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“Minister = Servus”. I bigliettini di De Gasperi alla «nuova generazione di politici cattolici»

dicembre 15, 2014 Renato Farina

Viviamo un tempo che somiglia molto al Dopoguerra. E il grande statista cattolico ci dimostra che il potere della speranza è più forte del potere della paura

Un giorno, circa nello scorso millennio, Giampaolo Pansa mi disse: «Se fossi editore ti commissionerei un libro dal titolo: Nostalgia di De Gasperi». Poi fu Francesco Cossiga, dopo che compimmo una comune fatica di scrittura, a mettermi tra le mani un volume corposo, ordinandomi di leggerlo e studiarlo: De Gasperi, semplicemente così si chiamava, ed era di Pietro Craveri. Intuii la forza di quest’uomo. Capii cosa voleva dire “statista”. Vuol dire privilegiare il bene comune sui beni grandi ma infine secondari, convinto che comunque non si perde nulla, perché anche se apparentemente spariscono, sono ricompresi in qualcosa di più largo e buono per tutti.

Ma è stata la lettura di Giuseppe Sangiorgi De Gasperi, uno studio. La politica, la fede, gli affetti familiari (Rubbettino) a farmi sentire nostalgia, che porta nella sua etimologia un carico di dolore, ma la certezza che non è un sogno perduto. Non nostalgia di un’epoca. Ma di quell’energia di un popolo che trovò il suo punto di sintesi in un genio.

Si usa dire che grandezza e onestà di un politico è la coerenza. No, non è la coerenza di chi non sbaglia mai: è impossibile. Non c’è nessuno che percorra nella sua vita una linea geometrica, dove un punto segue l’altro. Anche Alcide De Gasperi ha zoppicato qualche volta sulla strada.

No, la grandezza è un’altra. Si tratta di tenere uniti nel proprio corpo e nella propria mente l’ideale della vita e qualsiasi ambito dell’esistenza in cui il nostro “io” si affaccia. Non è coerenza morale, ma coerenza ideale.

Perché nostalgia allora? Perché non c’è nessuno che oggi non dico viva questa unità profonda, ma la ritenga plausibile. Il massimo che si trova come ideale unitivo tra l’ideale e la vita è il “fare”. Bene, benissimo. Fare, rifare, diventa spesso strafare, cioè in fondo non fare veramente nulla di buono. Fare il bene implica infatti voler bene. Ma oggi, chi in politica vuole bene agli uomini, a tutti, a ciascuno, persino ai nemici?

De Gasperi sì.

De Gasperi non solo aveva una grande anima, ma era una grande anima. De Gasperi non era un tecnico della politica. Era un grande politico perché era un uomo autentico. Questo lo ha fatto essere lo statista che ha traghettato l’Italia dalla sconfitta alla ricostruzione. Una «nuova generazione di politici cattolici» (papa Benedetto XVI a Cagliari, 7 settembre 2008) non può prescindere nella sua autoselezione da questa identificazione di tutto se stessi con l’ideale. Mi ha colpito l’abitudine di De Gasperi a scrivere bigliettini che lo aiutavano nei momenti più difficili a ricordarsi chi era. Biglietti semplicissimi. Piccoli versetti di salmi. Oppure improvvise illuminazioni. Ne cito uno: “Minister = Servus”. Viveva questo.

Il potere della speranza è più forte del potere della paura. Oggi viviamo un tempo che somiglia moltissimo a quello che vide De Gasperi progettare il futuro. In piena guerra, sotto i bombardamenti, mentre era rincorso dai nazifascisti, egli non si concentrò sulla fine di un’epoca, sulle macerie di un regime, non si accontentò di una strada perché il popolo italiano se la cavasse, ma intravvide la speranza di un mondo nuovo pur nell’imperversare della tragedia.

A pagina 116 c’è questo frammento di lettera d’amore a Francesca, la moglie: «È l’amore che ci domina, ci unisce, ci fonde in uno. Io ho un grande temperamento fisico e un grande temperamento spirituale. Del primo tu senti la stretta, quando le mie braccia si stringono attorno al tuo bel corpo. Del secondo tu hai la sensazione quando ti guardo e quando ti parlo». Una grande anima è un corpo che stringe a sé un altro corpo amandolo.

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