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Miserere, storie di cristiani perseguitati. La statua della Madonna decapitata e padre Modibo, che vuole ricominciare

dicembre 19, 2013 Franco Molon

Diabaly (Mali). Le milizie islamiste e la devastazione della chiesa. Un atto di vandalismo ideologico che chiede vendetta. Oppure la risposta di padre Modibo

Pubblichiamo la ventiduesima puntata di “Miserere”, la serie realizzata da Franco Molon e dedicata ai cristiani perseguitati (per leggere le storie precedenti clicca qui).

Sono arrivati, improvvisi e violenti, come una folata di vento. Le teste coperte da barbe e turbanti neri, sono balzati a terra da pick-up bianchi su cui sventolava la bandiera tetra di Al-Qaeda con la shahada scritta in giallo. Gridando il nome di Allah hanno sfondato la porta della chiesa e hanno dato inizio allo scempio. Uno si è accanito con il quadro del Sacro Cuore, l’ha staccato dal muro, l’ha strappato dalla cornice e l’ha tagliuzzato con un pugnale buttandolo poi a terra e calpestandolo. Un altro si è divertito con la statua di gesso di Maria che ha decapitato con un colpo di sciabola tra le urla di giubilo di chi stava distruggendo gli strumenti musicali del coro e di chi stava facendo a pezzi portacandele e altri piccoli oggetti sacri. Poi è stata la volta del grande crocifisso della parete absidale; dopo averlo tolto dal muro l’hanno impugnato come una mazza per fracassare quanto ancora era rimasto intatto. Solo qualche colpo e anche la croce si è spezzata; con il mozzicone rimasto hanno graffiato sull’intonaco della navata la scritta “Allah è l’unico”. Da ultimo sono saliti sul tetto e con l’aiuto di una corda e di una leva hanno divelto la croce in muratura che sovrastava la facciata e l’hanno fatta precipitare nel cortile. Se ne sono andati alzando un turbine di polvere, con la stessa furia con la quale erano arrivati.

Padre Modibo osserva la devastazione della sua chiesa cercando di capire da che parte cominciare. Cammina avanti e indietro tra il rottame facendo un inventario mentale di quanto si è salvato e di quanto è perduto fino a che l’ordine delle operazioni non gli diventa chiaro: portare fuori tutto, fare un mucchio della roba da buttare e uno di quella da riparare, stuccare e imbiancare le pareti, pulire tutto, rimettere a posto la croce del tetto.

In silenzio e con lentezza il sacerdote inizia il suo lavoro; comincia dagli oggetti più piccoli, li raccoglie, li osserva, ne stabilisce la potenzialità di riparazione e li destina a uno dei due cumuli. Tutto concentrato nell’opera di discernimento non si accorge dell’arrivo del ragazzo che è solito guadagnarsi pochi spiccioli facendo il sagrestano: “sono stati i musulmani del paese, padre. Sono stati loro a portarli qui. Quelle bestie venivano dal deserto, nemmeno immaginavano che ci fosse una chiesa in questo posto.”

“Ormai conta poco” risponde Modibo risollevandosi e asciugandosi il sudore con il dorso della mano “adesso dobbiamo solo pensare a far pulizia e sistemare tutto prima della messa di domenica.”

“La pulizia” riprende il giovane “dovremmo farla in tutto il paese. Dovremmo andare in quella loro pulciosa moschea e bruciarla e poi cacciarli via tutti, buttarli in mezzo al deserto insieme ai loro amici Tuareg. I soldati francesi ci proteggerebbero. Va fatto adesso.”

“Ma non capisci che è proprio questo che quella gente vuole? Che sia l’odio a comandare e non il rispetto, la convivenza, l’amore per sé e per gli altri.”

“Sarà come dice lei” ribatte il ragazzo “ma non possiamo tollerare un sacrilegio come questo. Dobbiamo reagire altrimenti loro se ne approfitteranno e le cose andranno sempre peggio. Se non facciamo qualcosa adesso, che ancora possiamo, ci ritroveremo tutti sottomessi alla sharia, e sarà finita, per sempre, per tutti.”

Padre Modibo si china a raccogliere un brandello della tela del Sacro Cuore e, mostrandola, dice: “il sacrilegio non è fare a pezzi un quadro, questo è solo vandalismo. Il vero sacrilegio è come ciascuno guarda al proprio cuore dimenticandosi che è fatto ad immagine di Dio; come usa delle cose e delle circostanze fingendo che esse non siano un dono di Lui. Tutti dobbiamo chiedere perdono per questa vergogna e tutti dobbiamo imparare mettendoci in ginocchio.”

Gennaio 2013 – Tra il 14 e il 21 gennaio la piccola cittadina di Diabaly (Mali), vicina al confine con la Mauritania, è stata occupata da gruppi di guerriglieri islamici della fazione Ansar Dine, in seguito convogliata nel gruppo Al-Qaeda del Maghreb islamico. L’episodio, iscritto nel quadro della guerra civile maliana, si è concluso con la riconquista della città da parte delle truppe francesi in appoggio all’esercito del Mali. Nel breve periodo di occupazione le violenze contro i cristiani, le loro proprietà e i loro luoghi di culto sono stati innumerevoli, tra essi la devastazione della chiesa cattolica.

Un servizio esclusivo della versione inglese del canale televisivo France 24 documenta lo stato delle chiese, cattolica e protestante, di Diabaly dopo il passaggio del gruppo salafita Ansar Dine.

 

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