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Marò-India. Sergio Romano: «I magistrati non possono sostituire i diplomatici»

marzo 19, 2013 Francesco Amicone

Intervista all’ex ambasciatore e editorialista del Corriere. «L’azione diplomatica ha bisogno di prese di posizione sfumate, non rigide, come vorrebbero i magistrati».

La decisione del Governo italiano di non far rientrare in India i marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone lo ha «sorpreso». Per Sergio Romano, editorialista del Corriere della Sera ed ex ambasciatore italiano, «questo cambio di strategia dell’Italia non è giustificabile, per ora». «C’è un comportamento criptico da parte del governo italiano: né il ministro Terzi né il premier Monti hanno dato spiegazioni, lasciando solo, nell’imbarazzo, l’ambasciatore in India».

L’Italia non ha rispettato i patti, accusano i media indiani.
Sappiamo poco o nulla dell’impegno che avrebbe preso il governo italiano per garantire il rientro dei due militari in India. È proprio riguardo a questo impegno che i giudici indiani hanno disposto che l’ambasciatore non esca dal paese.

Quali potrebbero essere stati i motivi ad aver spinto il governo a una mossa del genere?
Non vorrei che la decisione di cambiare linea sia stata presa soltanto per rispondere agli ambienti più “muscolari” della diplomazia e della politica che chiedevano un’azione più decisa sulla vicenda.

Si obiettava che, lasciando troppo spazio di manovra all’India, si sarebbe arrivati a una conclusione drammatica della vicenda, magari con la condanna dei due militari.
La cosa buffa è che la linea pragmatica “morbida”, seguita dal governo, stava iniziando a dare risultati. I marò non sono andati in carcere e i giudici indiani hanno dato loro due permessi per tornare in patria. C’era ancora tempo per intervenire. Con questa azione, il prossimo governo rischia di ereditare una grave crisi con l’India, a cui, si spera, si arriverà a una soluzione diplomatica.

È possibile che i giudici indiani, sulla risoluzione della vicenda, abbiano pareri differenti dal governo guidato da Manmohan Singh?
Non ne sarei sorpreso. L’azione del governo indiano mi è sembrata fortemente condizionata dalla situazione politica del Kerala, dove il Partito del Congresso, che ha la maggioranza parlamentare, ha subito una forte calo di consensi. Ovviamente al governo indiano conviene che un eventuale accordo con la controparte italiana non venga reso pubblico. Cosa che in Italia accadrebbe di sicuro.

E se i magistrati indiani decidessero di revocare l’immunità all’ambasciatore?
Il governo italiano avrebbe dalla sua la Convenzione di Vienna. Ma perché sia applicata, si andrebbe all’Aia. Bisogna domandarsi se i due governi vogliono andare davanti a un tribunale per regolare questa controversia. Non credo sia nei loro interessi. Vogliono andare davanti ai magistrati? Non sarebbe una buona soluzione, in un momento in cui è in atto in tutte le democrazie del mondo un fenomeno di dilatazione del potere giudiziario che mette a rischio la diplomazia. I magistrati non possono sostituire i diplomatici.

Perché, l’azione della magistratura metterebbe a rischio la diplomazia?
I magistrati si sentono titolari di una missione, quella di applicare il diritto. Per farlo, si scontrano anche con il Segreto di Stato. Se il potere dei giudici si allarga, come nei casi diplomatici più recenti, la capacità di azione dei governi (gli unici giudici nella diplomazia) si restringe, la diplomazia si irrigidisce e gli interessi della nazione e la preservazione della pace vengono compromessi. L’azione diplomatica ha bisogno di scelte delicate, di prese di posizione sfumate, non rigide, come vorrebbero i magistrati. Dunque ai governi dovrebbe essere lasciata una più ampia discrezionalità, che è una garanzia per l’efficacia dell’azione diplomatica.

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