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“Miserere”, storie di cristiani perseguitati. Homs

luglio 24, 2013 Franco Molon

Storia di Elias Mansour, 84 anni, che insieme al figlio handicappato era l’ultimo cristiano della città di Homs, Siria

Pubblichiamo la seconda puntata (qui trovate la prima) di una serie di storie di cristiani perseguitati realizzate da Franco Molon. Dopo Megapura, Homs.

Wadi Sayeh non ha più l’aspetto di una strada; i crolli e le macerie riempiono di cumuli la carreggiata; le facciate delle case, sventrate dai colpi dei carri, scoprono antri dove penzolano ricordi di vite sparite. Quella che un tempo era un’arteria diritta nel cuore della città è diventata un sentiero tortuoso, tracciato dai cingoli nella polvere dei calcinacci. Ogni mucchio può nascondere un’arma in attesa della carne; ogni angolo può cambiare padrone da un momento all’altro.

Sul lato di nord-est, dove un tempo erano le botteghe cristiane, è rimasta solo una tana sbrecciata, con il soffitto sbriciolato per metà e le poche masserizie rimaste ammassate in un angolo, dietro una barricata di sfasciume. Un vecchio si prepara per uscirne.

“No, pa’, no” biascica il figlio con la mente e le gambe lese, agitandosi sulla seggiola dove passa le sue giornate.

“Adnane” risponde l’uomo carezzandogli il viso “devo uscire per forza, non è rimasto più niente da mangiare. Dio ci ama, ma non può buttarci il cibo dal cielo. La volta scorsa ho visto che c’è dell’acqua vicino alla chiesa di Mar Elian. Credo sia un tubo dell’acquedotto squarciato da una bomba. Di sicuro ci saranno altre persone come me intorno a quella sorgente. Troverò del cibo e troverò dell’acqua. Non possiamo rimandare. Se vogliamo continuare a vivere e rimanere qui, nella nostra casa, devo trovare presto qualcosa da mettere nella pancia di tutt’e due. Devo rischiare.”

Adnane non sembra quietarsi, continua ad oscillare avanti e indietro con il busto ripetendo in maniera ossessiva il suono delle esplosioni che lo terrorizzano: “bum, bum,bum”. Il vecchio Elias allora si siede davanti a lui, gli prende le mani tra le sue e cerca di farsi guardare negli occhi inseguendone lo sguardo incostante.

“Ragazzo mio” dice “Noi non dobbiamo avere paura. Loro possono fare quello che vogliono, possono abbattere il tetto della casa sulla nostra testa, ma noi non dobbiamo avere paura. E lo sai perché non dobbiamo aver paura? Perché noi siamo più forti. Perché se io acchiappo uno di questi fanatici musallaheen, io non lo uccido, io lo educo; gli insegno la Sacra Bibbia, i dieci comandamenti: non uccidere, non rubare, non commettere atti impuri. Togliere la vita, uccidere, Dio l’ha vietato in tutti i testi sacri. Ecco perché siamo più forti, ecco perché non dobbiamo avere paura. Lo capisci, ragazzo?”

Il vecchio ha le lacrime agli occhi e il giovane sembra essersi tranquillizzato. Adnane apre il suo sorriso sbilenco e punta il cielo con un dito mugolando e annuendo.

“Bene” continua Elias “vedo che hai capito. Allora adesso rimani qui tranquillo mentre mi preparo ed esco. Vedrai, non starò via molto.”

Il padre raccoglie una piccola tanica, una sacca, le ultime due banconote e un vecchio orologio con il vetro rotto; lancia ancora uno sguardo al figlio e sgattaiola fuori.

Il tempo passa e inizia a far buio. Il ragazzo sulla seggiola sussulta ad ogni colpo. La brigata Al Farouq sta cercando di riprendersi la strada prima di notte, avanzando dal centro verso la periferia. Un razzo RPG sfonda una casa vicino e una nuvola di polvere biancastra riempie l’aria. Adnane inizia a tossire, poi sente delle voci oltre la barricata e si spaventa, cerca di alzarsi per nascondersi ma le gambe non lo reggono e finisce a terra. Le voci si allontanano tra il crepitio degli AK47. Lo scontro dura pochi minuti poi cade un silenzio irreale e il sole tramonta. Il ragazzo rimane buttato sul pavimento a tremare di paura e di freddo mentre un incendio lontano disegna ombre sul muro dietro il quale è sparito il padre.

Elias Mansour ritorna quando il figlio ha ormai perso ogni speranza di rivederlo; la tanica è colma, la borsa contiene qualche verdura, l’orologio c’è ancora, le banconote sono finite.

“Mio Dio, Adnane” esclama mentre si affanna per rimettere seduto il figlio “cosa è successo? Perché hai cercato di alzarti?”

Il ragazzo ride e si sbraccia scoordinato nel tentativo di abbracciare il genitore. “Ho impiegato più tempo del previsto” continua il vecchio “perché sono dovuto andare molto lontano per trovare da mangiare. Qui, in città, non è rimasto più nessuno dei nostri amici. Sono scappati tutti, tutti. Siamo rimasti solo noi due. Ma io di qui non mi muovo.”

Il 31 ottobre 2012 Elias Mansour di 84 anni è stato ucciso da un cecchino della brigata Al Farouq. Di suo figlio non si hanno più notizie. Erano gli ultimi due cristiani, di trecentomila, rimasti nella città di Homs.


Una troupe della Tv TG 24 Siria raggiunge Elias nel suo rifugio e lo intervista. Successivamente alla sua morte realizza questo servizio sulla vicenda.

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