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Storia di “Casa Mosè”, che accoglie i bambini sbarcati a Lampedusa (e che ora rischia di chiudere)

novembre 20, 2014 Chiara Rizzo

Nel rione popolare Camaro la Casa di Ai.bi, che da un anno accoglie piccoli clandestini, rischia la chiusura. I residenti: «Sono dei nostri, non vogliamo vadano via»

La protesta di ieri a Camaro davanti Casa MoséMentre a Tor Sapienza, quartiere alla periferia di Roma, continuavano le proteste dei cittadini contro il centro di accoglienza per stranieri, in un altro quartiere popolare, Camaro a Messina, alcune famiglie di residenti hanno protestato pacificamente con un sit-in e organizzato una catena umana per impedire che i minori ospiti della Casa Mosé, centro di prima accoglienza per i migranti non accompagnati che giungono sui barconi lungo le coste siciliane e gestito dall’Associazione amici dei bambini (Ai.bi), vengano prelevati dai servizi sociali.
Storie simili e allo stesso tempo profondamente diverse: le famiglie di Messina hanno esposto lunghi striscioni, “Siamo tutti Africani”, i bambini del centro hanno replicato anche loro con altre scritte colorate, “Siamo tutti di Camaro” (nella foto a sinistra). La Digos, giunta sul posto, non è intervenuta constatando che la protesta era del tutto pacifica. Alla fine, i residenti l’hanno avuta vinta, e per ora i minori rimangono a Casa Mosé: «Ma non sappiamo fino a quando. Già domani tutto potrebbe cambiare» racconta a tempi.it Dina Caminiti, referente del centro di Ai.bi.

100 BAMBINI. La storia di Casa Mosé inizia circa un anno fa, spiega Caminiti, l’11 dicembre 2013. « Dopo la tragedia di Lampedusa di ottobre io e una collega siamo andate nell’isola e da lì abbiamo cercato di dar voce alla disponibilità delle famiglie ad accogliere i bambini. Ci sono 1.400 nuclei a disposizione in tutt’Italia, ma purtroppo le pratiche non sono veloci, e finora sono stati regolarmente conclusi solo 8 affidi. Dato che sui barconi continuavano ad arrivare minori non accompagnati, abbiamo deciso di aprire questo centro di prima accoglienza, in una struttura che ci è stata messa a disposizione dalle suore Immacolatine del quartiere».
Ai.bi ha aperto Casa Mosé dopo aver firmato una convenzione con il comune di Messina, che essendo già in stato di pre-dissesto, si è impegnato a far da garante con il Governo per consentire che gli sforzi di Ai.bi fossero retribuiti con i fondi Misna (quelli appunto per i minori stranieri non accompagnati). Dall’anno scorso ad oggi sono stati 100 i minori accolti, gli ultimi 16 che ancora abitano qui hanno tra i 14 e i 17 anni e arrivano prevalentemente da Gambia, Ghana, Mali, Senegal ed Egitto.

UN CASO DI ECCELLENZA. Casa Mosé non si limita ad offrire un tetto e cibo ai bambini ospiti. Racconta Caminiti: «Ci facciamo trovare già al porto, al momento dello sbarco dalle navi che li hanno salvati e cerchiamo di presentarci come persone pronti ad accoglierli in una vera casa, con calore umano. Questi ragazzi arrivano spaventati, molti di loro hanno visto morire davanti agli occhi amici o fratelli. Per loro abbiamo scelto stanze piccole, al massimo da quattro letti, dove possano ricreare un loro mondo. Cerchiamo di rispondere alle loro esigenze, anche se all’inizio nemmeno le esprimono. L’équipe li segue durante tutta l’accoglienza e i ragazzi sono iscritti immediatamente a scuola. Noi li avviamo allo sport di gruppo e organizziamo delle partite di calcio con i ragazzi del quartiere: è una cosa che piace e che permette loro di integrarsi». Forse anche grazie a questo clima di profonda accoglienza (è la prima realtà in Italia a lavorare così) a Casa Mosé è accaduto ciò che in altri centri di primo intervento coi migranti non è purtroppo successo.

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PRIMO INCONTRO. Ricorda Dina: «Quando abbiamo aperto, ci eravamo presentati ai residenti, ma c’era un po’ di diffidenza. All’inizio, per strada sentivamo la gente bisbigliare: “Arriveranno gli stranieri”. Tutto è cambiato quando una ragazzina di 8 anni del quartiere ha iniziato a giocare a palla nel nostro giardino. Di lì a poco, vincendo la diffidenza, gli abitanti del quartiere si sono innamorati della nostra opera. Molte mamme hanno iniziato ad aiutarci in modo del tutto volontario. Qualcuno ha donato scarpe usate o cappotti e abiti. I ragazzi messinesi hanno giocato insieme ai nostri africani, e così quando c’è stato qualche compleanno qualcuno è pure venuto a festeggiarlo qui, per stare tutti insieme».
Qualcosa di nuovo, spiega Dina, è accaduto soprattutto nella vita dei minori ospiti, che provengono quasi tutti da viaggi da incubo, con la permanenza in Libia terribile: «Venivano picchiati dagli scafisti anche prima del viaggio, perché sopravvivessero solo i più forti, e perché questi ultimi imparassero a non chiedere nulla durante il viaggio. Molti di loro hanno visto gli amici morire presi a bastonate sui barconi, solo perché chiedevano di respirare un po’ d’aria».

RISCHIO CHIUSURA. A fronte di tutti i servizi, da dicembre scorso non un euro di quanto dovuto a Casa Mosé tuttavia è stato rimborsato dagli enti pubblici. Spiega Dina che «abbiamo dovuto usare i fondi di Aibi, raccolti tramite benefattori, ma non potevamo più farcela. Così a giugno abbiamo avvertito il comune che avremmo chiuso. Il 21 luglio, però, c’è stato l’ennesimo sbarco di clandestini, e il Comune ci ha chiamati, chiedendoci di riaprire. Abbiamo accolto altri ragazzi, che sono ancora ospiti da noi. Avrebbero dovuto rimanere solo 90 giorni. Invece l’accoglienza è stata prorogata a 120 giorni. Un mese fa il Comune ci ha informati che il Ministero ha stanziato i fondi Misna per Messina ma non li ha accreditati, perché non era stato presentato il bilancio previsionale dal Comune. Un fatto grave, che dice tutto della situazione locale. Ma non possiamo davvero andare avanti, così abbiamo di nuovo annunciato ai servizi sociali che avremmo dovuto chiudere. Ci hanno risposto solo “ok”, poi ci hanno informato che avrebbero smistato i nostri ragazzi tra una comunità per anziani e un centro di recupero per i minori allontanati su provvedimenti giudiziari, tra cui anche quelli identificati come “scafisti”. Abbiamo fatto notare ai servizi sociali del Comune che i nostri ragazzi non dovrebbero essere smistati così, che non c’era un senso in tutto ciò. I servizi sociali hanno fatto spallucce».

«SONO DEI NOSTRI». Così la sera di martedì 17 novembre, gli operatori di Casa Mosé hanno riunito i ragazzi e hanno dato loro la triste notizia, poi hanno comunicato la loro chiusura anche ai residenti. «E loro ci hanno sorpresi – ricorda Dina –. Alcune mamme italiane ci hanno detto: “Ma qui c’è stato uno scambio bellissimo tra noi, non vogliamo che vadano via”. Così l’indomani le mamme e i ragazzi di Messina sono arrivati con gli striscioni, e hanno impedito ai servizi sociali di portare via i bambini. Anche il consiglio di quartiere è intervenuto e ha chiesto all’amministrazione comunale di dare delle risposte: e ha chiesto, se possibile, che rimanessimo aperti. Il presidente della circoscrizione Camaro ha telefonato al sindaco e all’assessore ai servizi sociali. Ma nessuno ancora ha risposto».
Dina spiega che non sa cosa accadrà: «Oggi chissà potrebbe essere l’ultimo giorno. Le porte di Casa Mosé sono aperte al dialogo, ma i servizi sociali non hanno voluto parlare con noi. Allo stesso tempo hanno il potere di prelevare i minori».

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