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Michael Jordan fa 50 anni. Dan Peterson: «È il Maradona del basket, un atleta assoluto»

febbraio 17, 2013 Matteo Rigamonti

«Nel basket, ci sono un “prima” Michael Jordan e un “dopo” Michael Jordan». Dan Peterson ci racconta l’idolo della Nba, che compie 50 anni, per come l’ha conosciuto: «C’è un aneddoto che fa capire bene chi era…».

«Se non ci fosse stato lui, non ci saremmo neanche noi». Questo pensa la Lebron James, stella dei Miami Heat e uomo simbolo del basket di oggi, di Michael Jeffrey Jordan, uno dei più grandi – se non addirittura il più grande – giocatori di basket di tutti i tempi. Soprannominato “Air” Jordan per la sua capacità di rimanere in sospensione in aria, ha ottenuto successo e visibilità anche grazie alla televisione, che lo ha consacrato come idolo planetario dopo l’Olimpiade di Barcellona 1992, quella del “dream team” composto, oltre a lui, da Magic Johnson, Larry Bird, Karl Malone e Patrick Ewing. In occasione del suo cinquantesimo compleanno (è nato il 17 febbraio 1963), e a dieci anni di distanza dal suo ultimo e definitivo ritiro, per capire cos’è stato Michael Jordan per il basket e l’Nba, tempi.it ha intervistato un uomo che di bakest, soprattutto americano, se ne intende: Daniel Lowell, per tutti “Dan”, Peterson, già allenatore in Italia della Virtus Bologna e dell’Olimpia Milano e commentatore di basket su Sport Italia.

Coach Peterson, come sportivo, cos’è stato Michael Jordan per il basket e la Nba?
Possiamo dire che ha coperto diverse magagne per molti anni.

Cosa vorrebbe dire?
Intendiamoci, Michael Jordan era bravissimo. Ma mentre lui giocava la gente non si è accorta di tante cose; per esempio, non si è accorta che la qualità del gioco stava scadendo: nessuno sapeva più giocare a basket! Eppure, sembrava ugualmente che tutto stesse andando bene o almeno così è stato fino a che lui è uscito di scena.

Si può dire che Michael Jordan è stato per il basket quello che Diego Armando Maradona è stato per il calcio?
Giusto, è un paragone che non fa una grinza. Con questo, però, non voglio dire che prima di lui non ci siano stati altri grandi giocatori di basket: Michael Jordan, come Maradona, è stato il prosieguo di altri atleti e, dopo di lui, ce ne sono stati e ce ne saranno altri ancora; soltanto che, nel basket, ci sono un “prima” Michael Jordan e un “dopo” Michael Jordan, come con Maradona nel calcio. È innegabile, stiamo parlando di sportivi che hanno rivoluzionato le rispettive discipline, portandole a livelli prima sconosciuti.

 Quanto ha inciso la televisione sull’affermazione di Michael Jordan come simbolo del basket?
Tantissimo, Michael Jordan ha avuto un impatto totale: non c’è altro modo per descriverlo. E, in questo senso, è stata decisiva l’affermazione mediatica a livello mondiale del “dream team” (la nazionale di basket statunitense, ndr) delle Olimpiadi di Barcellona ’92, di cui lui faceva parte.

Una cosa impensabile solo qualche anno prima…
In America c’è una storiella che racconta che giocatori come Jerry West e Oscar Robertson, due grandissimi di questo sport, erano capaci di fare le stesse cose che hanno fatto poi vedere personaggi come Magic Johnson, Larry Bird e Michael Jordan; soltanto che loro due le hanno fatte “in bianco e nero”. Io, che li ho visti giocare dal vivo, posso assicurarvi che erano atleti assoluti. Mentre Michael Jordan è stato l’uomo giusto nella situazione giusta al momento giusto: una tempistica perfetta, insomma.

Lo ha mai incontrato?
Ya! E lo ricordo ancora bene. Estate del 1985, ero in ritiro con l’Olimpia Milano e abbiamo giocato contro una rappresentativa di stranieri che, per l’occasione, indossava la maglia “scarabeo” nero-arancio della Stefanel Trieste. Li allenava Bogdan Tanjevic e hanno vinto. Ricordo Michael Jordan come una persona molto gentile, affabile, non come gli atleti di oggi che sembrano impazienti quando devono dare del tempo a qualcuno. Gente come lui, Magic Johnson e Julius Erving, invece, si comportavano diversamente; anche se allora, e questo va detto, non c’erano i microfoni, le tv e internet così come ci sono oggi.

Un uomo che non ha mai cercato di nascondere i propri sentimenti, anche in pubblico. Come quando ha chiuso col basket, dopo la
morte del padre, salvo poi ritornare.
È vero, anche se poi giravano voci che avesse smesso per una vicenda di scommesse che sarebbe potuta costargli la sospensione da parte della Lega; motivo per cui avrebbe pensato ad un’uscita anticipata. Detto ciò, l’Nba, dopo un anno e mezzo senza Michael Jordan, ha capito che gli conveniva chiamarlo indietro e gli ha detto: «Torna». E lui è tornato.

 Michael Jordan, Kobe Bryant e Lebron James: come li classifica tra i grandi della Nba?
Su Michael Jordan al primo posto sono d’accordo, mentre davanti a Kobe Bryant ce ne potremmo mettere una sfilza… quanto a Lebron James, invece, io lo posiziono al secondo posto: è un “Michael Jordan” di due metri e cinque che pesa 120 chilogrammi, può fare quello che vuole. Diciamo che Michael Jordan, per tutto quello che ha fatto, è più completo; ma diamogli del tempo e stiamo a vedere dove può arrivare.

Ci regala un aneddoto sul numero 23 dei Chicago Bulls?
Non è mio, è di Steve Kerr, suo compagno di squadra a Chicago, ma vale lo stesso. Kerr, che arrivava dall’università dell’Arizona, è stato scelto al secondo giro nel draft del 1988 dai Phoenix Suns e la prima volta incontrò Michael Jordan da avversario, in panchina: Jordan ricevette un passaggio proprio davanti a lui, due giocatori lo raddoppiarono sulla linea laterale chiudendolo di fatto in una morsa; Jordan allungò la palla con la mano sinistra, allontanandola dai due e girandosi vide Kerr e gli fece: «watch this!». Fece rimbalzare la palla per terra e, con un movimento a mulino, spezzò il raddoppio per poi liberarsi e dopo uno zig zag andare a schiacciare. Tornando a centrocampo Michael strizzò l’occhio a Steve Kerr, seduto in panchina. Questo era Michael Jordan.

E il basket per lei cos’è?
È atletica leggera giocata, è come un balletto che richiede grandissima coordinazione ma anche forza fisica per saltare e correre. In America, con un sondaggio, è stato chiesto a diversi istruttori di varie discipline sportive quale sia il migliore atleta per loro: la maggior parte ha risposto il pugile a livello di sport individuale, perché richiede velocità, rapidità sulle gambe, attacco e difesa, ma tra gli sport di squadra è stato scelto il giocatore di basket. E pensi che anche gli allenatori di football americano gradiscono allenare giovani che provengono dal college basketball.

Michael Jordan festeggerà i suoi 50 anni in campo con la maglia degli Charlotte Bobcats?
Staremo a vedere, molti grandi campioni amano rimanere protagonisti fino all’ultimo. Certamente non sarebbe lo stesso di quando aveva 25 anni, ma sono in molti a scommettere che 12 punti a partita li farebbe ancora. Certi movimenti non si dimenticano mai.

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