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Meno ceri, più lampadine. Intervista a Stefano Parisi

marzo 31, 2017 Emanuele Boffi

Le inutili cerimonie post attentati, i voucher, Ncd, la Lega e il voto. Chiacchierata a tutto campo con il leader di Energie per l’Italia alla vigilia della conferenza nazionale

parisi-ansa

Domani, sabato 1 aprile, Stefano Parisi aprirà a Roma la conferenza nazionale del suo movimento politico Energie per l’Italia. Pubblichiamo l’intervista contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

«In Europa bisogna uscire dall’ambiguità per cui ogni volta che capita un attentato come a Londra scatta subito il refrain sulle motivazioni socio-economiche che hanno spinto i lupi solitari ad agire. Ma di che stiamo parlando?». Stefano Parisi è bello “carico”, per usare un termine affine alla terminologia da lui utilizzata in questi mesi per “rigenerare” la politica, scovare “energie” nuove, accendere “lampadine” per illuminare con qualche idea un dibattito civile piuttosto opaco. Parisi accetta di parlare con Tempi a trecentosessanta gradi di quanto accade in Italia e nel mondo anche se sulla sua agenda è segnata una data importante del suo percorso politico: 1 aprile, Roma, conferenza nazionale di Energie per l’Italia, il suo movimento fondato a settembre.

«Non sarà un pesce – dice –, anzi lo scherzo spero che lo faremo noi a tutti quelli che guardano con scetticismo al nostro contributo. Noi, dopo un lungo lavoro d’ascolto e di confronto, arriviamo a questo appuntamento per tirare le fila di quanto abbiamo raccolto sul territorio. Ho trovato entusiasmo e voglia di ricostruire una politica di qualità su una piattaforma liberale e popolare. Arriveranno a Roma tutte quelle persone – amministratori locali ma anche imprenditori, professionisti, rappresentanti di associazioni, gente comune – che in questi mesi hanno partecipato ai nostri Megawatt. Ci si accorgerà di cosa in questo periodo è accaduto sottotraccia nel nostro paese».

A Parisi non piace la parola “moderato”: «Quelli che fino a ieri chiamavamo moderati, oggi sono piuttosto indignati». Afferma di voler proporre iniziative «radicali», decise, chiare. Per questo, a proposito dell’attacco a Westminster, dice: «Quella che ci è stata dichiarata, fin dentro le nostre città, è una guerra. I terroristi sono mossi da motivazioni religiose e politiche e l’Europa sta perdendo tempo a marciare e ad accendere ceri, anziché affrontare il problema. Bisogna parlare con schiettezza: ci sono paesi che finanziano nuclei vicini ai Fratelli musulmani, ci sono tv satellitari che trasmettono programmi che incitano all’odio, ci sono associazioni finanziate da paesi che foraggiano l’Isis, che hanno collegamenti con la Fratellanza. Non bastano le bandiere a mezz’asta il giorno dopo, non bastano le cautele linguistiche di chi, anche di fronte all’evidenza, s’ostina a non pronunciare la parola “islam”.

Vogliamo occuparcene o preferiamo andare avanti a fare dibattiti fino al prossimo attentato? I musulmani li offendiamo se non distinguiamo tra coloro, la maggioranza, che vogliono vivere in pace sul nostro territorio, e chi viene qui per reclutare giovani da usare come carne da macello negli attentati. Dobbiamo chiedere chiarezza a tutti, nei comportamenti e non solo nelle dichiarazioni. Dobbiamo lavorare con le tante associazioni di musulmani che vogliono vivere in Italia in libertà nel rispetto delle nostre radici giudaico cristiane». In fondo, non serve andare molto lontano per trovare degli esempi. «A Milano, il Pd, con incredibile superficialità, ha fra le proprie fila persone che hanno stretti legami familiari con la militanza dei Fratelli musulmani. Quando accendo la tv rimango sempre sbalordito dal notare che nell’elenco delle stragi che hanno colpito ultimamente l’Occidente è sempre dimenticato Israele. Perché un attentato a Londra è diverso da uno a Gerusalemme o a Tel Aviv?».

Voucher. È un altro argomento su cui Parisi è piuttosto arrabbiato. «È gravissimo che Renzi abbia imposto a Gentiloni di cancellarli. Per evitare il confronto si è messo nelle mani della Camusso. Certo, tutto è perfettibile, ma quella forma contrattuale era giusta: che si debba evitare il lavoro nero attraverso forme di flessibilità che si adattino al mercato, è evidente a tutti. Abbiamo bisogno di stabilità all’interno del nostro quadro normativo: così le aziende non investono e scappano. A questo punto era meglio fare il referendum che, tra l’altro, sono convinto che avremmo vinto». Anche l’atteggiamento altalenante di Ncd, oggi Ap, non è piaciuto a Parisi. «Capisco tutto. Capisco che Ncd abbia, in un momento di difficoltà del nostro paese, scelto di sostenere il governo, ma su una norma, una delle poche per la verità, buona come i voucher, non può sostenerla a corrente alternata. Non basta cambiare nome per non finire nelle braccia della Cgil».

Che fare, dunque? Quali iniziative mettere in campo per rianimare quel mondo liberale e popolare che l’ispiratore dei Megawatt dice essere sottorappresentato e silenzioso, ma maggioritario nel paese? Ora, per esempio, i due governatori della Lombardia e del Veneto, Roberto Maroni e Luca Zaia, hanno proposto un referendum per l’autonomia, ma l’iniziativa non convince Parisi. «No, perché, essendo consultivo, finirà con l’essere inoffensivo. È una bandiera da pre-campagna elettorale da sventolare in vista delle amministrative. Ma quel di cui c’è davvero bisogno è il federalismo fiscale, che è stato una delle grandi battaglie della Lega quando era una forza riformista. Perché Zaia e Maroni non si uniscono su questo obiettivo che davvero porterebbe benefici, lasciando le risorse dove si pagano le tasse e facendo bene anche al Mezzogiorno? La politica deve risolvere i problemi, non chiedere continuamente ai cittadini come la pensano». Un po’ quel che è successo «nei sette mesi di dibattito sull’inutile referendum proposto da Renzi sulla Costituzione e su cui il paese ha sprecato energie e tempo. Un modo, ne sono convinto, per eludere una cattiva gestione e nascondere l’incapacità di affrontare le vere emergenze: la crisi, lo sviluppo, la crescita. Ma il centrodestra sbaglia ad omologarsi al discorso renziano, scimmiottandone le strategie. Noi dobbiamo essere quelli che affrontano i problemi, altrimenti facciamo solo dei gran regali ai Cinquestelle».

Piuttosto sarebbe ora di tornare a parlare di giustizia, «secondo una prospettiva diversa da quella adottata finora». Parisi ha visto il sondaggio commissionato a Swg dall’associazione Fino a prova contraria che dà una fotografia dei convincimenti degli italiani in materia molto diversa da quella che si fa comunemente passare: no alla pubblicazione indiscriminata delle intercettazioni, no ai magistrati che reindossano la toga dopo aver fatto politica, una generale «percezione non positiva della operatività della giustizia». «Un sondaggio che meriterebbe di diventare argomento di un grande dibattito civile», sentenzia. «Questo è un tema popolare, non scoprire se Bersani è al 2 o al 3 per cento».

«Soprattutto perché Fino a prova contraria così come il sito ErroriGiudiziari stanno svolgendo un’importantissima opera di “de-politicizzazione” del tema. Finché rimarrà una “guerra tra caste”, politici contro giudici, non ne usciremo mai. Mostrare invece come le storture della macchina giudiziaria, le lentezze dei tribunali, certe sentenze assurde non riguardino solo il tal politico ma la gente comune, è una conquista dopo vent’anni di battaglie che non hanno portato a nulla». La stessa classe politica, aggiunge Parisi, dovrebbe ritrovare il filo per uscire dal labirinto, «smettendola, come vediamo di nuovo in questi giorni accadere tra Emiliano e Renzi, di usare le inchieste per abbattere gli avversari».

Identità forti per una coalizione
Il primo aprile Parisi arriverà a Roma portando le sue idee e il suo contributo per “rigenerare” il centrodestra. Ma poi? «Siamo in una situazione singolare. Siamo l’unico paese al mondo che, a un anno dalle elezioni, non sa ancora con quale legge andrà a votare. Questo priva gli italiani di un contesto democratico chiaro in cui posizionare i partiti e formarsi dei propri convincimenti. Noi lavoriamo in una logica che, alle condizioni date, è l’unica possibile: dare un’identità chiara a una comunità politica che oggi non ce l’ha più. Un’area molto vasta che chiede riforme strong, drastiche».

E rispetto a tutti i vari scenari e alchimie futuribili, Parisi si limita a osservare che «nel caso si dovesse andare verso una coalizione, essa potrebbe funzionare solo se composta da identità forti con programmi precisi ma non velleitari, come l’uscita oggi impossibile dall’euro». Insomma, l’augurio che Parisi fa a se stesso è che si possa riallacciare un patto come quello che strinse Berlusconi con Bossi, «che era un riformatore, non certo un radicale lepenista».

Foto Ansa

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