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Monti, intervista a Radio Vaticana: «Non fuggire di fronte ai lupi»

gennaio 19, 2012 Redazione

Pubblichiamo l’intervista realizzata da Radio Vaticana al presidente del Consiglio. Il premier parla della crisi, difende l’euro, della necessità delle liberalizzazioni, dell’antipolitica che «causa danni». E del suo incontro con Benedetto XVI: «Le mani del Papa sono mani forti che sostengono il peso di molti; sono mani che rassicurano, perché a loro volta si lasciano sorreggere».

Per gentile concessione di Radio Vaticana pubblichiamo l’intervista realizzata da Luca Collodi e Alessandro Guarasci al presidente del Consiglio Mario Monti.

Presidente Monti, in un mondo di profondi cambiamenti economici e politici, sia a livello nazionale che internazionale, quali sono – secondo Lei – gli aspetti più qualificanti dei rapporti tra Stato e Chiesa? Lei, in particolare, vede dei cambiamenti in prospettiva?
In uno “spazio largo”, nel mondo globalizzato, dove l’idea stessa di confine non è più rigida, il rapporto tra gli Stati e la Chiesa può essere un ponte, un varco che abbatte i muri degli egoismi nazionali e rinsalda il senso di un’appartenenza che significa rispetto, responsabilità, solidarietà. La tradizione diventa “identità arricchita”, risorsa, riscoperta della comunità come possibilità di riscatto per ogni persona, storia e prospettiva di vita.

Presidente, condivide il fatto che le difficoltà dell’Occidente siano causate da una crisi etica e di valori, prima ancora che economica? Insomma, incide su questo – a suo avviso – anche la secolarizzazione e l’indebolimento delle “radici cristiane” dell’Europa?
Nessuno è in grado oggi di stabilire quando finirà l’attuale crisi economica e finanziaria, poi diventata sempre di più crisi sociale; ma ciascuno di noi ha il dovere di scegliere come chiudere il “tempo della povertà”, interrogandosi seriamente su quale sia la ricchezza vera. La crisi è conosciuta, a volte perfino drammatica, per le conseguenze materiali. È meno conosciuta, ma non meno grave, per le “povertà nascoste” che pure ha causato: emarginazione, perdita di speranza, denatalità, disgregazione delle comunità, delle famiglie, delle realtà associative. Non sempre noi vediamo drammi e deserti interiori che affliggono anche i giovani. In passato, la fine delle crisi economiche più gravi è venuta a coincidere con fatti storici drammatici, ed oggi si è parlato – in alcuni giornali – di “guerra finanziaria”, di “attacco all’Europa”, di “conflitti all’interno stesso dell’Europa”. Oggi più che mai, la storia e la sua memoria chiedono l’impegno ed il coraggio di tutti ad ogni livello. Nessuna parola cade nel vuoto. Nessuna parola può non essere ascoltata. Anche un apparente, iniziale insuccesso può aprire strade nuove di dialogo e di crescita civile, morale, sociale. La giustizia e la pace sono la risposta più efficace alla perdita di senso che la crisi economica ha, in modo latente, provocato nella quotidianità delle persone. La crisi, per essere superata in tutti i suoi gravi profili, richiede quindi di guardare in avanti con coraggio, con speranza, ma anche di riscoprire le proprie radici.

Presidente, la classe dirigente italiana – ma naturalmente anche quella europea – è consapevole che è in atto una frattura tra il Paese reale e il Paese legale? Cioè, che quanto pensano i politici spesso non corrisponde al sentire comune della gente?
Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha riconosciuto nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia una tappa fondamentale per un compiuto esame di coscienza collettivo. Il che significa innanzitutto interrogarsi sul valore della convivenza civile e sulla credibilità delle Istituzioni. I rappresentanti delle Istituzioni sono chiamati ad assolvere al proprio compito secondo quanto sancito nella nostra Costituzione: “con disciplina e onore”. I cittadini hanno diritto di chiedere condotte trasparenti e credibili, ma non è convogliando i malesseri sociali su facili via di fuga che si ristabilisce un ordine ragionevole e un rapporto corretto tra opinione pubblica e Istituzioni. Un “tecnico”, come sono stato chiamato, può liberamente affermare che l’antipolitica e l’antiparlamentarismo causano danni che nel tempo possono dimostrarsi insidiosi. Ogni soggetto, individuale e collettivo, privato e pubblico, è chiamato ad essere “migliore”, in ogni ruolo – piccolo o grande – che assuma. Essere credibili cosa significa? Io credo che significhi soprattutto anteporre il bene comune a ogni interesse di parte. Il senso dello Stato si misura sulla volontà e sulla coerenza di ciascuno di tradurre la coscienza e il sentimento per la democrazia in regola di vita, esigente per se stessi e solidale per gli altri.

Presidente, la crisi è grave. C’è qualcuno, secondo Lei, che a livello internazionale ha interesse a far saltare la moneta unica? Insomma: serve una maggiore integrazione europea, secondo Lei?
Serve una maggiore coesione europea e serve combattere un rischio grave e cioè che l’euro, punto di arrivo, perfezionamento di un processo e pinnacolo molto audacemente innalzato sulla cattedrale dell’integrazione europea, si trasformi invece in un fattore di disintegrazione, di conflitto psicologico. Già solo “psicologico”, un conflitto è molto grave in Europa: tra Stati, tra popoli, tra popoli del Nord, popoli del Sud, come se ci fossero delle “esclusive” distribuite geograficamente tra chi è parsimonioso e serio, chi è viceversa prono all’indisciplina individuale e collettiva. Ora, pensare che la causa della crisi sia l’euro è non solo un errore economico, ma un pretesto o, peggio, un tentativo di scaricare sull’Europa problemi anche di altre realtà, che coinvolgono ulteriori responsabilità e ben altri interessi. È però responsabilità di noi europei aver lasciato consolidare la sensazione, a volte, che la moneta prevalesse sulla bandiera dell’Europa nella quale – ricordiamocelo sempre! – le stelle sono disposte in un rapporto armonioso, dando il giusto “orientamento”. Oggi, rinunciare all’euro significherebbe abbandonare all’incertezza i più deboli ed i più poveri. L’euro resta uno strumento di straordinaria incidenza nella vita delle persone, ma non è il fine dell’azione comunitaria, che resta il “bene comune”. La crisi si supera alzando la “bandiera dei valori” sopra gli stessi “interessi della moneta”, e riconoscendo come la moneta, a sua volta, non è certo solo un fatto tecnico. L’euro per nascere ha avuto bisogno infatti di essere accompagnato da una serie di vincoli per una responsabile gestione dei bilanci pubblici. Ebbene, in questo senso, l’euro ha indotto tutti i Paesi che hanno voluto abbracciarlo a rispettare meglio anche valori etici fondamentali, come quello dell’equità tra le generazioni. Non è più possibile, in modo irresponsabile, gravare le generazioni future di un pesante fardello di debito pubblico prima ancora che nascano, perché ci sono – in una visione responsabile – dei vincoli posti proprio come regola di convivenza tra i Paesi che partecipano all’euro. Ho voluto fare questa considerazione che mostra come sarebbe veramente paradossale se una punta così avanzata nella costruzione europea dal punto di vista tecnico-politico, ma anche, in fondo, civile ed etico, si trasformasse in un fattore di arretramento.

Presidente Monti, più volte Papa Benedetto XVI e anche i vescovi italiani hanno sollecitato i cattolici a partecipare al rinnovamento etico e culturale della politica nazionale. Come vede Lei questo rinnovato protagonismo dei cattolici nella vita sociale italiana, a servizio del bene comune?
Il magistero del Papa e la sua personale, forte testimonianza, il contributo importante della Santa Sede e della Conferenza episcopale italiana sono elementi propulsivi e critici di fondamentale rilievo. Di fronte al bene comune non si può fuggire. Poco dopo la sua elezione, Benedetto XVI usò un’espressione ancora più chiara: “Non fuggire, per paura, davanti ai lupi”. Penso che anche di fronte alla tempesta così prolungata che stiamo vivendo, dobbiamo coltivare sapientemente – e anche pazientemente, direi – la speranza. Alla crisi, cittadini e Istituzioni non devono rispondere fuggendo come di fronte ai lupi, ma restando saldamente uniti. Con le parole del Santo Padre possiamo dire: “con i mezzi della nostra ragione dobbiamo trovare le strade”. Il che non significa affatto relegare la fede ad una nicchia di intimistico personalismo: al contrario, significa riaffermarne l’autonomia rispetto alla politica, non renderla – sono parole di Joseph Ratzinger – un “mero corollario teorico ad una determinata visione del mondo”.

Presidente, per raggiungere il pareggio di bilancio sono state aumentate le imposte. Lei ritiene che già da quest’anno possano essere gettate le basi per una sorta di quoziente familiare, per rendere più equi i sacrifici?
Il pacchetto di misure per il consolidamento dei conti pubblici, presentato dal Governo al Parlamento, che l’ha prontamente approvato in dicembre, ha chiesto contributi a tutti. In quest’anno 2012 verrà dimostrato, con risultati certi, che alcuni, molti cosiddetti “soliti ignoti” diventeranno presto “soggetti noti” dal punto di vista fiscale. Un primo segno è già contenuto nel Decreto “Salva Italia”: si è prevista una clausola di favore per l’Imu a seconda del numero di figli. In tempo di crisi, e più in generale entro la cornice dell’equità, vale quanto affermava Giuseppe Toniolo: “Chi più può, più deve; chi meno può, più riceve”.

Presidente, non crede che un controllo fiscale troppo duro sui comportamenti degli italiani possa diffondere paura tra chi le tasse le paga, senza toccare la piaga dell’evasione fiscale? 
Credo di no. È un’azione che non è certo ispirata a mire di vessazione o di accanimento. Non bisogna avere nessuna paura, ma la certezza che chi non rispetta la legge non resterà nell’ombra: chi oggi evade pensa di trarne vantaggio, sicuramente reca danno ai concittadini e offre ai propri figli – in definitiva – un pane avvelenato; consegnerà loro, forse, alla fine della propria vita qualche euro di più, ma li renderà cittadini di un Paese non vivibile.

Presidente, Lei ha detto che il suo Governo non sarà impegnato solo sul fronte economico-finanziario. Da più parti si chiede un cambiamento della legge per la cittadinanza ai minori stranieri. Lei pensa che sia arrivato il tempo per affrontare anche quest’aspetto, che – ricordiamo – è stato evocato anche dal Presidente della Repubblica?
Io avverto come giusta la fatica di depurare il linguaggio da troppi eccessi e forzature che hanno contaminato il dibattito pubblico. Certe espressioni pronunciate fuggono al nostro pieno controllo e non si sa bene a quale approdo possono arrivare. Questo ha spesso – purtroppo – caratterizzato in passato e ancora caratterizza il modo in cui i cittadini e le persone si rapportano ai temi dell’immigrazione e dell’integrazione. Dignità e sicurezza delle persone possono, anzi debbono stare insieme: non si tratta di contemperare valori contrastanti, ma di saldare istanze pienamente legittime che tutti avvertiamo. Non c’è sicurezza senza rispetto, ma non si può obbligare nessuno alla bontà, si deve convincerlo. Serve il “coraggio della verità” che, in molti casi, si traduce nell’esercizio intelligente del buon senso.

Presidente Monti, ci può essere una “via italiana” alle liberalizzazioni, compatibile con le tradizioni e i valori della società nazionale?
Penso proprio di sì, anzi ci può essere una via che valorizza e rende più solide e più genuine quelle tradizioni, senza addossarle ad altri nella vita sociale. Ciò che va sotto il nome di liberalizzazioni è in realtà un insieme di misure per introdurre nell’economia e nella società italiana, con una più sana concorrenza, maggiori spazi per il merito, soprattutto a beneficio dei giovani, degli esclusi. Le tradizioni qualche volta – dobbiamo riconoscerlo – sono diventate corporazioni, sono diventate chiusure corporative e non sempre sono state vissute come un bene di cui essere orgogliosi, ma da far circolare – per così dire – con altri beni in una società composita, che sempre più deve cambiare, si spera in armonia, perché il Paese abbia un ruolo significativo nella comunità internazionale, sia anche competitivo: questo è un termine economico, che denota un atteggiamento di coraggio, di desiderio – anche qui – di non fuggire di fronte ai lupi della competizione internazionale. Ebbene, per me liberalizzare significa – in questo senso che ho cercato di descrivere – offrire benefici, risparmi e benessere a un numero più elevato di cittadini, senza per questo compromettere l’esistenza di nessuno. Anche se in Italia forse è più difficile che altrove, ciascuno può contribuire all’interno del proprio settore ad una operazione di trasparenza contro privilegi eccessivi, per meglio garantire i giusti diritti. Ognuno di noi è produttore di qualche cosa, offre il suo tempo, le sue energie, il suo lavoro nell’ambito di un’impresa, di un’amministrazione, pensa alle tutele che vorrebbe sempre di più avere nel proprio ambito lavorativo, ma è contemporaneamente anche consumatore, è contemporaneamente anche risparmiatore e noi dobbiamo cercare di ricomporre in unità le tutele dei singoli aspetti per avere una società più aperta, più dinamica e – non ricuso il termine – più competitiva.

Presidente, quali sono le vie principali attraverso cui la Chiesa in Italia può contribuire maggiormente a sostenere lo Stato?
Nella formazione, nell’integrazione, nella responsabilità civile e morale, il contributo della Chiesa è davvero prezioso. Quando ho incontrato il Santo Padre ho vissuto un’esperienza profonda e indimenticabile. È stata una visita ufficiale e spero – pur emozionato – di aver rappresentato il mio Paese in modo adeguato. Le mani del Papa sono mani forti che sostengono il peso di molti; sono mani che rassicurano, perché a loro volta si lasciano sorreggere. Il Santo Padre ha chiaramente affermato che “la distinzione tra l’ambito politico e quello religioso” serve a tutelare la libertà religiosa e a riconoscere la responsabilità dello Stato verso i cittadini. Il Presidente Napolitano ha dichiarato che “il senso della laicità dello Stato abbraccia il riconoscimento della dimensione sociale e pubblica del fatto religioso”. Mi riconosco pienamente nel criterio della distinzione e della reciproca collaborazione. Certamente la fede è un valore, innanzitutto da vivere e da condividere secondo lo stile e la sensibilità propria di ciascuno, dentro un perimetro di libertà comune a tutti. Considero di estrema e immutata attualità le parole scritte da Joseph Ratzinger nel 1968: “Tanto il credente quanto l’incredulo, ognuno a suo modo, condividono dubbio e fede. Nessuno può sfuggire completamente al dubbio, ma nemmeno alla fede. E chissà mai che proprio il dubbio non divenga il luogo della comunicazione”.

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