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Missione Caritas

maggio 12, 1999 Casadei Rodolfo

conversazione di Rodolfo Casadei con don Virginio Colmegna

La guerra giusta non esiste. Volontari e aiuti umanitari non
devono appoggiarsi alla logistica militare. I paesi occidentali ospitino
i profughi kosovari sul loro territorio. Parola del direttore della
Caritas Ambrosiana, partito in missione di pace alla volta di
Belgrado, ma respinto alla frontiera jugoslava

Fra il 27 e il 30 aprile cinque “delegazioni di solidarietà” guidate da altrettanti vescovi italiani si sono mosse per visitare i paesi interessati dal conflitto nei Balcani: Albania, Macedonia, Bosnia, Montenegro e Serbia. Abbiamo intervistato don Virginio Colmegna, direttore della Caritas Ambrosiana, membro della sfortunata delegazione per Belgrado che non è riuscita a portare a termine la sua missione.

Don Colmegna, con quale messaggio e con quale progetto le delegazioni della Cei e della Caritas si sono recate nei Balcani?

Per compiere una missione di preghiera, di pace e di solidarietà. Abbiamo voluto portare la solidarietà della Chiesa italiana a tutte le vittime della guerra e farci portavoce della loro domanda di pace, di cessazione delle ostilità. Purtroppo la delegazione di cui io facevo parte, guidata da mons. Benito Cocchi presidente della Caritas italiana e diretta a Belgrado, è stata respinta alla frontiera. Avevamo in programma incontri con le massime autorità religiose e civili serbe, con le quali avevamo concordato la nostra visita, ma purtroppo non è stato possibile.

Perché non vi hanno lasciato entrare? Che lettura date di questo fatto?

Non siamo ancora riusciti a capire cosa sia successo. Ma certamente ci sono delle tensioni all’interno dell’apparato jugoslavo.

Volevate attivare progetti Caritas nella Federazione jugoslava?

Siamo già presenti da tempo, a Nis e Belgrado, dove supportiamo i progetti delle Caritas locali a favore di anziani, malati psichici e handicappati. Nis è nella regione abitata dalla minoranza magiara, dove vivono numerosi cattolici, mentre Belgrado è omogeneamente ortodossa. Ma in entrambi i casi le nostre opere sono al servizio di tutti e si concepiscono in spirito ecumenico.

Lei è direttore di una delle Caritas più importanti d’Italia. Che cosa ne pensa di tutta la vicenda degli aiuti umanitari, sia a livello italiano che di comunità internazionale? E’ giusto allestire campi profughi a ridosso della frontiera?

Certamente la risposta della comunità internazionale alla crisi dei profughi, e in particolare quella dell’Italia, va valutata positivamente. Gli aiuti e il personale stanno affluendo. Ma non è accettabile il progetto di relegare i kosovari nei campi profughi albanesi, per molte ragioni. Non è pensabile che un paese povero come l’Albania, che ha poco più di 3 milioni di abitanti, possa sopportare a lungo il peso di centinaia di migliaia di rifugiati che in poche settimane entrano ovunque sul suo territorio. Non è pensabile, considerato che le cose andranno sicuramente per le lunghe, stabilizzare i campi di Kukës e dintorni, dove l’inverno è rigidissimo a causa dell’altitudine. Occorre che i paesi della Nato ricevano sul loro territorio almeno una parte di questi profughi e diano loro una sistemazione dignitosa.

Non vede il pericolo di una strumentalizzazione dell’umanitario da parte del potere politico? Di una enfatizzazione della solidarietà per nascondere la realtà della partecipazione dell’Italia a una guerra?

Purtroppo non è un pericolo, è una realtà di fatto che noi abbiamo denunciato. Chiediamo ai governi, a cominciare da quello italiano, di cessare i bombardamenti e promuovere la pace, perché la loro prima responsabilità è quella politica.

Ma nonostante le critiche di principio formulate dalle organizzazioni umanitarie contro questa strumentalizzazione, sta di fatto che quasi tutte partecipano a Missione Arcobaleno, Caritas inclusa.

Non è esatto: noi partecipiamo al tavolo di Missione Arcobaleno attorno a cui si incontrano i rappresentanti delle istituzioni e il volontariato, ma manteniamo intatta tutta la nostra autonomia. Abbiamo deciso di non appoggiarci in nessun modo, se non in casi assolutamente eccezionali, alla logistica militare italiana e della Nato in Albania.

La Caritas, come altre organizzazioni e agenzie umanitarie, è presente nei Balcani sin dall’inizio della crisi nei primi anni Novanta. Che idea vi siete fatti dei percorsi possibili per arrivare a una soluzione? E che cosa rimproverate al mondo politico nostro?

Rimproveriamo la mancata solidarietà alle forze sociali e politiche locali contrarie alla purificazione etnica, alla divisione, alla guerra. In Kosovo per anni l’opposizione ha praticato la resistenza non violenta contro il regime di Milosevic, ma ha trovato pochissima solidarietà in Occidente, e questo ha lasciato spazio a chi voleva fare la lotta armata, coi risultati che vediamo. E’ nostra profonda convinzione che la guerra, non solo nei Balcani, è sempre sbagliata; come ha scritto il cardinal Martini, la guerra giusta non esiste. Noi crediamo nelle missioni di pace, delegazioni di uomini e donne che si interpongono fra i belligeranti e li convincono a deporre le armi con la sola forza della persuasione. E’ un’utopia, ma noi crediamo in questa utopia.

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