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Mons. Pennisi: «C’è un grande divario tra vita e fede, sembra un’epoca pre-cristiana»

giugno 7, 2011 Benedetta Frigerio

Mons. Michele Pennisi, vescovo di Piazza Armerina, analizza la grande schizofrenia rivelata dal contrasto tra Benedetto XVI che chiede ai giovani di non convivere e due cattolici che rispondono che convivere è fondamentale: «Manca una fede viva e personale, come dice il Papa. Anche i sacerdoti non sanno più educare, per cui non hanno il coraggio di parlare dei valori cristiani»

«C’è una schizofrenia molto diffusa» nella società. Parla così a Tempi mons. Michele Pennisi, vescovo di Piazza Armerina, riferendosi alle parole pronunciate dal Papa in Croazia sulla famiglia e alla testimonianza raccolta dal Corriere della Sera di due cattolici secondo cui convivere è un’esperienza imprescindibile.

A Zagabria Benedetto XVI ha dichiarato che se la famiglia cristiana resta «segno speciale della presenza e dell’amore di Cristo» è irriducibile. In forza di questo, il Papa ha esortato la folla a non cedere «a quella mentalità secolarizzata che propone la convivenza come preparatoria, o addirittura sostitutiva del matrimonio». Ma, come ricordava un’intervista del Corriere della Sera, secondo molti giovani la convivenza non sarebbe per nulla in contrasto con la fede.

Mons. Pennisi, perché secondo lei anche chi si professa cattolico comincia a cedere alla convivenza, come all’aborto o all’inseminazione artificiale, nonostante i richiami di Benedetto XVI?
Lo dice bene il Papa: manca innanzitutto una fede viva. Se Cristo non è vivo, se non è una persona, se non si vive la mediazione della Chiesa e della sua comunità diventa davvero difficile vivere l’altezza della proposta cristiana, anche se è il massimo che l’uomo possa chiedere. Come ha detto il Pontefice: se la famiglia non è segno della presenza di Cristo sarà più fragile. Soprattutto nel mondo di oggi in cui alle persone vengono fatte promesse di felicità false, che avranno più facile presa se l’alternativa è un cristianesimo ridotto a formalismo o a sentimento popolare. Così come si verifica questo divario tra vita di fede e vita familiare, vale lo stesso per il resto: scelte politiche e morali sono dettate dalla cultura laicista maggioritaria.

A quanto sembra, i due giovani intervistati dal Corriere della Sera non si pongono il problema di essere in contrasto con la strada indicata dal Papa, eppure sembrano davvero contenti di essere cattolici.
Molte persone preferiscono mantenere un’identità che rassicura, prendendo però dalla Chiesa solo quello che piace loro. D’altra parte accade anche che nelle omelie e nelle catechesi non si tocchino i temi che riguardano la famiglia, l’amore, la politica, in sostanza la vita quotidiana dell’uomo.

C’è una responsabilità anche della Chiesa, quindi, se i fedeli vivono tranquillamente una separazione tra fede e vita?
Sicuramente manca un’educazione a vivere la fede come il criterio con cui affrontare ogni aspetto dell’esistenza. Ma il problema è più profondo. Davanti al modello libertino diffuso dai media che pervade la nostra società non basta richiamare a dei valori, occorre che quei valori siano inseriti dentro una fede personale. A volte i sacerdoti non sanno educare a una fede di questo tipo, per cui alla fine non hanno nemmeno più il coraggio di parlare della morale e dei valori cristiani.

Che cosa ha bloccato la crescita nella fede degli attuali adulti e quindi nei giovani?
Tra le tante possibili motivazioni oso pensare che forse abbiamo costruito la forma del cristiano, non la sostanza del figlio di Dio. All’ultima generazione mancano poi tanti testimoni credibili che introducano al mistero di Dio e della salvezza. Armando Matteo, nel suo La prima generazione incredula, si chiede: perché il messaggio di felicità che Gesù ha portato sulla terra non fa più breccia nel cuore dei giovani? Perché i nostri ventenni stanno alla larga dalle pratiche di fede e di preghiera? Nel libro si denuncia una catechesi molto blanda e tiepida, l’aver ridotto lo spazio ecclesiale a semplice luogo di esercizio della fede, invece che, piuttosto, luogo di generazione della fede, luogo in cui non solo si prega ma nel quale si impara a pregare, luogo nel quale non solo si crede ma nel quale si impara anche a credere. Diverse ricerche e indagini denunciano questa dichiarata appartenenza alla Chiesa cattolica non accompagnata da una efficace catechesi.

Come si dovrebbe agire per far fronte a questa crisi?
Bisognerebbe riorganizzare la nostra pastorale come una missione adatta ad un’epoca pre-cristiana. Fra l’altro, l’istituzione del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione potrebbe significare un invito a considerare come inderogabile questo compito. L’educazione della e alla fede a cui si sono appellati anche i Vescovi italiani, è il sintomo di una nuova coscienza ecclesiale della difficoltà che incontra la fede a dirsi e a incarnarsi, ma anche della missione primaria che oggi ci viene consegnata. Noi pastori siamo chiamati a vivere una fede che risponda alle ansie più profonde dell’uomo moderno. Per abbandonare timidezze e posizioni di falso irenismo, il mondano “non bisogna disturbare”, e diventare annunciatori fedeli e coraggiosi del Vangelo. Tenendo sempre l’occhio rivolto alla qualità piuttosto che alla quantità degli aderenti al Vangelo e alla Chiesa. Solo così il cammino cristiano potrà tornare a interessare gli uomini.

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