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Marina Berlusconi a Panorama: «In Italia non c’è più la certezza del diritto»

luglio 14, 2011 Redazione

Il presidente della Fininvest e della Mondadori, Marina Berlusconi, si sfoga dalle pagine del settimanale Panorama. E a Giorgio Mulè che la intervista dice: «La sentenza emessa dalla Corte d’Appello di Milano è assurda. Stiamo preparando il ricorso». Parole dure anche per Carlo De Benedetti e il suo capitalismo cannibale e per “una certa magistratura milanese”

Oggi è il giorno di Marina Berlusconi, leone tanto ferito quanto agguerrito. E’ il giorno che vede campeggiare il suo viso deciso sulle prime pagine di tutti i quotidiani, il giorno che la vede raccontare la sua verità a Panorama, che le dedica la copertina e propone un’intervista fiume alla figlia del Presidente del Consiglio. Ne ha per tutti il presidente della Mondadori, a pochi giorni dal pronunciamento della sentenza della Corte d’appello di Milano del 9 luglio scorso, che ha condannato Fininvest a risarcire la Cir di Carlo De Benedetti con 560 milioni di euro. Una cifra a cui Marina Berlusconi si riferisce parlando di “esproprio” e che non ha alcuna intenzione di pagare: «Stiamo preparando il ricorso in Cassazione perché, sapendo di essere nel giusto, siamo certi che le nostre ragioni non potranno che essere accolte». L’amarezza nel numero uno di Fininvest si percepisce in ogni riga, assieme alla convinzione che alcuni magistrati di Milano abbiano condannato il gruppo di Silvio Berlusconi con il preciso intento di finanziare De Benedetti, editore di La Repubblica e L’Espresso che, con in tasca 560 milioni di euro in più, potrà rafforzarsi, acquistare La7 (“quello della tv per lui è sempre stato un sogno mai realizzato”) e continuare la sua indisturbata campagna denigratoria, in uno Stato in cui la certezza del diritto sembra svanita.

 

E quando Giorgio Mulè la incalza sulla sentenza e le lunghe pagine di decisione (ben 283), la signora Berlusconi ammette di averle lette tutte e di essere convinta di una sola cosa: «Questa è una sentenza assurda, non si vede neppure l’ombra di un pur minimo collegamento con la realtà. La sentenza che annullava il famoso Lodo Mondadori  – continua – cioè la sentenza da cui tutto è nato, venne emessa dalla Corte d’Appello di Roma. Il collegio era composto da tre giudici: uno di loro è stato poi ritenuto colpevole di corruzione, al termine di una vicenda processuale molto controversa in cui si sono alternate assoluzioni e condanne. […] Gli altri due giudici non sono mai stati corrotti. La matematica ci dice dunque che il terzo magistrato, ammesso che fosse corrotto, era in minoranza». La figlia maggiore del Premier conosce nei minimi particolari la vicenda, che ebbe inizio ormai nel lontano 1990, e non ha mai dimenticato le parole che “il duellante” De Benedetti  – definito responsabile di un capitalismo cannibale – pronunciò il 1° maggio 1991, all’indomani della spartizione extragiudiziale tra il premier e il patron di Cir: «L’accordo di spartizione è positivo per una serie di ragioni. Cir ha fatto un investimento importante in Mondadori e ne esce con plusvalenze di qualche decina di miliardi e con liquidità per alcune centinaia di miliardi».

 

Parole che sente ancora risuonare e che hanno contribuito ad accrescere “l’antipatia” nei confronti dell’imprenditore, che negli anni ha lasciato dietro di se numerosi fallimenti industriali e, soprattutto, da tempo immemore si rende protagonista di un enorme conflitto di interessi: «Basta guardare al business di Sorgenia sulle energie rinnovabili e alle campagne di Repubblica contro il nucleare». Anche sulla politica Marina Berlusconi ha le idee chiare e ammette di stimare la stragrande maggioranza dei giudici, quella che fa il suo lavoro con serietà, onestà ed equità e quella parte della sinistra che non ha fatto del risentimento e della guerra continua la sua ragion d’essere ma «difende le proprie opinioni in modo civile senza trasformare l’avversario in nemico». Una sinistra intelligente ma muta, che dovrebbe invece contribuire, assieme al resto del paese, ad abbassare i toni ed evitare che il clima ricordi il tanto evocato episodio di piazzale Loreto, perché: «un paragone così terribile non solo non debba essere considerato realistico, ma non debba per nessuna ragione essere mai più evocato o immaginato».

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