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Miserere, storie di cristiani perseguitati. «Se il suo dio è così potente, che venga lui a dargli da bere»

gennaio 21, 2014 Franco Molon

Malawu, Liberia. Storia del pastore Dennis e del suo aiutante, incatenati per tre giorni ad un albero dai membri della società segreta tribale Poro

Pubblichiamo la ventisettesima puntata di “Miserere”, la serie realizzata da Franco Molon e dedicata ai cristiani perseguitati (per leggere le storie precedenti clicca qui).

I sette grandi uomini del Poro di Malawu sono seduti in tondo, ciascuno sulla propria stuoia, nel centro del bosco sacro. Il diavolo, con la maschera aguzza e nera, coperto dal costume di paglia, danza nel mezzo ondeggiando sui trampoli. Lo zoe agita i suoi sonagli e chiude il cerchio magico saltellando tutto intorno al perimetro. Quando il rituale si conclude gli antenati manifestano la loro sentenza parlando per bocca del capo: i due cristiani devono subire la punizione della foresta.

Vengono allora chiamati gli uomini comuni, che aspettavano poco distante, fuori dalla porta rappresentata da un arco di liane intrecciate, i quali trascinano i due condannati, con le mani legate dietro la schiena, fino alla presenza dello sciamano che, dopo aver pronunciato alcuni scongiuri, ordina che siano spogliati. Mentre alcuni fissano le catene ai polsi e alle caviglie di Dennis e del suo compagno, altri si giocano all’azzardo i loro vestiti. I prigionieri vengono poi condotti davanti a due giganteschi alberi di mogano, che si innalzano ai lati opposti della radura, costretti ad abbracciarne il tronco con le gambe e le braccia e, infine, incatenati strettamente ad essi.

Lo zoe, caracollando con la sua gamba zoppa intorno ai patiboli, intona una cantilena monotona per invocare sui condannati il giudizio degli spiriti protettori della tribù e quindi afferra un bastone, sul quale arrotola alcuni rovi, e con questo graffia la nuca, la schiena e le cosce del pastore e del suo diacono fino a farle sanguinare. A quel punto i membri della società segreta considerano terminato il rito e il processo e, con i grandi uomini in testa, si allontanano dalla piccola collina lasciando di guardia solo un paio degli affiliati più giovani, di quelli senza tatuaggio.

In poco tempo i corpi dei due si ricoprono di insetti, attirati dall’odore dolciastro del sangue fresco. Le punture e il prurito si aggiungono al dolore per lo sfregamento della pelle contro la dura corteccia, per le membra distese in maniera innaturale e per il morso dei ceppi sui polsi e le caviglie. A Dennis sfugge un lamento che fa irritare il più giovane dei suoi custodi il quale si alza, lo raggiunge e, inveendo con ogni sorta di insulti, gli sferra un calcio sul fianco fratturandogli una costola. Soddisfatto del colpo il ragazzo torna a sedersi con l’amico e riprende la partita che aveva interrotto.

Il tempo scorre lento nella sofferenza e a Dennis ogni minuto pare infinito; prova a pregare mentalmente per distrarsi dalle fitte e trovare coraggio ma le grida che il suo corpo lancia gli tolgono lucidità e costanza. Si ritrova a vagare con il pensiero in ogni direzione fino a ricadere nel ritornello che il suo inconscio continua a ripetere: “devo resistere!” I tempi della coscienza si riducono sempre di più, quelli del mantra si dilatano fino ad occupare tutto il suo essere.

“Ho sete” dice Dennis dopo qualche ora, ritornando presente a sé stesso. Il ragazzotto strafottente che gli ha fracassato il costato si rialza e gli piscia sulla testa: “il signore è servito” commenta riallacciandosi la patta con un gesto volgare. “Se il suo dio è così potente, che venga lui a dargli da bere” fa eco, con uno sghignazzo, l’altro che, anche questa volta, è rimasto seduto. In quel momento il temporale della sera arriva a maturazione annunciato da un tuono cui segue, dopo poco, uno scroscio furibondo.

I due guardiani non hanno nessuna intenzione di rimanere a prendersi il diluvio e corrono verso il villaggio riparandosi alla bell’e meglio sotto una larga foglia. Dennis e il suo compagno rimangono soli nella radura, si chiamano l’un l’altro per assicurarsi di essere ancora vivi. Entrambi appoggiano le labbra all’albero per suggere l’acqua che cola lungo la corteccia. Quello che per gli altri è un fastidio è per essi un sollievo poiché permette loro di risvegliarsi, di bere, di pulirsi dall’urina e dagli insetti.

Tra gli arbusti della boscaglia si fanno largo con circospezione tre donne della congregazione, portano un po’ di cibo e veglieranno con loro per tenere lontano gli animali della notte.

Ottobre 2013 – I membri della società segreta tribale Poro rapiscono il pastore Dennis Aggrey e un suo aiutante e li lasciano per tre giorni incatenati ad albero in un bosco sacro nei pressi di Malawu (Liberia). La chiesa viene chiusa e ai fedeli viene proibito di possedere bibbie o di parlare di Gesù. Una volta liberato il pastore denuncia l’episodio alle autorità le quali, benché la Liberia sia un paese prevalentemente cristiano, decidono di non intervenire perché le azioni del Poro vengono giudicate parte integrante della cultura popolare. 

In questo video, del 2012, il pastore Dennis Aggrey presenta in maniera sintetica se stesso e la propria missione.

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4 Commenti

  1. ragnar says:

    Il rituale della foresta? Già temevo che dicessero una roba tipo: “Scegli: o morte, o bunga-bunga!”.

    • VivalItalia says:

      ma se a uno dopo aver letto l’articolo ci viene in mente a barzelletta me chiedo: che razza di uomo è?
      In Liberia probabilmente non poteva che essere:
      “Il ragazzotto strafottente che gli ha fracassato il costato si rialza e gli piscia sulla testa: “il signore è servito” commenta riallacciandosi la patta con un gesto volgare.

    • VivalItalia says:

      ma se a uno dopo aver letto l’articolo ci viene in mente a barzelletta me chiedo: che razza di uomo è?
      In Liberia probabilmente non poteva che essere:

      “Il ragazzotto strafottente che gli ha fracassato il costato si rialza e gli piscia sulla testa: “il signore è servito” commenta riallacciandosi la patta con un gesto volgare.

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