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Mettetevi nei miei panni

settembre 2, 2015 Marcella Manghi

A Londra, sulle rive del Tamigi, sarà inaugurato a giorni l’Empathy Museum: un luogo che aiuterà gli utenti a sviluppare una maggiore sensibilità per gli altri.

mamma-mestieri-shutterstock_234452314Primi di settembre, tempo di rientri e di rimonte.

I figli son costretti a gettarsi sul recupero di compiti impietosi. Buona cosa, perché così posso dedicarmi anche io a recuperare: bucati che si rincorrono da soli, calzini solitari e un frigo che a parlarci dentro fa eco. Ma il bello è che alla fine mi resta pure tempo per star aggiornata su notizie estive di secondo piano trascurate per tutto agosto. Non sia mai che – mentre poltrivo sotto la canicola adriatica – qualcuno abbia scoperto la formula segreta della Nutella snellente. Scopro in fretta che mi son persa ben poco. Fra le novità di costume, solo una notizia cattura la mia mente.

A Londra, sulle rive del Tamigi, sarà inaugurato a giorni l’Empathy Museum: un luogo che aiuterà gli utenti a sviluppare una maggiore sensibilità per gli altri. Li si inviterà letteralmente, a mettersi nei panni altrui: ai passanti – ad esempio – verrà chiesto di scegliere un paio di scarpe di uno sconosciuto e camminare con quelle lungo il fiume. Ecco, solo per questo sarebbe da portarci mio marito, giusto perché ci pensi bene prima di regalarmi – come lo scorso Natale – un bel decoltè di vitello tacco 12. Provare per credere.

L’iniziativa non verrà ricordata fra le più originali del secolo, ma intriga. Tuttavia, più che museo – parola che comunque ha sapore sempre un po’ troppo di giurassico – sarei per dargli un nome un po’ più accattivante, chessò: “esperienza multisensoriale interattiva”. Per meno di così, i giovani di oggi difficilmente si smuovono. Ne so qualcosa.

Senza andar fino oltremanica, un tantino di empatia in più anche a casa non guasterebbe. È un po’ come l’ordine. Non ce ne è mai abbastanza. Con un po’ più di empatia ad esempio i figli capirebbero molto meglio:

– Cosa provo quando chiamo pronto-a-tavola dopo aver spignattato un risotto per 85 minuti e nessuno arriva prima del quarto d’ora accademico (magari squittendo sorpreso: “Ehi mà, ma perché non c’è la pasta rossa oggi?”)

– Cosa provo quando mi chiedono come mai non ricordo in ordine esatto – e senza sbirciar il sussidiario di geografia – la sfilza delle Alpi (retiche, carnie e quant’altro).

– Cosa provo quando qualcheduno domanda come mai ho impiegato un minuto in più del previsto ad attraversare la città con lo sciopero dei mezzi.

– Cosa provo quando mi dicono che con lo smalto chiaro “sembro” giovane.

– Cosa provo quando mi ritrovo un barattolo di Skifidol gelatinoso aperto nella borsa di Prada.

– Cosa provo quando qualcuno mi suggerisce di improvvisare un fritto misto giusto due ore dopo il lavoro di lucidatura di quella santa donna che mi aiuta con le pulizie una mattina la settimana.

Ecco, se penso ai figli, un minimo sindacale di immedesimazione in più non guasterebbe.

Giusto per allenarsi a capire il punto di vista degli altri, le loro esperienze e i loro sentimenti.

Così sarebbero più pronti e gagliardi ad affrontare il nuovo anno che s’affaccia. Tanto lo so, che anche questa volta non mancheranno di fare incontri belli tosti: con lo “sfigato” di classe, con l’eritreo del catechismo, col dodicenne down della squadra di basket…

Tra un ripasso di derivate e di ablativi, allora ragazzi miei (e non solo), perché non infilarci anche un bignamino di empatia?

E vi prometto anche di portarvi a fare una bella passeggiata lungo il Lambro, altro che Tamigi… Cos’è, non ho indovinato i vostri pensieri?

Foto da Shutterstock


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2 Commenti

  1. anna arosio says:

    Carissima Marcella Manghi,

    l’empatia che lei ricerca nei suoi figli , storia comune di famiglia, forse dovrebbe partire anche dal nostro esempio, da come ci si pone e si pensa.
    Rilegga dove scrive “degli incontri tosti”, lo “sfigato, l’eritreo al catechismo e il dodicenne dawn : non trova nessuna sbavatura ? Pensi alla mamma e al papa’ dello “sfigato, dell’eritreo e del dodicenne dawn che leggono il suo articolo, si metta nei loro panni, non serve andare a Londra.
    Le auguro buon lavoro

    • giovanna says:

      Mi scusi , Anna Arosio, ma la giornalista ha scritto proprio questo : che a partire da come ci si tratta in casa e da come ci si immedesima nelle fatiche altrui, si può incontrare a fondo il “diverso” da noi !
      Per quanto riguarda il commento acidello sui termini, credo che il politicamente corretto ci ucciderà, come si uccidono già i bimbi down nel ventre materno, gli “sfigati” vengono emarginati a scuola e gli stranieri non accolti.

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