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Modello Dinamo Sassari. Affiatato, familiare, ambizioso, vincente. E col portafortuna Susanna Campus

marzo 5, 2014 Emmanuele Michela

Intervista a Stefano Sardara, presidente della squadra sarda che ha vinto la Coppa Italia. E che ha fatto innamorare la Sardegna grazie a una gestione tutta passione e intelligenza

Prima divertivano e basta, ora la Dinamo Sassari ha cominciato a fare sul serio e a vincere. E dopo l’exploit della Coppa Italia (conquistata lo scorso 9 febbraio ai danni di Siena) stasera comincia la sua scalata nella Top16 di Eurocup, ospitando sul parquet del PalaSerradimigni i tedeschi dell’Alba Berlino. Quattro anni sono bastati alla compagine sarda per salire dalla Legadue alla Serie A, e in poche stagioni costruire un modello societario vincente e, ancor di più, economicamente stabile. «Il basket finalmente ha colonizzato la Sardegna», è stato il commento di Dan Peterson, e non c’è frase più azzeccata per parlare di una squadra che, da compagine cittadina è arrivata ad attrarre pullman da tutta l’isola. E le ragioni del successo (che su tempi.it è stato raccontato dalla tifosa Susanna Campus) vanno chieste a Stefano Sardara, presidente della Dinamo. Uno che ha messo in piedi un sistema societario che ha rivoluzionato il mondo del basket, «e che fa dell’ambiente e dello stare assieme un punto di forza».

E che ora ha fatto un passo in più: da belli e divertenti siete diventati anche vincenti. Dove sta il segreto di questo passaggio, presidente?
In realtà non c’è un vero passaggio, quanto un adattamento del nostro modo di essere. Noi siamo stati sempre fedeli alla nostra filosofia, e questo fin qui ha pagato. È ovvio che, quando cresci e richiami giocatori che arrivano da altri ambienti, rischi che questo “pregio” si perda. Ecco, nei momenti difficili la nostra forza è stata rimanere fedeli a questa idea di società: non vogliamo snaturarci, né diventare come gli altri, rischiando di essere la loro brutta copia, perché le altre squadre hanno più risorse economiche di noi. La molla finale credo sia scattata quando tutti, anche gli ultimi arrivati, hanno cominciato a gustarsi questo modello, che piace prima di tutto a noi.

La Sardegna torna a vivere la passione sportiva che ha accompagnato l’exploit del Cagliari di Riva e Scopigno a fine anni Sessanta. È sempre Dan Peterson dirlo: è un paragone pesante, non crede?
Sì, è molto impegnativo: Dan ci ha sempre seguito, e sentire parole così da lui è davvero motivo d’orgoglio. E fa piacere anche perché ce lo dice Gigi Riva stesso, che abbiamo incontrato in un paio di occasioni. Anche lui si diverte e ci ha detto che gli ricordiamo il suo Cagliari. Però bisogna andare piano: loro vinsero uno scudetto, e il pensiero pesa.

Con voi la Sardegna sta cominciando ad appassionarsi al basket e vengono da tutta l’isola per seguirvi. Che significa questo in un paese dove il calcio stradomina lo scenario della popolarità?
Noi scherziamo e diciamo sempre che, quando un italiano nasce, gli mettono un pallone nella culla. Tutti nasciamo calciofili, poi però qualcuno si appassiona anche ad altre discipline. La verità è che il mondo dello sport è tutto bello, ma quello del basket è la “linea Maginot” che divide un ambiente professionale da quello surreale del calcio, che per i suoi livelli economici è al di fuori di tutti gli altri sport. La pallacanestro è sempre uno sport professionistico, anche qui ci sono ingenti spese, ma non è al di fuori della mentalità della gente.

In che senso?
Oggi il mondo economico ci ha insegnato che dobbiamo avere una vita più adeguata alle nostre possibilità: ecco, credo che in questo il basket sia molto più vicino ai modi di fare della gente e dei sardi. Per uno che deve fare sacrifici perché magari non ha il lavoro o ha uno stipendio basso, pensare ai milioni che girano nel calcio è difficile. Considerate una cosa: i diritti tv pesano 1 miliardo di euro nel calcio, 1 milione nel basket. Eppure siamo il secondo sport in Italia, con più di 9 milioni di tifosi. In più, la nostra regione sente molto la sua identità, anche perché d’altronde siamo un’isola, abbiamo attorno il mare e c’è poco da girare. Però siamo particolari, non facciamo i pescatori ma gli allevatori. Ma di questo andiamo fieri, e attorno alla Dinamo abbiamo trovato la nostra identità.

La vostra crescita si è costruita senza un vero magnate, ma su una rete di sponsor, tanto che siete diventati anche un modello aziendale. Se dovesse rivelare un segreto della vostra azienda, qual è? Vedete questo modello ripetibile anche in altre situazioni?
Quando rilevammo tre anni fa la Dinamo facemmo una promessa ai tifosi: mantenere il basket in Sardegna. Come e a che livello lo avrebbe detto soltanto il funzionamento del progetto. Io arrivo dal mondo dell’economia, quindi avevo in mente solo una cosa: trasportare un modello aziendale in una società sportiva. Abbiamo fatto una pianificazione, avendo chiaro che il basket, e in generale lo sport, non può vivere più grazie alle risorse di un unico grande magnate.

Si spieghi.
È stato un modello che ha avuto successo anni fa, e io non lo critico. Tuttavia in un momento economico come questo, il modello del magnate “all inclusive” non può esistere più. Abbiamo tentato di creare una rete costruita con tanti sponsor. Anche perché tanti imprenditori sono anche tifosi, ma quando si impegnano con soldi si aspettano anche un ritorno. Questo è quello che abbiamo messo in piedi, con un sistema che offre un ritorno quantificabile a qualsiasi investitore. Per poterlo fare abbiamo dovuto condividere con tutti, staff e giocatori, un modello simile a quello professionistico americano, dove c’è un impegno quotidiano di tutti, molto più legato al territorio. Lo scorso week end, ad esempio, siamo andati a trovare con la squadra un concessionario che ci fa da sponsor: la visita è durata mezz’ora, però a lui è servita per fare pubblicità e dare risalto al suo progetto. Così, chi viene qui a giocare sa che la sua settimana non è fatta solo di partite e allenamenti, ma anche di sociale e attività con gli sponsor. E questo credo sia un modello clonabile anche in altre città, e con altri sport.

Ora s’avvicinano gli ultimi mesi campionato, e voi avete già migliorato il vostro risultato rispetto a un anno fa: Coppa Italia conquistata, superata la regular season in Europa… Come si fa a non sentire la pancia piena?
Penso ad un discorso fatto negli spogliatoi pochi giorni fa. A inizio stagione avevamo dichiarato tre obbiettivi in uno: migliorarci rispetto a un anno fa, quindi fare un passo in più in tutti e tre le competizioni in cui giochiamo. E allora, in Coppa Italia ci siamo migliorati perché abbiamo vinto, in Eurocup pure perché un anno fa siamo usciti al primo turno e oggi siamo nella Top16. In campionato dobbiamo ancora arrivare ai play-off… Però ragionare così è da perdenti. Se hai raggiunto un obiettivo e ti accontenti, sei perduto. Questo è quello che ho detto alla squadra prima della partita contro Pesaro di domenica: se abbiamo veramente il fuoco dentro e ci stiamo divertendo, giocando assieme possiamo fare grandi cose. E la risposta è stata ottima: abbiamo vinto di 30 punti, con la testa di chi gioca come fosse una finale, fino all’ultimo minuto. È vero, Pesaro è ultima, ma in Serie A non esistono gare facili.

susanna-campus-dinamo-sassariQualcuno parla di Sassari come di una squadra “versione famiglia”: avete in squadra i due cugini Diener, Sacchetti padre e figlio… Come può rimanere un aspetto positivo e non diventare un problema?
Può stare in piedi solo con un lavoro quotidiano fatto di attenzione ai particolari. Avere in squadra padre e figlio può essere un punto di forza, ma anche un tallone d’Achille perché nel momento in cui hai un problema col padre ce l’hai anche col figlio… E poi c’è da pensare ai nuovi arrivi, che potrebbero far fatica a inserirsi. Però noi andiamo oltre: il nostro direttore sportivo ha una compagna che segue “Dinamo Travel” e organizza le trasferte, abbiamo la moglie del presidente che gestisce la club house assieme alla cognata… È tutto un mondo fatto di relazioni umane, e questo necessità di attenzione: è un equilibrio bello e stabile per ora, ma delicato. Ma la nostra forza sta proprio nel piacere a stare assieme, ed è costruito sulla libertà per gli atleti.

Ultima domanda, cosa la lega così tanto a Susanna Campus?
Susanna è una forza. L’ho conosciuta in maniera casuale e ha conquistato tutti con la sua grande voglia di vivere. E tutto questo succede a una persona colpita da una malattia come la Sla che è angosciante, che ti lascia prigioniero del tuo corpo. In queste situazioni, capita talvolta di leggere di gente che chiede di essere lasciata morire, lei invece no, alla sua vita ci tiene e vuole godersela anche in quelle condizioni. E la sua passione per la Dinamo esprime bene questo: mi manda 10 mail al giorno per chiedermi della squadra e per i biglietti… Una volta addirittura per fare una foto con la squadra le si è staccato il respiratore. Per questo dopo la vittoria di Coppa Italia siamo andati da lei col trofeo e tutta la squadra. Ed è commovente pensare che riesce a comunicare tutta la sua gioia di vivere scrivendo con gli occhi.

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