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Meeting, l’amicizia tra cristiani e musulmani nata in piazza Tahrir

agosto 9, 2014 Cristiano Guarneri

Al di là delle ricostruzioni dei giornali, cosa è accaduto nei giorni della rivoluzione egiziana? Ecco le storie di alcuni ragazzi di fede diversa che alimentano le speranze del paese

Ci sono brandelli di realtà che sfuggono alle cronache ma si impongono agli occhi. Per non vederli bisogna voltare lo sguardo. Gli anni della Primavera Araba, in Egitto, hanno raccontato al mondo di piazza Tahrir gonfia di manifestanti, del regime di Mubarak che cadeva un po’ alla volta sotto i colpi della rivoluzione. Troppo pochi media, però, hanno osservato un altro, straordinario fenomeno che accadeva da tempo e in quelle settimane cresceva d’intensità. Il fiorire della convivenza tra cristiani e musulmani, di un reciproco rispetto che rubava terreno all’odio, all’intransigenza. E che ha impresso una svolta silenziosa nella vita di tanti, anche tra chi, qui in Italia, osservava il proprio paese martoriato dalla lotta concedere una nuova speranza, un punto da cui ripartire.

Di questa “bellezza” si parlerà all’incontro “Università ed educazione alla libertà. L’esperienza del gruppo Swap”, e si potrà approfondire visitando la mostra “Egitto. Quando i valori prendono vita”, allestita nei padiglioni del Meeting di Rimini. Una rassegna di storie, di fatti e di volti che si intrecciano lungo un unico filo conduttore racchiuso nell’acronimo Swap (Share with all people – condivisione con tutte le persone) che in inglese è anche un verbo: scambiare. Sta proprio qui il cuore di ciò che si vuole comunicare: la forza della condivisione, dello scambio reciproco di fattori di conoscenza. I curatori della mostra ne hanno fatto il nome del loro gruppo, perché il significato di quelle parole lo hanno incarnato innanzitutto tra loro.

«Il nostro tentativo – spiega Mina Sharkawy, origini egiziane ma nato in Italia e prossimo alla laurea in Università Cattolica a Milano – nasce all’inizio per mostrare le sofferenze della comunità cristiana in Egitto. Quasi nessuno, a livello internazionale, dava conto di certi fatti». Poi però, ascoltando i racconti di quelli che la rivoluzione la vivevano davvero, nasce un’altra esigenza. «Ci siamo accorti – dice Mina – che il Cairo e tutto l’Egitto erano teatro di una rivoluzione nella rivoluzione: la bellezza della convivenza tra cristiani e musulmani». È dentro queste storie che i giovani di Swap cominciano a scavare, portando alla luce piccoli e grandi fatti che hanno costruito, pezzo su pezzo, il tessuto di una relazione che supera le differenze religiose, politiche, sociali.

Ma quando nasce Swap? Da quale fatto scatenante? «Anche in questo caso – chiarisce sempre Mina – non c’è stato nulla di precostituito. La prima scintilla scocca dall’incontro tra Randa Khaled e il professor Wael Farouq, docente all’American University del Cairo e visiting professor alla Cattolica di Milano. Fu lui a invitare Randa nella ricerca di altre ragazze di origini egiziane per condividere con loro la riscoperta della propria cultura». Alle prime partecipanti (tutte di religione musulmana) si aggiungono poi giovani cristiane. Il gruppo prenderà il nome di “Comunità incontro”. E nel lavorare insieme, la prima cosa di cui tutti si accorgono è proprio l’unità possibile pur nella differenza di credo. Il numero dei partecipanti cresce e l’obiettivo degli incontri si sposta su ben altro traguardo: testimoniare una convivenza, in Egitto, che già accade da tempo ed è capace di scardinare troppi, ingiustificati stereotipi. Il lavoro di ricerca porta alla scoperta di volti ed episodi straordinari, alcuni dei quali già affiorati nelle cronache internazionali, ma ridotti, nella loro essenza, dalla lettura politica degli scontri di piazza. Insieme ai volti, nei video e nelle testimonianze della mostra sono riprese anche tante immagini, di graffiti soprattutto. «Lungo le strade del Cairo – spiega Mina – ne sono comparsi a decine. Rappresentano il sentire comune della gente e sono, anche per questo, arte a tutti gli effetti. Vi sono impressi soprattutto gli eroi della rivoluzione, attorno ai quali ruota un simbolismo che è espressione di speranza, di libertà, di desiderio di unità che supera l’odio. Perché i graffiti? Perché sono l’arte popolare per eccellenza, quella attraverso cui gli egiziani esprimono se stessi e, dentro se stessi, la possibilità di gettare un ponte tra culture e religioni differenti».

swap-meetingLa mostra renderà omaggio a tutto questo. E lo farà raccontando innanzitutto come nasce l’amicizia tra i ragazzi di Comunità incontro e di Swap e poi con le immagini dei graffiti che mostrano la «bellezza della convivenza». Mina cita un paio di esempi chiari: «La partecipazione di molti cristiani al pasto dei musulmani durante i giorni del Ramadan; la partecipazione dei musulmani alla venerazione della Vergine Maria». E infine, sei storie di altrettanti personaggi che uniscono coraggio ad amore per l’altro, qualunque cultura o religione vi sia di mezzo.

La battaglia della dottoressa
C’è l’amicizia tra Mina Daniel e Tareq, il primo attivista copto morto nella strage di Maspero del 9 ottobre 2011, il secondo un musulmano salafita, conquistato dall’affetto e dalla stima di Mina. «Un esempio silenzioso di come è possibile abbattere il muro dell’ideologia», dicono i curatori della mostra. O la storia di Samira Ibrahim, divenuta volto di copertina del Time grazie alla denuncia fatta ai militari egiziani che avevano sottoposto lei e altre 18 donne a un test di verginità forzata, con l’accusa di aver partecipato a una manifestazione in piazza Tahrir. E poi, la scelta di credere nella convivenza e di valorizzarla a tal punto da renderla esplicita in un appellativo: è questa la storia di Muhammed el Qorani, che a fianco del proprio nome ha fatto aggiungere “el kristi”, per simboleggiare l’unità tra le due anime d’Egitto, musulmana e cristiana. E ancora: lo straordinario caso di Mona Mina, medico impegnato sul fronte del rinnovamento del sistema sanitario egiziano, nominata segretario generale del sindacato dei medici, lei, donna e per giunta copta, alla guida di un organismo da sempre condotto da stretti appartenenti alla religione musulmana.

L’eroismo di Gika
La decisione di Emad Effat, che rivestiva il ruolo di sheykh di al Azhar, di scendere in piazza spogliandosi della sua veste azharita, per evidenziare la necessità di una separazione tra politica e religione. E infine, il martirio del giovane Gika, simbolo dell’eroismo rivoluzionario ma anche del valore dell’amicizia che supera la paura della morte. Quel Gika che i graffiti egiziani lungo le strade del Cairo rappresentano con indosso la maglietta di Superman, al centro della quale un’enorme G sostituisce la S del famoso eroe dei fumetti. Gika morirà a soli 16 anni nel tentativo di aiutare un compagno in difficoltà. Ecco, dunque, i volti e le storie (solo i principali di una lunga serie) che potrete vedere e ascoltare al Meeting di Rimini. Raccontano di un Egitto che testimonia valori inestirpabili dal cuore dell’uomo, più forti delle differenze di qualunque natura che tuttavia non sono annientate, anzi: sono ricomprese e valorizzate, riconosciute e stimate. Forse perché in fondo, in alcune parti dell’Egitto come in tante altre nel mondo, uomini e donne, giovani e adulti, hanno cominciato a fare i conti con l’unica cosa che conta: l’amore. Scoprendo, certamente, che risponde di più (e meglio) alla ricerca di felicità di ognuno.

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