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Morire a 16 anni per una dose di ecstasy mentre il mondo adulto si arrende alla droga

luglio 31, 2017 Francesca Parodi

Intervista a José Berdini (Cooperativa Pars): «I ragazzi sono lasciati soli e riempiono il loro vuoto con la droga. Criminale chiederne la legalizzazione. Serve il coraggio di andare controcorrente»

droga-ansa

Perché un adolescente decide di assumere della droga, cosa lo spinge a mettere a rischio in questo modo la propria vita? «Il bisogno di colmare un vuoto esistenziale, un’assenza che segna profondamente l’anima del ragazzo e che lo porta a cercare un senso, senza però riuscire a trovarlo». José Berdini, responsabile delle comunità per tossicodipendenti della Cooperativa Pars, cerca di dare una risposta al dramma della sedicenne di Chiavari morta pochi giorni fa dopo avere assunto una dose di ecstasy. «Un ragazzo di 16 anni non ha la stessa percezione del rischio che ha un adulto», dice Berdini. «Chiedersi quindi se Adele fosse consapevole del pericolo che correva è una domanda inutile e fuorviante. Lei voleva solo affogare il suo dolore». La ragazza aveva recentemente ricordato la madre, morta per un tumore lo scorso anno, con un post su Facebook: «Ridammi solo un giorno per stare con te per capire che bello c’è oltre a questo. E capire che senza di te, mamma, non è più lo stesso». «Tutti i selfie, i bacini e i cuoricini che Adele si scambiava sui social con i suoi amici altro non sono che la testimonianza di un’assenza. La droga è stato lo strumento estremo per colmare questo vuoto».

Davanti alla grande fragilità di questa ragazza, sostiene Berdini, emerge la debolezza del mondo adulto, incapace di dare una risposta efficace. «Si tende a fuggire dai problemi, ad aggirarli anziché affrontarli. In questo caso, non si è riusciti ad aiutare Adele nella sua lotta contro l’angoscia e nel superamento del lutto». Berdini racconta un episodio capitatogli nella cooperativa di cui è responsabile: «Avevo convocato i genitori di un diciannovenne dipendente dalla cannabis. Si è presentata però solo la madre perché, mi ha raccontato, il padre preferiva tentare di aiutare il figlio comprandogli della marijuana senza Thc, cioè senza principio attivo. Ecco, questo non è andare alla radice del problema, ma aggirare l’ostacolo, e soprattutto arrendersi a una nuova tendenza: si sta radicando l’idea che questo stile di vita, questa dipendenza, possa essere parte dell’esistenza e della quotidianità. E lo dobbiamo soprattutto alla politica».

Berdini sottolinea le parole del direttore di pronto soccorso dell’ospedale Galliera in cui era stata portata Adele: «Non esistono droghe pesanti e leggere. Gli stupefacenti sono tutti potenzialmente pericolosi. Bisogna tenere alta la guardia anche perché negli ultimi tempi i casi sono aumentati… Bisogna parlare ai ragazzi: devono farlo le famiglie ma anche le istituzioni per fare prevenzione e anche informazione sulla pericolosità delle droghe». Le istituzioni, invece, secondo Berdini stanno facendo esattamente il contrario di quel che dovrebbero, promuovendo la legalizzazione delle droghe. Per Berdini, si tratta di un vero e proprio «indottrinamento ideologico» che vuole far passare per normale, se non addirittura utile, ciò che invece è solo dannoso. Berdini è molto netto nel suo giudizio: «Chi propone la legalizzazione è un criminale, il cui unico scopo è quello di lucrare».

Berdini denuncia «un generale contesto di assuefazione al nichilismo» che spinge a ridurre il problema della droga a «un puro ragionamento economico: hanno calcolato che la legalizzazione porterebbe maggiori entrate nelle casse di uno Stato costantemente a secco. Come è successo in Colorado, dove lo Stato si è sparito il mercato con le aziende private del settore. Con la scusa di combattere la mafia, è lo Stato stesso che si conferma mafioso». Il risultato inevitabile, sostiene Berdini, «sarà la malattia e la morte di persone che stanno già male, come quella ragazzina». L’unica via di uscita sarebbe che «tutti coloro che vogliono il bene dei cittadini lavorassero insieme per proporre un ideale diverso, senza timore di andare controcorrente. Perché non si tratta solo di un problema di legalizzazione, ma di dare vita a una domanda che tante persone in difficoltà pongono».

Foto Ansa

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