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Miserere, storie di cristiani perseguitati. Io, “colpevole” di apostasia, braccata dai miei familiari, devoti musulmani di Khartoum

novembre 29, 2013 Franco Molon

Sudan. Dopo la secessione, migliaia di “infedeli” sono stati costretti a fuggire al Sud dal Nord islamista

Pubblichiamo la diciannovesima puntata di “Miserere”, la serie realizzata da Franco Molon e dedicata ai cristiani perseguitati (per leggere le storie precedenti clicca qui).

Quando l’elicottero si è alzato, in una nuvola di polvere rossa, là dove le ultime baracche si sfilacciano in deserto, per la prima volta, nella mia vita, ho visto il mondo dall’alto. Il disegno del Nilo Bianco mi si è svelato davanti agli occhi in una meraviglia e, come Dio, ho finalmente compreso la trama della mia vita dentro il reticolo della città che mi ha cresciuta.

Sono nata a Khartoum in una devota famiglia musulmana che non ha potuto impedire il mio incontro con una vicina di casa che un giorno mi parlò di un uomo risorto da morte. Una notizia incredibile che ha acceso il mio desiderio e mi ha trascinato in un’amicizia che mi ha condotta fino al battesimo.

Questo fatto ha sprofondato nella disperazione tutti i miei parenti. Per porre rimedio alla vergogna mio padre e i miei fratelli mi hanno rinchiusa in una stanza, al buio, perché potessi guardare nel fondo della mia anima e ritrovare la ragione. Sono rimasta sei mesi in quelle tenebre. Vedevo la luce solo per un’ora alla settimana, quando un imam, amico di famiglia, veniva a farmi visita per provare a ricondurmi sulla strada della sottomissione.

Tutti speravano che comprendessi che l’islam porta la luce ma le parole di quel religioso mi parevano più buie del mio buio, e il suo paradiso più nero del mio inferno. Poiché non mi piegavo l’imam prese a frustarmi, ogni volta venti colpi, affinché la mia carne comprendesse quale balsamo fossero le parole del profeta.

Non ho ceduto. I miei fratelli, allora, si sono convinti che fossi posseduta da uno spirito maligno e che l’unica soluzione fosse quella di uccidermi; mi hanno caricato nel bagagliaio dell’auto e, di notte, mi hanno portato nel deserto con l’intenzione di seppellirmi viva. Mentre essi erano intenti a scavare la mia tomba sono riuscita a liberarmi e mi sono rifugiata in un canalone poco lontano. Non mi hanno trovata. Il giorno dopo sono andata dalla mia amica cristiana che mi ha nascosto per qualche tempo.

La situazione, però, si faceva ogni giorno più pericolosa, la mia famiglia mi cercava e la polizia, aizzata dai miei parenti, era sulle mie tracce. Ho deciso di fuggire in Etiopia. Ad Adis Abeba, però, i funzionari dell’ambasciata del Sudan mi hanno individuata e mi hanno rimpatriata a forza. Sono stata interrogata e picchiata per tre giorni dagli uomini della Niss che mi accusavano di essere fuggita illegalmente. Mi sono difesa dicendo che ero scappata perché i miei fratelli avevano cercato di uccidermi e, a quel punto, mi hanno creduta e rilasciata accusando la mia famiglia di tentato omicidio.

Sapevo di avere poco tempo così ho comprato un falso visto per un paese europeo e sono salita sul primo aereo in partenza. Nel frattempo i miei familiari erano stati interrogati a loro volta e avevano giustificato i propri atti con la mia apostasia. Loro sono stati prosciolti, io sono stata arrestata poco prima del decollo mentre ero già seduta al mio posto, il B23.

Sono stata condannata a sei mesi di reclusione che ho scontato nel carcere di Omdurman. Dopo il rilascio sono stata accolta da una famiglia di cristiani che ha provveduto a me e mi ha tenuta nascosta. Quando il Sudan si è diviso qui, al nord, la vita per noi cristiani è diventata ancora più dura. Il presidente Omar al Bashir ha deciso di instaurare la forma più dura di sharia e io, come apostata, posso essere uccisa da qualsiasi buon musulmano voglia fare un’azione gradita ad Allah.

Ho ricominciato a vivere sepolta tra quattro mura, invisibile a tutti, fino ad oggi, quando sono salita su questo elicottero della Barnabas Foundation che porterà i miei amici e me a Juba, in Sud-Sudan, per ricominciare a vivere lontano dalle persecuzioni, se questo è il disegno di Dio sulla nostra vita.

Estate 2013 – La Barnabas Foundation, una organizzazione internazionale che ha come scopo quello di fornire sostegno materiale e spirituale alle comunità cristiane vittime della persecuzione, ha effettuato il trasferimento, con elicotteri, di oltre 8 mila cristiani dal Sudan verso il Sud-Sudan. La separazione tra i due stati ha infatti reso ancora più isolate e vulnerabili le piccole comunità cristiane sopravvissute nel nord del paese. I trasferimenti sono volontari e tollerati dalle autorità del Sudan che vedono, di fatto, nell’operazione una forma di pulizia etnico-religiosa. La storia raccontata è stata pubblicata su Mornig Star News il 20 settembre, mantenendo l’anonimato della protagonista.

Nel video, un servizio della Cbn che dà notizia del ponte aereo organizzato dalla Barnabas Foundation per portare al sicuro, in Sud-Sudan, 8 mila cristiani vittime delle persecuzioni dello Stato islamico del Sudan.

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