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Studiare matematica dietro le sbarre. Storia di un esame e di un’amicizia senza calcoli

luglio 1, 2014 Caterina Cazzaniga

Due donne: una, Giovanna, ai domiciliari, l’altra, Donata, insegnate in pensione. Ecco cosa è nato tra loro faticando assieme su numeri ed equazioni

carcere_pardubiceCosa può aiutare una donna rinchiusa in carcere a essere libera quando la libertà è totalmente negata? Questa è la storia di Donata Foà, professoressa di matematica in pensione che ha accettato la sfida di insegnare in un penitenziario. «Certo che sono contenta di questa esperienza – racconta a tempi.it – è un rapporto privilegiato per i carcerati, ma anche per noi insegnanti». Che lo studio e l’amicizia con i docenti cambi i detenuti lo ha vissuto sulla sua pelle, lo ha visto negli occhi e nella vita di Giovanna (nome di fantasia), che ormai non è più solo una detenuta, ma un’amica. Il rapporto fra le due donne si è costruito sulle equazioni e da lì è fiorito, tanto che, quando Giovanna è stata destinata agli arresti domiciliari, la sua insegnante, insieme a tutto il consiglio di classe, ha continuato a studiare con lei per permetterle di superare l’esame dalla seconda alla terza professionale. La storia ha un lieto fine, con Giovanna che, nonostante le difficoltà, ha superato con successo e buoni risultati la prova (come raccontato in un articolo del Garantista da Foà stessa); una favola, si direbbe se non si tenesse conto della reale situazione affrontata ancora oggi da queste donne: «Le difficoltà vissute da Giovanna sono state durissime, tutto era teso a ricordarle la sua condizione di impotenza, a casa aveva gli obblighi del cittadino ma non i privilegi. È molto difficile insegnare in un carcere, molto di più che in una classe normale. È una sfida e qualcuno prima o poi doveva raccoglierla. Io, in mancanza di una classe vera, ho accettato. È un’esperienza molto coinvolgente, impegnativa e stimolante: bisogna trovare il percorso di studio più adeguato, non si può fare finta di niente e comportarsi come se si avessero davanti alunni qualsiasi, sarebbe privo di senso».

A proposito della storia di Giovanna: perché per una carcerata studiare è così importante? Cosa significa che lo studio è «un mezzo per esprimere la libertà interiore quando quella esteriore è negata», come lei ha scritto nel suo articolo?
In Giovanna ho visto grandissimi cambiamenti. Il primo è il rapporto di affetto e amicizia che si è instaurato e che continua tutt’ora con me. Ieri le ho portato l’articolo del Garantista che non aveva ancora visto e leggendolo si è messa a piangere, mi ha abbracciata e mi ha detto: «È tutto vero! Hai fatto una cosa meravigliosa». Per lei è fondamentale che qualcuno di esterno alla famiglia pensi a lei, e ci sono tanti insegnanti che si fanno carico di piccole cose che sono indispensabili. Vede, quello che manca in carcere è l’attenzione: i detenuti sono sottoposti a una pena perenne, tutto gli ricorda che sono in una situazione di minorità e devono sopportarlo. Anche con i familiari non c’è parità. Invece con noi volontari è possibile un altro tipo di rapporto: tu sei una detenuta, hai sbagliato ma, al di là di questo, sei una persona intelligente e io ti rispetto. Questa ovvietà a loro non la ricorda mai nessuno! Giovanna in questo percorso è cambiata moltissimo ed ha acquisito una fiducia nel mondo esterno che aveva perso. Perché se uno vive in una situazione di libertà negata è facile perdere anche quella interiore, ha bisogno di aiuto e allora la scuola è uno stimolo. Noi volontari andiamo prima di tutto per insegnare un po’ di italiano o matematica, ma è chiaro ed evidente che lo scopo ultimo non è quello.

Perché voi insegnanti avete voluto continuare a studiare con Giovanna dopo che lei era uscita dal penitenziario? In un certo senso, in quel momento, voi non avevate più obblighi nei suoi confronti…
È stata l’evidenza che si era creato un rapporto buono: lei ha chiesto il nostro aiuto e tutto il consiglio di classe ha reagito in un modo sorprendentemente positivo. Non è stato facile organizzare il tutto, bisognava andare fino a Tirrenia, ma se abbiamo accettato è merito suo e dell’amicizia creatasi nell’anno e mezzo di studio in carcere.

Nell’articolo lei ha scritto che nella storia di Giovanna è stata evidente una mancanza di aiuti nel passaggio da casa circondariale agli arresti domiciliari e che, anzi, in carcere c’era maggiore protezione che nel mondo “libero”. Perché?
Io non penso che la situazione di durissima difficoltà nella vita ai domiciliari sperimentata da Giovanna sia un caso isolato, penso che sia sempre così. A casa ci sono i problemi economici: Giovanna, fino a quando era in carcere, aveva di che mangiare e dormire, che già non è poco, e in più poteva guadagnare qualche soldo per la famiglia facendo qualsiasi tipo di lavoro, dalle pulizie al lavoro a maglia. Quindi dentro si sta male, ma si è più protetti. Invece quando si esce si è soli, certo c’è una certa libertà (che poi comunque è molto ridotta) ma è poca cosa e Giovanna si è sentita inabile, non potendo fare nulla per la famiglia: non basta essere a casa per non cadere in depressione.

Lei ha raccontato che queste difficoltà si sono riflesse sullo studio. Nell’articolo dice, però, anche che ad un certo punto è scattato qualcosa in Giovanna che è ha ripreso in mano la sua vita. Cosa le ha permesso questo cambiamento?
Sono trascorse settimane pesanti e la matematica era l’ultimo dei problemi di Giovanna, rappresentava una realtà distante dalle sue preoccupazioni. Diceva: «Cosa mi importa delle equazioni di secondo grado quando sto combattendo per la sopravvivenza?» e aveva pienamente ragione. Abbiamo pensato tutti che non ce l’avrebbe fatta. Dopo di che, stranamente, non so dire bene come, con l’avvicinarsi dell’esame, è cambiata. La scadenza della prova l’ha scossa: ha liquidato tutti gli insegnanti perché ha realizzato che doveva studiare da sola e ha detto: «Ci devo mettere io la testa, voi mi aiutate ma adesso devo continuare da sola». Ha studiato per due settimane da sola e da quando ha fatto proprio il suo lavoro è tornata ad essere la donna che avevo conosciuto. Alla fine era contentissima anche perché è andata proprio bene all’esame, con grandi risultati.

Cosa ha imparato da questa esperienza di amicizia?
Ho trovato un rapporto speciale. In carcere si incontrano uomini e donne che hanno commesso reati anche gravi, sono persone che, magari, parlano male l’italiano, ma sono capaci anche di instaurare rapporti  stupendi. Sono gentili, si affezionano. Facendo il volontario si vede che danno il meglio di sé studiando. Io ritengo che tutto questo sia possibile perché incontrano sensibilità e disponibilità da parte nostra. Per loro questi rapporti sono fondamentali, per loro più che per tutti gli altri.

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