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Marta Vincenzi si sente l’Ipazia del Pd (e lo scrive su twitter)

febbraio 13, 2012 Chiara Sirianni

Sconfitta nelle primarie genovesi dal candidato sostenuto da Sel e don Gallo, l’ex sindaco se la prende con tutti e spara al alzo zero. Il suo sfogo fa il giro della rete e qualcuno parla di «Pazzia, più che Ipazia». Ma forse, dopo i casi Pisapia a Milano e De Magistris a Napoli, anche il Pd dovrebbe farsi qualche domandina.

Gruppi di potere, parcheggio in doppia fila, Don Gallo, Ipazia. Ce n’è per tutti: Marta Vincenzi, sindaco uscente di Genova, ha reagito con un durissimo sfogo su twitter ai risultati delle primarie di ieri. Il partito di Bersani è stato infatti nuovamente sconfitto, e a prevalere è stato Marco Doria, professore di Economia, sostenuto da Nichi Vendola (e don Gallo, appunto). I toni solo talmente sopra le righe che il dubbio che sia stata modificato da un hacker c’è, ma non sono arrivate smentite da parte dello staff dell’ex sindaco. Il primo bersaglio è ovviamente il Pd, reo di aver indetto le primarie e di non riconoscere «l’onesta fatica del riformismo vero. Nell’agitarsi dei gruppi di potere dentro e a fianco del Pd. Dovevo dargli una mazzata subito invece di aspettare che si rassegnassero. Il mio errore è stato questo. Ho persino cercato di nobilitare la guerra che mi hanno fatto dipingendo le primarie come utili. Speravo che il Pd mi digerisse elaborando il lutto del 2007. Non è successo». 

Dopo quattro anni di amministrazione della città, il sindaco uscente se la prende anche con i genovesi che hanno sostenuto Marco Doria, il candidato di Sel: «La cultura, mi raccomando! I nostri intellettuali, i loro giovani studenti, le firme dei giornalisti, la buona borghesia!» Poi la frecciata contro don Andrea Gallo: «Basta con ‘sta fissa delle infrastrutture, di Smart cities. Vuoi mettere come è meglio parlare di beni comuni? Specie se benedice don Gallo». Infine, la Vincenzi si paragona a Ipazia, la filosofa greca uccisa da una folla di cristiani (a cui ha dedicato svariate iniziative culturali in città): «Se una donna ti fa pagare il parcheggio dell’auto in doppia fila a cui non rinunci è davvero una megera! Comunque a Ipazia è andata peggio. Oggi le donne non riescono a farsi uccidere quando perdono. Ci mettono secoli, però, a far riconoscere il valore della propria intelligenza. Da maggio non ci sarà più un sindaco donna in nessuna grande città italiana, né di destra né di sinistra. A proposito, chissà dove sarebbe stato don Gallo ai tempi di Ipazia?»

Sul social network i commenti si sono sprecati. Laconico Enrico Letta, vicesegretario Pd: «Accade che si perda a Genova se 1) ci si divide; 2) si sottovaluta il giudizio dei genovesi sul governo della città». Per il direttore di Europa, Stefano Menichini, non si tratta certo «di un buon esempio su come incassare una sconfitta. Vista la reazione di adesso, mi confermo un’idea. Doveva dimettersi dopo l’alluvione». Al netto delle prese in giro dei più (sono in molti a parlare di «Pazzia, più che Ipazia») e della reazione arrabbiata, ad emergere è un problema tutto politico, legato a un uso delle primarie suicida. A Milano Stefano Boeri fu sonoramente sconfitto da Giuliano Pisapia, a Napoli l’uomo scelto dal Pd non arrivò nemmeno al ballottaggio, e vinse De Magistris. Lo stesso schema si ripropone stavolta a Genova, con Doria. E sia il segretario provinciale del Pd genovese, Victor Rasetto, sia il segretario ligure del Pd, Lorenzo Basso, hanno annunciato che rimetteranno il loro mandato, per aprire una discussione e ricompattare il partito. «Tutta la dirigenza del Partito democratico, me compreso, deve fare subito una severa autocritica al proprio operato perché non siamo stati capaci di convergere su un nostro candidato unitario» ha ammesso Basso. «Ora però tutti uniti dobbiamo vincere le prossime amministrative sostenendo Marco Doria».

Sembra dargli ragione Claudio Velardi, fondatore del quotidiano Il Riformista, giornalista ed ex capufficio stampa di Massimo D’Alema, che su twitter si è distinto dallo sfottò generale: «Dopo averla ridicolizzata, ora il circuito politico-mediatico bacchetta la Vincenzi, rea di non rispettare i sacri riti dell’autocritica. No, ragazzi: lo sfogo di Marta Vincenzi lo trovo umano, comprensibile e anche comunicativamente interessante». Il problema vero è quello dell’identità del Pd: la storia delle primarie a Genova non dice nulla di nuovo. «Il Pd è un capiente e generoso serbatoio di voti. I suoi elettori trovano altrove politica e leadership. Nello stesso partito Fassina e Ichino, Bindi e Marino, Renzi e D’Alema, Fioroni e Borsellino. Onestamente: che senso ha?».

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