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Messico, terremoto. «Si vive con la borsa accanto alla porta»

settembre 21, 2017 Pietro Piccinini

La “bomba”, la scuola, il bambino davanti al Santissimo. Intervista a don Roberto Zocco, sacerdote milanese che abita a Città del Messico

>>>ANSA/IL MESSICO SCONVOLTO DAL SISMA, STRAGE DI BIMBI IN UNA SCUOLA

A Città del Messico i sopravvissuti del terremoto del 1985, la scossa di magnitudo 8.1 che causò in tutto il paese almeno 5 mila, forse 10 mila morti, oggi dicono che il sisma di martedì 19 settembre è stato perfino peggiore. Per la verità i sismografi hanno registrato una intensità minore, 7,1 sulla scala Richter, ma probabilmente a causa della maggiore prossimità dell’epicentro (localizzato questa volta nei pressi di Axochiapan, stato di Morelos, distante appena 160 chilometri dalla capitale contro i quasi 400 di trentadue anni fa) questa volta la capitale ha tremato di più. Molto di più. Lo conferma a tempi.it don Roberto Zocco, sacerdote milanese che abita a Città del Messico dal 2003.

BUIO E LUCE. Il Messico è zona altamente sismica e in quasi quindici anni di vita nel paese don Roberto ne ha avvertite tante di scosse, «ma come questa mai», dice a tempi.it. Zocco è professore all’Itam, Instituto Tecnologico Autonomo de Mexico, che sostanzialmente è stato risparmiato dal sisma, a parte i calcinacci e qualche crepa. Abita presso la parrocchia María Inmaculada, delegación Tlalpan, quartiere Arboledas del Sur, con altri quattro sacerdoti, tutti come lui della Fraternità San Carlo Borromeo. A insegnare all’Itam sono in due, gli altri tre seguono più direttamente la parrocchia. Anche la loro abitazione se l’è cavata bene. Come quasi tutto il resto della capitale sono rimasti a lungo al buio e praticamente bloccati, visto che molte strade sono state chiuse dalle forze dell’ordine. La luce è tornata solo ieri (mercoledì 20 settembre) verso mezzogiorno, dopo 24 ore di isolamento forzato.

«UN ATTIMO». Erano tutti insieme al ristorante quando è arrivato il terremoto. «La scossa più importante è durata pochi secondi ma è stata fortissima», racconta Zocco. «È stato un attimo. Le sirene sono partite quando era già finita. Il locale dove eravamo ha resistito, ma una volta fuori ci è subito stato chiaro che era successo qualcosa di tremendo». Appena sono riusciti a tornare a casa, i cinque sacerdoti hanno iniziato il giro dei parrocchiani, per capire le necessità, per offrire aiuto o anche solo per fare compagnia, per ascoltare la gente che ha bisogno di raccontare il trauma vissuto.

LA SCUOLA. Nel quartiere si parla molto della scuola “Enrique Rebsamen” che è crollata a causa del terremoto uccidendo almeno 32 bambini e 4 adulti, informa l’Ansa. La scuola, di cui è stato scritto molto anche sui giornali italiani, si trova vicino a María Inmaculada ed è frequentata da figli di famiglie della parrocchia. Don Zocco racconta che martedì nell’istituto «avevano appena finito le esercitazioni antisismiche, che si fanno nell’anniversario del terremoto 1985, che cade proprio il 19 settembre. Quindi per fortuna le classi erano preparate». Le aule hanno retto all’urto del terremoto e l’evacuazione è cominciata subito. Una parte degli alunni avrebbe dovuto raggiungere la strada passando accanto agli uffici amministrativi. Sono quelli che non hanno retto, quelli che tutto il mondo ha visto ridotti in macerie in tv. È stata una tragedia enorme, ma secondo don Zocco l’esercitazione e la resistenza delle aule hanno salvato molte vite. «La scuola ha centinaia di alunni, i morti avrebbero potuto essere molti di più».

LA MAGLIETTA SPORCA DI SANGUE. Un alunno della Rebsamen, 12 anni, frequenta i gruppi della parrocchia di don Roberto. «Si è presentato poche ore dopo il terremoto qui in parrocchia con la madre», racconta il sacerdote. «Lui aveva ancora la maglietta sporca di sangue e di polvere. Era rimasto lì a tirare fuori i compagni dalle macerie, aveva visto i morti. Non è riuscito a esprimere quello che ha dentro e chissà quando ci riuscirà. Io gli ho solo detto: “Quando sei pronto per parlarne, sono qui”. Si è messo con la mamma davanti al Santissimo per ringraziare».

terremoto-messico-settembre-2017-tecEDIFICI NUOVISSIMI. L’altro fatto che ha colpito i parrocchiani di don Zocco è quello che è avvenuto al Tec, il Tecnológico de Monterrey, università tra le più quotate nel paese, anche questa molto vicina alla parrocchia. Come ha riportato la stampa in tutto il mondo, un’intera ala del campus ha subìto danni pesantissimi a causa del terremoto. Quello che non lascia in pace la gente di Città del Messico, spiega il sacerdote italiano, è che «quegli edifici sono nuovissimi, costruiti da appena una ventina d’anni», dunque dopo il sisma del 1985. Ci si sarebbe aspettati di vederli resistere alla scossa, almeno loro, invece nel quartiere sono rimaste in piedi abitazioni molto meno “avanzate”, mentre quell’ala del campus «sembra bombardata», dice Zocco. «I perimetri delle strutture sono ancora al loro posto, ma dentro sono sventrati».

I PONTI. Un ragazzo della parrocchia studia proprio al Tec, e il 19 settembre, dopo il terremoto, è rimasto anche lui tutto il pomeriggio a tirare fuori gente dalle macerie. Ha raccontato a don Zocco che «sono caduti tutti i ponti che collegavano gli edifici. Con la gente sopra». I bilanci ufficiali per ora confermano 4 morti e 40 feriti.

I MORTI. Il conteggio delle vittime però continua a salire. Nell’arco della conversazione con don Roberto è passato da circa 200 a 245, da 49 a 115 solo a Città del Messico. «Ma dopo quello che la gente qui ha potuto vedere in giro, che pure non è molto, tutti temono che alla fine i morti saranno molti di più», dice don Roberto. Gli edifici crollati nella capitale sono almeno 49 (stima ufficiale aggiornata a ieri). Poi bisogna aggiungere tutti quelli distrutti dal sisma negli stati di Morelos e di Puebla, i più vicini all’epicentro. E pensare, osserva Zocco, che dopo il terremoto dell’8 settembre scorso, che ha causato “solo” un centinaio di vittime nonostante l’enorme energia sprigionata (magnitudo 8,2, con epicentro in mare a 90 chilometri dalla costa però), «i messicani si vantavano dell’avanzamento architettonico del paese. “Abbiamo imparato”, dicevano».

SOLIDARIETÀ E GRATITUDINE. Ci sono stati casi isolati di sciacallaggio ma don Roberto ha visto per le strade soprattutto «moltissimi volontari al lavoro». Lui stesso e gli altri compagni della Fraternità San Carlo, appena appreso dei crolli al Tec, sono andati all’università per offrirsi di dare una mano, ma i soccorritori erano già talmente numerosi che i sacerdoti sono stati ringraziati e mandati via. Addirittura, sembra che le autorità abbiano il problema di gestire la sovrabbondanza di volontari. Tanto che «la gente lamenta un po’ di diffidenza da parte delle istituzioni». A fronte di questo comunque resta il fatto che «c’è davvero tanta solidarietà». Oltre alla paura, naturalmente, e alle tante domande. Quanti saranno ancora i dispersi? Quando sarà di nuovo al sicuro la vita? «Io stesso, come in automatico, ho preparato la borsa e l’ho messa accanto alla porta prima di andare a dormire», ammette don Zocco. Sicuramente c’è anche tanta gratitudine. «Le nostre Messe sono molto più frequentate del solito».

Foto Ansa

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