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Mister D’Alema, cosa aspetta a mollare i gramsciani?

agosto 25, 1999 Tempi

editoriale

Antonio Gramsci riteneva che “Dal punto di vista filosofico ciò che non soddisfa del cattolicesimo è il fatto che esso, nonostante tutto, pone la causa del male nell’uomo stesso individuo, cioé concepisce l’uomo come individuo ben definito e limitato. È su questo punto che occorre riformare il concetto dell’uomo”. Secondo questo approccio l’uomo non è limitato (se non dalla struttura sociale in cui è inserito) e dunque egli esiste in quanto “processo”, come prodotto della storia. L’uomo è ciò che mangia, è l’appartamento in cui vive, l’ufficio in cui lavora e tutto il via discorrendo delle “condizioni materiali” che definiscono l’esistenza del bipede. Porsi il problema di che cosa precisamente consista l’umano è, gramscianamente, “un residuo ‘teologico’ o ‘metafisico”, giacché “la risposta più soddisfacente alla domanda di che cosa sia la natura umana”, per Gramsci come per John Dewey, padre della moderna pedagogia americana progressita, è: “il complesso di rapporti sociali in cui si manifesta”. Che l’uomo sia, gramscianamente, “un blocco storico di elementi puramente individuali e soggettivi e di elementi di massa e oggettivi o materiali”, o come dice Dewey, “il risultato di un’intelligenza finale collettiva” – e dunque Gramsci e Dewey uniti nel considerare l’istruzione come “una missione al servizio del progresso e della democrazia” – in entrambi i casi, come scrive Gramsci “l’uomo è essenzialmente politico, poiché l’attività per trasformare e dirigere coscientemente gli altri uomini realizza la sua ‘umanità’, la sua ‘natura umana’”. In questa posizione c’è in nuce la postura degli illuminati che governano l’Italia alle soglie del 2000. Essi, a differenza dei cosiddetti cinici e corrotti politici della Prima Repubblica, sono gli “uomini nuovi”, proprio nel senso gramsciano del termine, perché hanno preso sul serio la natura umana e sono sinceramente dediti a quella mirabile attività di “traformare e dirigere coscientemente gli altri uomini”. Dalle Bindi ai Berlinguer – passando naturalmente per i Caselli e i Borrelli – gli apostoli dello stato si sentono investiti da una grande missione etica, quella di renderci consapevoli di cosa sia l’autentico bene comune, emanciparci da una libertà che realizzerebbe poco e male un’intelligenza finale collettiva, favorirci nell’esercizio dei diritti di cittadinanza. Uguaglianza anzitutto: quella ad esempio codificata da un sindaco (ulivista, naturalmente) del napoletano: c’è bisogno di un netturbino e ne fanno richiesta in duecento? Cosa c’è di più egualitario dell’estrazione a sorte, tutti sullo stesso piano, senza favoritismi, senza brogli? La morte. Che come diceva Totò, è n’a livella. Solo che c’è poco da rallegrarsene. Cosa rivela infatti questo metodo della logica astratta applicata alla società umana, da cui derivano a cascata i tanto propagandati auspici di obbiettività, trasparenza, giustizia? Ancora una volta, sovviene la nostra cara Hannah Arendt: “La verità logica è l’unica verità sicura su cui gli esseri umani possono ripiegare una volta persa la reciproca garanzia, il senso comune, di cui hanno bisogno per fare esperienza, vivere e conoscere la loro via in un mondo comune. Ma questa verità è esattamente vuota o, meglio, non è affatto verità, perché non rivela alcunché”. Cos’è l’uomo? Ecco la parolina che ferisce le orecchie dei nipotini di Gramsci: libertà. Precisamente il fil rouge che ci insegue da quattro anni di avventura editoriale e che ha tenuto insieme il cattolico don Luigi Giussani e la laica ed ebrea Hannah Arendt, il “cinico” Giuliano Ferrara e la stima nei confronti del Papato, la più libertaria (rispetto a tutti i poteri di questo mondo) delle istituzioni terrene. Alla larga dai soloni che da Prezzolini a Scalfari hanno inseguito per un secolo il Rinnovamento Morale della Nazione. Alla larga da quelli che hanno il problema di come conciliare popolo e intellettuali. Alla larga dagli statalisti che sanno loro in cosa consiste il Pubblico Bene, come si deve lavorare negli ospedali e cosa si deve studiare nelle scuole. Alla larga dall’ormai decadente snobismo di sinistra che concede ben volentieri ai giovani il diritto a starsene nelle discoteche o nelle scuole, magari fatti e strafatti come quel tale Charlie, inebetito dall’alcol e dalla droga, di cui credette scandalizzarci con le foto di una scadente fellatio un settimanale lottagovernativo femmineo e patinato. Noi, qui, liberi ed esagerati nel giudicare, continueremo a farvi del bene, infilandoci tra le gambe del diavolo se occorre, per fare popolo e vivere come vogliamo, non come ci ordinano.TEMPI

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