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Meeting. La genialità di don Giussani, guida per vivere la fede oggi

agosto 30, 2014 Leone Grotti

Il filosofo Massimo Borghesi, il sociologo Mauro Magatti e il monaco buddista Shodo Habukawa hanno spiegato ieri l’importanza del fondatore di Cl per la fede nel mondo contemporaneo

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Rimini. Cosa ci faceva, tra il filosofo Massimo Borghesi e il sociologo Mauro Magatti, il monaco buddista Shodo Habukawa? Perché è stato invitato al Meeting a spiegare «l’attualità della vita di don Giussani per la fede nel mondo contemporaneo», come l’autore della Vita di don Giussani Alberto Savorana ha sinteticamente riassunto lo scopo dell’incontro?

meeting-giussani-habukawa-savorana-magatti-borghesi«ESPERIENZA DI VERITÀ». La risposta non sta tanto in quello che il monaco ha detto ma in quello che rappresenta: la capacità del fondatore di Comunione e Liberazione di incontrare tutti, di dialogare con tutti, senza preconcetti di sorta. Habukawa, come ha ricordato, e don Giussani si sono incontrati il 28 giugno 1987 sul Monte Koya. A 28 anni di distanza, il monaco ricorda ancora quel momento come «una straordinaria esperienza di verità». E a testimonianza di quanto fosse stato un incontro reale, e non un banale scambio ecumenico, aggiunge un aneddoto: Giussani era rimasto particolarmente colpito «da una divinità buddista raffigurata con mille braccia e occhi. L’ha amata da subito perché rappresentando una possibilità di salvezza per ogni uomo, gli ricordava la misericordia di Dio. E ha tenuto un’immagine di questa divinità sulla sua scrivania per ricordarla sempre».

L’IMPORTANZA DI TESTIMONIARE. Questa capacità di incontrare tutti, impreziosita da una «attrattiva umana» unica, ha saputo generare «un movimento dal niente». Secondo il docente all’università Cattolica di Milano Magatti, Giussani «ha saputo interpretare in modo lucido il cambiamento della società degli anni 50 e a interpretarlo per permettere ai giovani di tornare a incontrare Cristo, dando in particolare un significato più profondo alle parole che a quel tempo erano interpretate solo in modo individualista: realtà, esperienza, incontro, desiderio, realizzazione». Ma a nove anni dalla morte di Giussani, continua Magatti, la società è cambiata ancora, «caratterizzata da un individualismo radicale e un “io” sempre più fragile e debole».
Ecco perché, da cattolico, chiede «un altro passo in avanti a Cl: insegnare all’uomo che è un essere ontologicamente relazionale, come Dio nelle tre Persone della Trinità, e testimoniare ciò che si è visto e incontrato. Perché oggi, come insegna anche il Papa, la testimonianza è l’unica strada che rompe lo schermo di cinismo e indifferenza. La Chiesa, come Giussani ci ha mostrato, è “esperta di umanità” e questo tempo si aspetta ancora questo».

meeting-giussani-habukawa-savorana-magatti-borghesi1«CIÒ CHE FA LA DIFFERENZA». Il professore all’università degli Studi di Perugia Borghesi, affermando che «il fascino veniva  dalla persona di Giussani ancora più che dalle cose che diceva», ha ricordato attraverso alcuni «spunti» la centralità di Cristo, come questa frase di un giovane Giussani suggerisce: «Ciò che fa la differenza è se Cristo è la risposta o è un argomento teologico». Così, continua Borghesi, attraverso alcune «svolte» della vita di Giussani, «dall’insegnamento al Berchet alla sintonia con Pasolini nel 1968, quando capì che la tradizione non bastava più per attirare i giovani al cristianesimo», da un intervento a Riccione del 1976 agli ultimi anni, il fondatore di Cl ha capito che «è venuto il tempo della persona e bisognava ripartire sempre dall’incontro personale con Cristo». Ecco il metodo, che ricorderà anche con le parole di Pavese: «L’unica gioia al mondo è cominciare».

«SENTIRE L’UMANO». Allora per Giussani, conclude Savorana, «la più grande mancanza per un cristiano è non sentire l’umano, perché il cristianesimo esalta l’umano, la ricerca e la lotta. Ecco allora a che cosa dobbiamo aiutarci oggi: a sentire l’umano, così che intercetti la risposta quando la incontri». All’insegna del realismo chiesto da papa Francesco.

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