse, dalle 7 lettoni e dalle 5 lituane? Che probabilmente sono in cerca di compagnia maschile? Sconcertanti poi i dati, nazione per nazione, degli altri continenti. Secondo gli elenchi del comune non ci sarebbero più 5.253 marocchini tra uomini e donne, 1.214 tunisini, 452 algerini, 107 camerunensi, 209 nigeriani, 51 kenioti, 22 ruandesi, 10 ugandesi, 3 liberiani (uno deve essere il centravanti del Milan George Weah), le solite tre donne spaiate dallo Zimbabwe e un unico immigrato dalla Guinea Bissau (che non può che essere la tata di una famiglia che conosco io). Come si spiega che gli egiziani registrati sono 11.075 e i filippini 14.967? Semplice: a fronte di una massa di clandestini le cui stime le autorità sembrano guardarsi bene dal fornire, egiziani e filippini sono registrati regolarmente perché lavorano (i primi, spesso, in pizzerie e panetterie, di cui molti sono anche titolari; i secondi, perlopiù, in attività domestiche). Nel gennaio scorso, immediatamente dopo la raffica di nove omicidi che scosse la città, alla prefettura di Milano si tenne una riunione a cui parteciparono il presidente del Consiglio Massimo D’Alema e il ministro dell’Interno Rosa Russo Jervolino. Nel corso dell’incontro si discusse su cifre dell’ordine di 150mila clandestini nel solo capoluogo lombardo. Di questi, 62mila avrebbero presentato richiesta di sanatoria, e degli altri 90mila che ne è stato? A chiedere in questura ci si sente rispondere che potrebbero “aver chiesto la sanatoria in altre città”. Intanto, però, risultano a Milano. Ma dal gennaio da oggi, e dopo la guerra in Kosovo, il numero dei clandestini quanto è aumentato? Secondo indiscrezioni raccolte da Tempi, in seguito a quell’incontro di gennaio, la prefettura si è rivolta alle associazioni di volontariato per cercare un alloggio ai clandestini in attesa di permesso. Per esempio, la precedente giunta provinciale di Milano guidata dal centrosinistra, nel più assoluto silenzio e senza che la notizia trapelasse in alcun modo, ha messo a disposizione dei locali all’Idroscalo nei quali quotidianamente vengono accolti un’ottantina di clandestini che vengono “ritirati” alla stazione alla sera e lì riscaricati il mattino seguente. Se questo è quanto succede a Milano e se, come rispondono gli addetti ai lavori, “non ci sono i dati”, qual è la situazione nel resto del paese?

Il massacro dei giovani e gli opuscoli del Consiglio dei ministri Ma con l’ingresso nel mercato delle organizzazioni di extracomunitari, sono mutati anche i consumatori di droga. “Fino agli anni ’90 – ci racconta Maurizio Rotaris, responsabile del servizio SOS stazione della fondazione Exodus di don Mazzi che, in collaborazione con le unità mobili delle Asl si occupa di fornire assistenza sulle strade ai tossicodipendenti – il mercato degli stupefacenti si divideva, a parte la cocaina che riguardava una fascia di consumatori d’elite, in due grandi filoni: quello delle droghe leggere e quello dell’eroina. A partire dagli anni ’90 il mercato dell’eroina è entrato in crisi principalmente perché, soprattutto tra gli italiani, la consapevolezza dei rischi aumenta e la popolazione eroinomane difficilmente si replica”. Anche il timore dell’Aids deve aver fatto la sua parte ed è evidente che, stando così le cose, il mercato non poteva reggersi solo sul consumo di cannabis. “Si ha così una differenziazione dell’offerta – continua Rotaris, le cui osservazioni sono confermate dai dati del ministero dell’Interno – prevalentemente orientata verso sostanze stimolanti e allucinogene. E alla diversificazione dell’offerta, segue inevitabilmente una diversificazione della domanda”. Le nuove sostanze di sintesi, in particolare l’ecstasy si diffondono rapidamente tra i giovani (il sindacato delle discoteche ipotizza che in Italia siano fra i 300 e i 500mila all’anno i potenziali sperimentatori di droghe di sintesi, mentre gli esperti del settore hanno calcolato in circa 85mila i giovani tra i 15 e i 25 anni che nel tempo libero assumono regolarmente ecstasy e simili) soprattutto perché vengono percepite come “droghe sicure”: la stessa modalità di assunzione (senza la necessità di aghi e siringhe) che le allontana dallo stereotipo del tossicodipendente da eroina, del quale le ricerche evidenziano che i giovani hanno un’immagine estremamente negativa, fa sì che siano considerate come “non droghe”; infine, l’estrema varietà delle pasticche in commercio (la categoria dell’ecstasy ne annovera fino a 200 tipi, le fenitelamine e altri psicofarmaci altri 200) dà l’illusione di una possibilità di scelta pressoché infinita senza il rischio di rimanere dipendenti da nessuna. E se a Milano nelle discoteche si diffonde in breve, anche tra i più giovani, l’uso della cocaina, nelle discoteche di tutta Italia spopolano le pasticche con ritratti i personaggi dei cartoon e fumetti che in molti casi danno loro il nome, spesso mischiate tra di loro, con alcol e altre sostanze.

Un mercato nuovo, quindi, dall’aspetto quasi consumistico e che nel caso delle droghe sintetiche ha alle sue spalle organizzazioni olandesi e tedesche, che forniscono i cosiddetti “precursori” necessari a sintetizzare le sostanze nei vicini paesi dell’Est, in particolare in Polonia (spesso assoldano anche i chimici all’università di Varsavia), che producono quantità industriali di psicostimolanti a basso costo. A quanto ammonta il mercato delle droghe sintetiche in Italia? Anche in questo caso non si hanno dati: basti dire che gli ultimi resi noti dal nostro ministero degli Interni riguardano l’anno 1995. Senza contare la disinformazione che si moltiplica sui media e che non risparmia nemmeno gli opuscoli ministeriali che dovrebbero avere l’obbiettivo di combattere il fenomeno droga. E così, con l’intento di informare i giovani “senza criminalizzare il fenomeno” si finisce per redarne l’apologia, quasi incentivandone l’uso.

Si prenda ad esempio l’opuscolo recentemente distribuito dalla presidenza del Consiglio dei ministri e dal ministero degli Affari sociali, che avverte: se “ti cali troppo” ti fa male, “entri in para” e se “strafai finisci con il vomitarti sulle scarpe e sentirti uno schifo”. Non “fare la bestia” e regolati: l’importante è non “calare troppo e non troppo spesso”, “comunque, mai più di una cala a sera”. E se siete ragazze, spiega la presidenza del Consiglio, all’occhio perché quando hai calato “all’improvviso il mondo si popola di strafighi, che ti fanno l’occhio da triglia, anche Godzilla ti può sembrare bellissimo. Ma passato l’effetto il principe torna rospo: e ti rendi conto che ti sei fatta una storia che non ti va”. Allora, attenzione, “non farti chiunque ti passi sotto il naso”, “ma se ti capita di fare sesso”, “preservativo, please”, così eviti problemi. Già, in fondo, il problema di tutta questa storia è avere a portata di mano un preservativo.

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