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Migranti per forza nell’Italia precaria

agosto 12, 2017 Nicole Jallin

Intervista all’attrice Bianca Nappi, nel cast di “Taranta on the road”, nuovo film di Salvatore Allocca in concorso all’ultimo Bif&st e nelle sale dal 24 agosto

Bianca Nappi_foto di Marco Rossi

Interpreta la manager di una band emergente che si mette in gioco senza riserve per concretizzare la sua carriera e la sua attrazione amorosa; interpreta una femminilità dal fare bizzarro e dall’instancabile spirito romantico, energico, determinato, come rivela a tempi.it Bianca Nappi, attrice tranese nel cast di “Taranta on the road”, seconda opera cinematografica del giovane regista, sceneggiatore e produttore Salvatore Allocca, già presentato all’ultimo Bif&st e nelle sale dal 24 agosto. Un film che parla di musica (con contributi di Mascarimirì e Sud Sound System) e del territorio del sud – come evoca la liberatoria danza della pizzica del titolo – ma soprattuto della condizione giovanile drammaticamente precaria di una nazione che trattiene in stallo (nelle CIE e simili) chi arriva, e nel limbo della disoccupazione chi qui è nato.
Dunque si parla di migranti all’indomani delle Primavere arabe – siamo nel 2011 -, ma non solo. Si parla di fughe disperate verso l’Europa, prima per mare Mediterraneo, poi per terra italiana, ma non solo. La pellicola prodotta da Vega’s Project, Marvin Film ed Emma Film, non affronta il tema dell’immigrazione con forme e approcci buonisti (ormai abusati) ma lo pone come terreno d’incontro e confronto tra due ragazzi tunisini (interpretati da Nabiha Akkari e Helmi Dridi) appena sbarcati sulle coste pugliesi, e tre musicisti italiani (Alessio Vassallo, Giandomenico Cupaiuolo, Emanuele Aita) che sono campione molto rappresentativo di una realtà tutta nostrana di “giovani” quarantenni che provano, ormai quasi del tutto demotivati, a campare con il proprio mestiere, la propria arte.

Bianca Nappi, al centro di “Taranta on the road” c’è la speranza giovanile di trovare lavoro, sia per la coppia di migranti che per il trio di autoctoni. E questo crea un legame di determinazione, di legittimo tentativo di realizzare i propri sogni, le proprie ambizioni…

«È esattamente questa l’intenzione del regista: raccontare soprattutto una situazione drammatica italiana di tre quarantenni che non sanno che fare. E questa architettura narrativa, che ruota attorno al tema della realizzazione e non realizzazione di sé, si declina nella storia della coppia di tunisini, in quella della band di giovani quarantenni, e in Teresa, il mio personaggio, che esprime una non-realizzazione affettiva, nonostante i molti tentativi».

Cioè?

«Mi rifaccio al pensiero di Giovanni, membro della band di cui lei è innamorata, il quale sostiene (con un senso un po’ di ingiustizia, un po’ di rassegnazione) che se non riesci a realizzarti come persona, perché sei senza un lavoro e senza un soldo, forse non puoi permetterti nemmeno una compagna, una famiglia. È una condizione che t’immobilizza. E all’interno di questa riflessione s’inserisce Teresa, che è la nota rosa nel film, un personaggio – così l’abbiamo immaginato con Salvatore Allocca – pieno di sfumature buffe, da commedia romantica, eppure sempre risoluta, coraggiosa».

Infatti è l’unica che agisce concretamente…

«Rispetto agli altri tre musicisti, che per una buona parte del film sono scoraggiati, insicuri, abbattuti, lei è certamente quella più fattiva: lei va avanti come un treno verso il suo obiettivo, cioè conquistare l’uomo che ama. E non a caso è una donna. Un elemento su cui abbiamo molto lavorato è il ruolo dell’energia femminile, della capacità di fare delle donne, in contrapposizione con i tanti timori maschili rappresentati in modo diverso dai tre membri della band».

Dal rapporto di queste personalità maschili e femminili s’intravede il ritratto di una realtà sociale e relazionale attuale…

«C’è una consapevolezza che prende forma nel film: con le dovute eccezioni, gli uomini sono più prudenti, il che non è necessariamente un difetto. Correre il rischio e lanciare il cuore oltre l’ostacolo, anche a rischio di soffrire molto, è una caratteristica che appartiene più alle donne. E in questo senso Salvatore ha tracciato dei bei personaggi femminili e ne ha fatto dei punti di riferimento. Teresa è alla ricerca di una completezza affettiva che non trova facilmente: ed è curioso pensare da un lato a quante donne in gamba, carine e intelligenti sono single – io ho più amiche single che impegnate -, dall’altro a quanti uomini preferiscano rinunciare perché hanno paura. Riflette una realtà sociale degli ultimi anni che vede molti più single che coppie o famiglie, il che è dovuto di fatto anche a una precarietà professionale, come nel caso del personaggio di Giovanni: lui è certamente attratto da Teresa ma ha paura. Ha paura e rinuncia».

Dunque di chi parla e a chi si rivolge “Taranta on the road”?

«Parla di tutti noi e si rivolge a tutti noi. È un film per un pubblico eterogeneo che unisce registri diversi: è la storia di un viaggio avventuroso, una storia on the road (quasi tutta in un pulmino) dove si ride e allo stesso tempo si toccano temi importanti che, mai come in questo momento storico, ci riguardano tutti da vicino, nessuno escluso».

Intanto, dopo il cinema, la vedremo anche su RaiUno…

«Sì. Uscirà per la televisione “Due soldati” di Marco Tullio Giordana, presentato pochi giorni fa in anteprima fuori concorso al Festival di Locarno. Si tratta di un film sul sud Italia: sul bene e sul male del nostro meridione, e io ho un ruolo drammatico molto diverso da Teresa. Un progetto bellissimo a cui tengo davvero molto e che vedrete in autunno».

Foto Marco Rossi

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