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Matrimoni e cognomi

novembre 19, 2016 Elisabetta Longo

Intervista all’avvocato Massimo Fiorin, esperto matrimonialista, autore di diversi libri sulla legislazione di coppia

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7 novembre 2016. La Corte Costituzionale dichiara illegittima l’attribuzione automatica del cognome del padre sulla prole, in seguito a un quesito sollevato dalla Corte di appello di Genova. Una coppia italobrasiliana residente a Genova ha chiesto di registrare il neonato con il doppio cognome, così come accade nello Stato di origine della madre. La richiesta della coppia è ovviamente stata respinta, vista la legge italiana, che permette un cognome diverso da quello paterno solo se ridicolo o offensivo, con richiesta fatta dal prefetto di competenza. E invece la Consulta ha dato risposta positiva.

13 novembre 2016. Due amici di lungo corso, Gianni, 56 anni, e Piero, 70, stringono un’unione civile, secondo quanto ideato dalla legge Cirinnà. I due dichiarano di non essere omosessuali, ma di vivere nella stessa abitazione da tanti anni e raccontano al Giornale di Vicenza di prendersi cura l’uno dell’altro da anni, di sentirsi come fratelli, e voler avere i privilegi e i diritti che avrebbero se fossero uniti civilmente. Per esempio non pagare due canoni della televisione. Indignato il presidente di Equality Italia, Aurelio Mancuso: «Dal punto di vista morale è una truffa».

14 novembre 2016. La Commissione Lavoro approva un emendamento nella legge di bilancio che allunga a 5 giorni il congedo di paternità alla nascita del figlio, attualmente di due giorni. Il presidente dell’Inps, Tito Boeri, nei giorni precedenti, si era detto favorevole ad estendere il congedo post nascita fino a 15 giorni, secondo quanto proposto dalla senatrice Valeria Fedeli, e caldeggiato dal presidente della Camera Laura Boldrini, che si interrogava sul concetto di condivisione di genitorialità sulle pagine del Corriere della Sera.

Che cos’hanno in comune questi tre fatti con le nuove mutazioni della famiglia? Tempi.it ha posto questa domanda all’avvocato Massimo Fiorin, esperto matrimonialista, autore di diversi libri sulla legislazione di coppia.

A proposito del cognome della madre, Repubblica ha scritto: «Hanno vinto le donne, hanno vinto le madri. Ora i figli potranno finalmente portare il loro cognome accanto a quello del padre dal giorno in cui vengono al mondo. Senza pratiche burocratiche, attese. Dopo secoli in cui le origini materne in nome del pater familias sono state ignorate, cancellate, perse, inesistenti nei registri delle parrocchie, nelle anagrafi, adesso cambia tutto». Avvocato Fiorin, è così?
Il sistema patronimico italiano fa parte della nostra storia, ha il pregio della semplicità, oltre che espressione di valori simbolici. Togliendo questa abitudine si vuole scardinare la tradizione della famiglia e l’ordine stesso delle generazioni. Piuttosto che dare la possibilità di scelta su quale cognome utilizzare una volta nato il bambino, sarebbe stato meglio copiare la legislazione spagnola. Ogni figlio prende il cognome di entrambi i genitori, ma successivamente, se la donna si sposa, il nuovo nato non avrà quattro cognomi, ma solo il primo dei due cognomi genitoriali, cioè i paterni. Ribadendo in un certo senso l’importanza della tradizione del patronimico.

Non è la prima volta che si discute di cognomi. 
Fino a qualche decennio fa, la moglie perdeva il proprio cognome e assumeva quello del marito. Questo rappresentava un privilegio, era per lei una garanzia, uno status, in quell’assunzione c’era insito il compito stesso che la donna aveva in famiglia. Occorre ricordare infatti che il termine matrimonio deriva dal latino “matris” “munus”, compito della madre. Una volta nati i figli, ricordiamo anche che il padre, nella società dell’epoca, aveva su di loro diritto di vita o di morte. Dando il proprio cognome, dava loro dignità. Se compito della madre era la generazione dei figli, compito del padre era la trasmissione della cultura, del sapere, della salvaguardia della famiglia.

E poi cosa è successo? Cosa è diventato il matrimonio?
Il periodo di contestazione del Sessantotto è stato contraddistinto dalla negazione di ogni genere di autorità. Anche quella patriarcale, tipica della società italiana dell’epoca. Si voleva profondamente colpire la famiglia, che non veniva più vista come il luogo fondamentale per la formazione dei ragazzi, anzi, era diventata un luogo mostruoso, con padri dispotici, alla quale si doveva rispondere con la ribellione, per far emergere la propria identità. La conseguenza logica della situazione creata dal Sessantotto è stata la legge sul divorzio nel 1970, e poi la modifica del diritto di famiglia, avvenuta nel 1975. Le maggiori modifiche introdotte riguardano il concetto di potestà genitoriale, prima solo del marito, ora invece condivisa da entrambi i genitori, e l’uguaglianza tra coniugi, mentre prima c’era solo la potestà maritale. Fa tutto parte di un percorso di defemminilizzazione della donna.

In questo quadro allora come si colloca l’estensione del congedo di paternità, dopo la nascita del figlio?
A mio avviso non ha niente a che vedere con il reale bisogno del bambino, che nei primi giorni di vita ha principalmente necessità della vicinanza materna. Ci vedo più che altro l’esigenza di ribadire l’uguaglianza tra generi, visto che stando a casa dal lavoro il padre può aiutare la madre, ma senza spontaneità, la politica si interpone nella coppia a dire “padri dovete aiutare le madri”. In questa iniziativa intravedo solo un’idea politicamente corretta, che alla lunga si renderebbe necessaria se si diffondesse la genitorialità tra persone dello stesso sesso.

A proposito di coppia dello stesso sesso, cosa pensa invece del caso dei due amici che vogliono contrarre un’unione civile, per avere i benefici che questa dà alla coppia? La stessa Monica Cirinnà ha dichiarato che non ci vede nulla di male, visto che ci sono altrettanti matrimoni eterosessuali costruiti sulla convenienza.
Mi sembra il corto circuito ideologico definitivo. Aurelio Mancuso è stato il più scandalizzato da questa coppia di amici di Schio, perché hanno dichiarato di non essere una coppia gay, e quindi di non avere rapporti sessuali. Eppure proprio nel testo della legge Cirinnà, secondo quanto suggerito dal ministro Angelino Alfano, non è indicato il vincolo alla fedeltà, cioè se uno dei due partner decidesse di non avere rapporti sessuali all’interno della coppia, ma con altri, non ci sarebbe niente da obiettare legalmente. Quindi perché proprio Mancuso si scandalizza che il signor Gianni e il signor Piero dichiarino di non stare insieme? Nei giorni dei dibattiti, l’onorevole Paola Concia ha dichiarato che anche gli eterosessuali avrebbero dovuto ringraziare per l’abolizione dell’obbligo di fedeltà, come se questa fosse una norma desueta.

Nel frattempo l’Istat diffonde i dati dei matrimoni del 2015. Pare che vada un po’ meglio, 19.4377 matrimoni sono stati celebrati l’anno scorso, 4.600 in più del 2014.
Non lo interpreterei come un dato positivo di per sé, ma più che altro fisiologico, visto che era talmente misera la cifra del 2014. Qualcuno pensa che questo numero sia aumentato grazie all’introduzione del divorzio breve, come se una coppia decidesse di sposarsi in virtù del fatto che, se volesse separarsi, potrebbe farlo più facilmente. Mi sembra un controsenso. Quando leggo i dati dei matrimoni e dei divorzi, mi viene sempre in mente una frase del beato Antonio Rosmini. Nel regno Lombardo Veneto si stava facendo largo l’idea di introdurre il matrimonio civile. L’idea era nata sotto Napoleone, e voleva cominciare a distinguere il matrimonio religioso, fatto davanti a un ministro di culto, con quello laico. Il beato Rosmini, nella sua Rovereto, si chiedeva che senso avrebbe avuto quel rito appoggiato sul terreno scivoloso delle leggi umane, se privato dell’appoggio solido di Dio. Secondo lui, se non era più necessaria una benedizione, in breve tempo non sarebbe più stato necessario nemmeno il giuramento di fronte a un ufficiale civile, e le coppie avrebbero finito per non sposarsi più, ma per convivere e basta. Era il 1852.

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