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Monti Monti, Monti un bis. Storia di un bluff

ottobre 11, 2012 Pietro Salvatori

Il tanto invocato secondo mandato per il governo di emergenza somiglia più a un trucco che a un progetto politico. Ma il prof un’idea di quell che farà da grande ce l’ha

Negli ultimi mesi due sono i principali problemi che rovinano il sonno agli italiani. Da una parte le enormi difficoltà economiche e finanziarie ne hanno messo a dura prova le tasche. Dall’altra il vistoso sbandamento di un sistema politico incapace di rispondere alla crisi ne ha scosso la coscienza civile. Su entrambi i frangenti la risposta è stata in un certo senso la medesima. Nel primo caso, file infinite alle casse dei discount e code chilometriche ai distributori che abbassano il prezzo del carburante di una manciata di centesimi. Nel secondo, processione di adepti osannanti il nume tutelare dei tecnici cooptati al governo. Ma mentre far quadrare i conti del proprio bilancio familiare è problema del cittadino comune, massimizzare il proprio tornaconto politico è l’affanno che mette in ansia i partiti. Che sono ricorsi a Mario Monti e alla sua equipe quasi-ottuagenaria per la manifesta incapacità di offrire al paese un’alternativa politica. Non ce l’aveva il Pdl, ancora oggi faticosamente impegnato a raccogliere le macerie di una lenta e metodica autodistruzione. E ne era sprovvisto il Pd, mestamente attestato su percentuali irrisorie, nonostante intorno gli si aprissero praterie che nemmeno ai pionieri del Kansas. Per tacer dei magmatici centristi, il cui peso diventa irrilevante in una situazione in cui non solo non si vede un cavallo vincente, ma prendono schiaffi tutti i possibili alleati. Nonostante la storiella della “cosa migliore che si potesse fare per il paese”, il governo tecnico trova la propria ragion d’essere nell’assoluta incapacità delle forze politiche di garantirsi rendite di medio periodo nel precipitare della situazione parlamentare dello scorso novembre.

Se Napolitano non si ripete
Cos’è cambiato in questi mesi? Assolutamente nulla. Ergo, gli adepti del “Monti bis” hanno scarso o nullo interesse che il professore continui a sedere sullo scranno più alto di Palazzo Chigi. Chi auspica oggi che il premier succeda a se stesso, adotta semplicemente il più antico schema del risiko politico di tutti i tempi: massimizzare il proprio peso in termini di potere. Gli strateghi del secondo mandato consecutivo ai tecnici ben sanno che c’è una variabile di non poco conto da tenere in considerazione: la legge elettorale. Giorno dopo giorno, una riforma del Porcellum diventa un’aspirazione sempre più utopica. Anche qualora la disprezzata creatura di Calderoli cambiasse, la strada sarebbe quella di un sistema proporzionale, che ridurrebbe ulteriormente l’impatto del premio di maggioranza sui futuri assetti parlamentari. Se è vero che Pierferdinado Casini «non è interessato» a un’ipotesi di governo con Pier Luigi Bersani e Nichi Vendola (come il leader dell’Udc va sbandierando in ogni dove), in caso di ingovernabilità l’unica soluzione che preveda un tecnico al governo costringerebbe Pd e Pdl a trovare un accordo sulle larghe intese. Un rebus complicatissimo, che interesserebbe anche il Quirinale, e nel quale i centristi e le loro ambizioni neo-montiane giocherebbero un ruolo assai marginale.

Se invece vivesse il Porcellum, i prodi centristi dovrebbero puntare a essere determinanti al Senato. Ottenendo di certo qualche strapuntino di lusso, ma senza poter mirare a strappare al centrosinistra la poltronissima in funzione della quale è stato organizzato l’ambaradan delle primarie (si tace del centrodestra in quanto, ad oggi, non pervenuto). Proprio il Quirinale, tra l’altro, è la destinazione cui ambisce il professore. E anche quella più probabile. Il suo celebre «se serve mi metto a servizio del paese», la dichiarazione che ha aperto il bailamme sul Monti bis, lasciava sottintendere infatti la disponibilità a farsi garante della delicata transizione verso un governo politico nella prossima legislatura, più che a lasciarsi invischiare nelle sabbie mobili dei partiti. Un gioco di squadra messo in piedi con Giorgio Napolitano. Il giorno dopo la famosa frase del premier, infatti, il presidente della Repubblica si è affrettato a scrivere una lettera a Pubblico per smentire uno scoop che ne prefigurava un rinnovo di mandato. Un passo con pochi precedenti, che è suonato a molti come contrappunto alle travisate parole del primo ministro.

Rimane il fatto che i più rumorosi esponenti di questo Game of Thrones all’amatriciana sono i fanatici di Monti. Quelli che hanno sbandierato ai quattro venti di voler comporre le future liste elettorali «mettendole a servizio» del presidente del Consiglio. Il Terzo polo, o quel che ne rimane, ha gettato così sul campo l’unica possibilità di sopravvivenza di cui dispone: invocare la continuità con il professore, quale dotta e sofisticata alternativa al corpaccione un po’ bifolco dei due principali partiti ai quali Udc e Fli si dichiarano alternativi. Una sorta di versione salottiera dell’antipolitica centrista.

Possibilità che intorno a questa ipotesi i terzopolisti ottengano una maggioranza parlamentare? Zero. Lo sanno anche gli uomini di Casini e di Gianfranco Fini. Tra i (pochi) profeti di un improbabile straripamento elettorale delle “liste Monti” si segnala il filosofo ex sindaco di Venezia Massimo Cacciari: «Una lista civica nazionale con Monti capolista potrebbe squinternare tutto il quadro politico, potrebbe raccogliere più voti del Pd o del Pdl», ha vaticinato qualche giorno fa.

Il centrista che bocciava i tecnici
Senza contare che il cromosoma tecnico non fa parte del patrimonio genetico dell’odierno centrista. Serve una prova? «Più che il liquidatore fallimentare di un regime moribondo, mi pare che il suo governo sia una sorta di commissariamento straordinario. Credo che sarà facile far capire agli italiani che non può essere un governo antipartitocratico quello che ottiene la fiducia dell’85 per cento (e forse più) dei presenti in Parlamento e, quindi, dei rappresentanti delle forze politiche. Il suo è un governo che, anziché tendere all’archiviazione di un sistema, cerca di garantirne la continuità». Non sono le becere parole di un leghista qualunque che sbraita contro gli scranni dell’esecutivo attuale. È la dichiarazione di voto di Fini registrata dagli stenografi della Camera il 7 maggio del 1993, quando l’allora deputato del Msi bocciò sonoramente il governo di Carlo Azeglio Ciampi, l’unico precedente di governo tecnico in qualche modo assimilabile all’esperienza di Monti.

«Nel gioco del trono non ci sono alternative: o vinci o muori». La frase cult della sopracitata serie tv che spopola sulle due sponde dell’oceano ben si adatta alle prospettive di Fini e compagni. Per non soccombere all’ondata che minaccia di seppellirli, l’unico richiamo alla terzietà che abbia un minimo di appeal è la promessa di un bis del professore. Ottimo argomento da campagna elettorale di cui sarà facile sbarazzarsi a urne chiuse, quando si potrà tornare ad arraffare l’arraffabile.

La variabile Montezemolo
C’è la variabile Luca Cordero di Montezemolo, è vero. Ma è una variabile già logora, per via del morettiano dilemma del presidente della Ferrari: lo si noterà di più se viene alla festa e se ne sta in disparte o se non viene per niente? Un’indecisione che lo ha portato alla scadenza del tempo utile per presentarsi agli elettori sospinto dall’onda del nuovismo, costringendolo a flirtare con l’attuale premier come unico modo per non disperdere il patrimonio di Italia Futura e per distinguerlo dagli attuali partiti. Che il gioco di Montezemolo non sia lo stesso dei centristi è testimoniato dai (per ora unidirezionali) continui attestati di disistima che il leader dell’Italia dei carini (copyright Maurizio Crozza) ha destinato simpaticamente al Terzo polo. Ulteriore segnale del fatto che il Monti bis è più una manovra tattica che non un progetto organico di un insieme di forze.

A proposito di tattica, l’argomento utilizzato da Casini & co. è anche un modo per strizzare l’occhio a chi, nel Pd, da mesi invoca la necessità di dare continuità all’azione dell’attuale governo. Principali sparring partner del leader Udc nel dar fiato alle stanche trombe del professore sono i quindici esponenti democratici che a luglio firmarono la cosiddetta Agenda Monti, un documento nel quale si chiede al segretario Bersani di impegnarsi a proseguire sulla strada tracciata dal professore. Non è un mistero che l’ambizione di Casini sia attrarre il maggior numero di democratici montiani nella propria orbita, magari grazie alla mediazione di qualcuno dei ministri che siedono al governo (Andrea Riccardi e Corrado Passera i principali indiziati). E se l’operazione potrebbe riuscire nel caso dell’irrequieta componente che fa capo all’ex ministro dell’Istruzione Beppe Fioroni, forse anche in quella del figliol prodigo Marco Follini, per tutti gli altri c’è poco da fare. Il gioco dei democratici montiani, infatti, è tutto interno al partito, e ben poco influiranno le aspettative centriste. O meglio, Pietro Ichino, Andrea Morando e Giorgio Tonini vorrebbero sì un avvicinamento all’Udc, scaricando magari Sel. Ma per contare di più all’interno di una compagine nella quale sono finiti a fare mesta opposizione al primo bersaniano passato di lì per caso. E ogni riferimento a Stefano Fassina è puramente casuale. Agenda Monti sì, dunque, magari insieme ai centristi. Ma giammai con Monti. I montiani del Pd vogliono un leader che contribuisca a cambiare gli equilibri interni al partito, uno che al momento della distribuzione delle cariche non dimenticherebbe mai di riservare a loro la giusta considerazione. Un Matteo Renzi, insomma.


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