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Modello Porto. Che sa creare e vendere campioni come Falcao (o pseudotali, come Quaresma)

novembre 7, 2012 Emmanuele Michela

È il primo club qualificato agli ottavi di Champions League. Storia e segreti di una società sempre al top e coi conti a posto. Merito degli osservatori e di azzardi oculati

Gli è bastato uno 0-0 abbastanza noioso contro la Dinamo Kiev. Massimo del risultato con il minimo sforzo per il Porto, primo club qualificato agli ottavi di Champions League insieme al Malaga. I lusitani sono in testa al gruppo A, terra di un confronto singolare: appena dietro di loro, infatti, c’è il PSG di Ibra, Lavezzi e Thiago Silva. Corrono i francesi sì, ma un mese fa hanno dovuto inchinarsi al gioco arrembante dei bianco-blu, vincenti 1-0 nello scontro diretto. E pensare che sono due mondi quasi paralleli quello parigino e quello dei Dragões, due universi calcistici letteralmente agli antipodi, stranamente accomunati da una cosa: il portafoglio sempre aperto. Ma se in Francia le casse sono spalancate per le spese in uscita, nella capitale portoghese si registra un boom di flussi economici nel senso opposto: le entrate.

HULK (E QUARESMA). Nel corso degli ultimi dieci anni, infatti, il Porto si è affermato come autentico modello economico a livello europeo, una squadra coi conti a posto, sempre in crescita e capace di competere nelle competizioni internazionali. I dati raccolti sul campo parlano da sé: nel nuovo millennio i lusitani si sono portati a casa una Champions League, due Coppe Uefa e 7 titoli nazionali. Altrettanto eloquente è l’elenco di campioni sfornato dalla squadra portoghese da un paio di lustri: Deco, Carvalho, Paulo Ferreira, Maniche, Diego, Pepe, Quaresma, Bosingwa, Bruno Alves, Falcao, Hulk… Si potrebbe andare avanti a lungo. Tutti giocatori arrivati all’Estadio Do Dragao per cifre decisamente contenute, salvo poi partire a fronte di offerte milionarie. Anche qui ci sono cifre che parlano da sé: nel 2004 Carvalho andò al Chelsea per 30 milioni e Deco per 21 al Barcellona. Nell’estate del 2008 partirono Anderson (allo United per 32 milioni) e Pepe, finito al Real per 30. I tifosi dell’Inter ricordano bene poi quanto accadde l’estate successiva, quando arrivò a Milano Quaresma, per la bellezza di 25 milioni. E se ad agosto 2011 se ne andò Radamel Falcao, finito all’Atletico Madrid per ben 40 milioni di euro, 55 furono quelli che invece lo Zenit pagò lo scorso settembre per prendersi il talentuoso Hulk.

UN TERZO DEL PSG. Un’infinità di soldi, quindi. Tutti incassati per giocatori arrivati in Portogallo a cifre sempre abbastanza ridotte: Deco ad esempio fu pagato una sciocchezza dai Salguieros, per Pepe era stato dato 1 milioncino netto al Maritimo, 4 per Falcao dal River, 7 per Anderson dal Gremio. La verità sta qui: il Porto è coraggioso, fa investimenti oculati e attenti, bassi sì, ma soprattutto spavaldi, perché spendere più di 5 milioni per un giocatore giovane è una scelta spesso rischiosa. Un rischio preso a ragion veduta quando, in sede di mercato in uscita, si quantificano le plusvalenze. Quest’anno ha perso Hulk, Alvaro Pereira e, in via definitiva, Guarin. Ma ha guadagnato più di 80 milioni, di cui ne ha re-investiti 11: avevano già pronto il colpo Jackson Martinez. Colombiano classe 1986, ragazzo non più giovanissimo ma fulminante in questo inizio di stagione, dove ha già trovato la via del gol 6 volte in 8 uscite. Il tutto per un budget totale di circa 100 milioni di euro, un terzo di quanto invece spende il PSG.

UN MODELLO. Che sia un modello cui le squadre italiane possono rifarsi? Questo è fuori di dubbio. Il Porto è detentore di un calcio capace di re-inventarsi ogni estate, con colpi di mercato sempre nuovi. Merito dell’ottima rete di osservatori di cui dispone in Sudamerica (specie in Colombia), con soffiate su campioni ancora in erba. Merito soprattutto di scelte coraggiose della dirigenza, furba e lungimirante nell’investire, anche con cifre consistenti, su giovani campioni. Che rendono anche in Europa, dove il Porto è il primo club ad arrivare agli ottavi di Champions.

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