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“Millennium – Uomini che odiano le donne”, Fincher non è Larsson

febbraio 3, 2012 Paola D'Antuono

Il remake hollywoodiano di David Fincher nelle sale venedi 3 febbraio. Buona la prova di Rooney Mara, Daniel Craig non pervenuto. Ma la vera delusione è un film lunghissimo e troppo lontano dalla potenza del primo thriller di Stieg Larsson

Nel 2009 il regista svedese Niels Aren Oplev diresse Uomini che odiano le donne. Per gli amanti del primo romanzo di Stieg Larsson la pellicola fu più che altro un’occasione per dare un volto comune all’hacker Lisbeth Salander e al giornalista investigatore Mikael Blomkvist, Ma il film svedese ebbe anche il merito di ingolosire il pubblico che non si era ancora confrontato con l’imponente trilogia Millennium e che s’innamorò perdutamente di Lisbeth, che per tutti aveva le sembianze spigolose di Noomi Rapace. L’attrice svedese oscurò completamente gli altri protagonisti e grazie alla sua interpretazione traghettò il film verso risultati insperati e portò la sua carriera ad allontanarsi dalle gelide temperature svedesi e approdare tra le calde e accoglienti temperature californiane. E mentre miss Rapace si preparava a recitare nel secondo capitolo di Sherlock Holmes, la bella ed eterea Rooney Mara, quasi sconosciuta al grande pubblico, subiva una mutazione genetica per vestire i panni dell’hacker svedese nel remake hollywoodiano di David Fincher.

Il regista di Seven esplicita le sue intenzioni attraverso i titoli di testa di Millennium – Uomini che odiano le donne. Sulle potentissime note di Immigrant Song, interpretata da Trent Reznor e Atticus Ros, un’oscura sequenza  – francamente lunghissima – introduce le tematiche del film: tasti del computer e collegamenti usb vengono investiti da una sostanza liquida ma corposa di colore nero che ben presto inonda due figure umane che sembrano essere quelle di Rooney Mara e Daniel Craig, i due protagonisti del film. Da quel momento in poi Fincher chiede a lettori e spettatori di dimenticare totalmente il film precedente, dire addio all’ambientazione glaciale svedese e ai mille intrighi costruiti da Larsonn e perdonare in alcuni punti la scarsa fedeltà al testo originale.

Se infatti in Larsson e nella trilogia filmica svedese – non eccelsa ma sicuramente molto fedele – la Svezia è il convitato di pietra del thriller e gioca un ruolo fondamentale all’interno della narrazione, nel Millennium fincheriano potremmo essere ovunque, in qualsiasi posto ci fosse un clima rigidissimo e tanta, tanta neve. Stoccolma, tra le cui strade i personaggi vivono, si addentrano, si perdono, mangiano, si prendono a botte, riecheggia solo attraverso qualche finestra accesa e qualche distratta collocazione geografica dei personaggi. Il pub dove Lisbeth si stordisce con l’alcol diventa una discoteca techno lesbo, la sede di Millennium un super loft di quelli che si vedono nelle serie tv americane. Scelte autorali, si potrebbe obiettare, come quella di Daniel Graig, che per tutto il film tenta di nascondere i suoi muscoli per regalare al suo Mikael l’aspetto trasandato e poco curato di cui scriveva il compianto autore. Anche la sceneggiatura subisce delle deviazioni inaspettate che fanno storcere qualche naso (compreso quello di chi scrive), forse create per dare al film un’atmosfera più “internazionale”.

Millennium  – Uomini che odiano le donne, nelle intenzioni nasce come un adattamento dell’opera svedese e non come un remake del film, ed effettivamente le due pellicole non potrebbero essere più distanti, ma il vero problema è che Fincher restituisce davvero poco dell’opera complessa di Larsson, un thriller costruito nei minimi dettagli, talmente avvincente da costringere il lettore a notti insonni per terminare le 600 pagine e che invece in questo remake costringe lo spettatore a perdersi e a frastagliare il suo sguardo in 160 minuti infiniti, in cui l’impressione netta è di vedere una storia che si conosce perfettamente ma riscritta da un’altra mano. L’oscurità registica è più visiva che interpretativa, la cupezza dei personaggi sta più nei vestiti e nell’atteggiamento che nella sofferenza interiore che ha fatto innamorare milioni di lettori. Lisbeth e Mikael sono bravissimi investigatori che arrivano a soluzioni impossibili con una facilità tutt’altro che presente nel romanzo, amanti occasionali più ripiegati su se stessi che sul caso a cui stanno lavorando e su tutte le innumerevoli implicazioni che ne nascono. Anche i personaggi secondari, Erika Berger, l’amante collega di Mickael, il vecchio Henrik Vanger, i due tutori di Lisbeth, sono talmente marginali da non aggiungere nulla di più che la loro presenza scenica fatta di attimi velocissimi.

Se quindi alla prima riduzione cinematografica del film si poteva rimproverare l’eccessiva didascalia e fedeltà al testo, nel secondo tentativo hollywoodiano la vera pecca è costituita proprio dall’allontanamento eccessivo dal testo o, forse, da una sua parziale interpretazione. La vera forza del libro di Larsson sta nella vorticosa ed elettrizzante velocità con cui gli eventi precipitano e creano nuovi equilibri, mentre invece il film di Fincher si muove su un livello fastidiosamente statico per 160 minuti che sembrano infiniti, molto più lunghi delle 600 pagine. E il pensiero che a questi potrebbero aggiungersi altri due capitoli non è affatto rassicurante.
Twitter: @paoladant

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