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Manni e mannaie. O della legalità

ottobre 6, 1999 Amicone Luigi

Un ex autonomo romano lascia l’Italia, si dà al nirvana, va in Nepal, torna in Europa, va a Parigi, si sposa, ha figli, lavora come manager
in una multinazionale, diventa cittadino francese. E recupera
in un attimo quel ventennio di contatti persi con la madrepatria

C’era una volta un ragazzo che come noi amava i Rolling Stones. Venne il 1977, aveva vent’anni, e di pietre rotolanti (e forse pure di altre armi contundenti) ne collezionò parecchie, illegalmente si intende, per compiere azioni non propriamente pacifiche, anche se all’epoca, scendendo in piazza con decine di migliaia di suoi coetanei, alzava spesso la voce per gridare che “Autonomia Operaia non è teppismo, ma giusta lotta per il comunismo”. “Ero un coglione” dirà più tardi di sé, qui dove lo abbiamo conosciuto noi e dove lo riconoscerai anche tu, lettore, senza che adesso ti debba prendere la briga di correre subito alla fine di questa storia.

L’attività eversiva del nostro lanciatore di pietre è conchiusa nel breve arco del biennio ’77-’79, così come pare si sia rapidamente conclusa (per poi intraprendere quella augusta carriera che dall’appartao Pci lo porterà, via rivoluzione giudiziaria, alla poltrona di premier) quella di un certo sessantottino Massimo D’alema, lanciatore di molotov ai caselli autostradali. Gli è che il nostro ventenne, che non si chiama nemmeno Walter Veltroni, nel 1979 lascia l’Italia e si trasferisce prima in India poi in Nepal. Capite che le notizie laggiù arrivano a spizzichi e bocconi. Come poteva sapere lui che a partire dal 1981 la giustizia italiana aveva spiccato nei suoi cofnronti una serie di mandati di cattura? Piccole cose, sapete, ma che alla fine come il sassolino che rotola, diventano una valanga. Così di piccole condanne in piccole condanne Franco Manni – questo è il suo vero nome e non Francisco Mannì come lo aveva ribatezzato, legalmente, nel 1986, l’anagrafe francese – accumula undici anni, le sentenze passano in giudicato, diventano definitive. Il Manni se le becca tutte in contumacia, non si dà pensiero, è molto felice di vivere in Francia dove non c’è estradizione per i ricercati politici che non si sono macchiati di reati di sangue. Lui è nelle condizioni giuste e per questo, eccetto che per qualche mese, nemmeno ci si mette con la compagnia dei fuoriusciti (tra cui approdò un certo anno anche il suo maestro e teorico dell’Aut. OP. Tony Negri).

A metà anni ottanta Franco Manni ha ormai una certa età, ha un lavoro stabile, si sposa, ottiene la cittadinanza francese. Tutto va a gonfie vele, Manni diventa papà di due bei bambini, gira il mondo, ritorna anche in Italia dove il nome francesizzato e la sua nuova vita di manager lo dovrebbero tenere al riparo da brutte sorprese. Manni dimentica le cazzate che aveva fatto a vent’anni e suppone che la vita, finalmente, e inspecie quella di un padre, se non è bella, sarà perlomeno benigna. Però i nostri atti ci seguono, dunque anche la giustizia italiana segue il suo corso. Come poteva sapere che un bel giorno del luglio del 1999, mentre per lavoro è di passaggio in Italia, un curioso ragazzo della Digos lo riconoscerà come latitante dal lontano 1981? Ed è subito Carcere di Massima Sicurezza di Voghera. Franco Manni deve ora scontare undici anni di reclusione. A meno di un miracolo. L’avvocato ha infatti spiegato a Franco Manni che tra un piccolo condono dell’81 e qualche continuato, se proprio andrà bene bene gli sconteranno cinque anni. “Ma sei me li dovrò fare tutti”. La famiglia è distrutta, i ragazzini piangono, la vita si è fermata. Il “nero” Mario Tuti, suo ex nemico politico divenuto fraterno compagno di prigionia ci scherza sopra dall’alto del suo quarto di secolo di detenzione: “Ma scusa:perché non fai come Maccari, dici che sei il quinto uomo della colonna Br, ti penti forte e tra un anno sei fuori, no?”. C’è tempo per guardarsi indietro e ritornarci con nostalgia a quei bei vent’anni fermati per incanto da un ragazzino della Digos. “Cazzo, come si stava bene in Francia!”. In effetti anche lo stile aziendale dei cugini transalpini sembra lievemente diverso da quello di certi imprenditori italiani che si misero in fila davanti allo studio dell’avvocato Stella: “Non solo i francesi non mi hanno licenziato come suppongo capiterebbe subito qui in Italia, ma la mia azienda ha presentato ai giudici italiani una memoria in cui si impegna, nel caso venisse accolta la mia richiesta di lavoro esterno, ad assegnarmi alla filiale di Lodi”. Nel frattempo al Manni che si era rifatto una vita, al Manni buon borghese che la sera andava in Place de la Concorde e che scarrozzava i suoi bimbetti lungo i viali degli Champs Elisee, Regina Legalità (ovvero la norma applicata in automatismo) lo ha assegnato a questa simpatica seconda sezione di massima sicurezza e classificato tra i detenuti ad elevato indice di sorveglianza, ad alta pericolosità sociale.

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