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Mentre aspetto i vostri auguri per i miei 60 anni, me li faccio da solo (a modo mio)

ottobre 4, 2016 Luigi Amicone

E, infatti, io, anche compiendo il 4 ottobre 60 anni non ho vinto niente. Però ho fatto qualche incontro all’alba e mi ha chiamato padre Aldo

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La sera della vigilia del mio sessantesimo compleanno non è stato come alle sei e cinquanta del mattino seguente, quando la notte piena di stelle insisteva a non cedere il passo all’aurora e lì, nel bel mezzo di una pozzanghera di luce, al binario 5 della stazione ferroviaria di Monza dove si aspettava il predellino del Lecco-Milano porta Garibaldi, una pazzerella mi ha domandato: «Scusi la maleducazione, ma dov’è la Rinascente?».

Non si stava pendolari in stazione, la sera prima dei miei sessanta stavo bel placido sul terrazzino a tirare il mio toscano antico e a sorbirmi l’uggia notturna. Così, quando intorno alle 23 è squillato il cellulare, ecco, ho pensato, sarà quella seccatura di padre Aldo dal Paraguay. E in effetti era lui. Non chiamava per farmi gli auguri, mi aveva già squillato durante la seduta del consiglio comunale. E «ciao, ci sentiamo più tardi». Più tardi significava quella mezz’oretta sul terrazzino, una seccatura e il toscano che arde di uggia, pensi, quando poi invece il vecchio pazzo purosangue di prete ti scalderà di notizie mirabolanti ed esteticamente perfette, come il continuo dono di sé che offrono i suoi ottanta collaboratori.

«Domani è giorno di stipendi. Ottantamila dollari se ne andranno così. Tiriamo una riga e come ogni mese ripartiamo da zero. Grazie a Dio c’è la Provvidenza». Si parla del più e del meno. Di grattacieli e di centri commerciali venuti su come funghi in un paese dove gli investitori internazionali aveva scommesso centinai di milioni di dollari. Si capisce, secondo quanto mi racconta padre Aldo, che l’euforia è durata un anno. «E adesso i centri commerciali sono vuoti e dei grattacieli non piazzano neanche un metro quadro».

A dire il vero, l’esordio del nostro amico era stato, come al solito, poco raccomandabile. «Come ogni sera anche ieri sono entrato in cella frigorifera a dare l’ultimo saluto ai miei figli. Quando penso che un giorno toccherà a me entrare in frigo, penso che allora dovrà pensarci Lui, che l’ha suscitata, a tirare avanti quest’opera». In margine il don mi ha fatto questa osservazione: «Mi chiedo come si fa a non godere della bellezza della dottrina sociale della chiesa che insegna a mettersi insieme in nome di Cristo e a costruire opere per il bene degli uomini».

Ci parla delle cooperative di lattai del suo Veneto. Ci informa dell’ennesimo personaggio di non ho capito quale agenzia atomica onusiana venuto ad Asuncion da Vienna che, facendo visita all’hospice, si è dichiarato sbalordito. «In nessuna parte del mondo ho visto un hospice con così tanti letti, così curato, così bello, così umanamente accogliente, come fate padre?». E il Nostro commenta ridendosela con un «la carità non morirà mai».

Gli scappa un improperio contro i fatalisti devoti che, quando chiude un’opera, dicono che «si vede che doveva andare così, prendere atto della realtà, non insistere». «Ma secondo te, siamo venuti al mondo così, con nostra madre che non spingeva e senza doglie del parto? Ma secondo te siamo cresciuti così, che nostro padre quando c’era qualche opera in crisi tirava giù mari e monti per salvarla? E godeva, godeva come godiamo noi delle opere, e diceva “È, se opera”!»

E adesso dite quante probabilità ci sono di incrociare per strada – e per giunta alle sei e trenta del mattino, quando in giro ci sono più ombre che cristiani – una busta di Vergelio color senape. Le stesse probabilità di vincere il Superenalotto. E, infatti, io, anche compiendo il 4 ottobre 60 anni non ho vinto niente, ma quando c’era ancora nessuno in giro e la notte splendeva di stelle, ho incrociato un tale che con una mano trascinava un trolley, con l’altra portava la mia stessa identica busta di Vergelio color senape. Ho pensato che incredibile coincidenza! Però, buon Dio, la prossima volta non mi spiacerebbe vincere al Superenalotto.

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