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Mani Pulite, la madre di tutte le gogne

maggio 29, 2017 Maurizio Tortorella

La nascita del processo mediatico. La morte (sinistra) del garantismo. La viltà della politica. A 25 anni da Tangentopoli, una conversazione “in attesa di giustizia” con Carlo Nordio e Giuliano Pisapia

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – A 25 anni di distanza dall’avvio della sarabanda mediatico-giudiziaria di Mani pulite, e mentre su Sky parte lo sceneggiato 1993 (seconda serie di 1992) e su History Channel va in onda l’omonimo documentario, la “giustizia spettacolo” sembra la stessa di allora. Le intercettazioni sfuggono ancora di mano agli inquirenti e finiscono sui giornali; le inchieste continuano a trasformarsi in clave politiche; ci sono perfino procure che ancora si guardano in cagnesco, ognuna sicura d’incarnare una superiore virtù. Insomma, i vizi peggiori di Tangentopoli sono sempre qui, tra noi, e in un quarto di secolo sette diversi Parlamenti sembrano non essere riusciti a fare un passo in avanti. Di certo non si sono esauriti alcuni effetti negativi della stagione di Mani pulite. Al contrario, una politica sempre più stanca (e sempre meno capace) pare masochisticamente felice di subire i morsi avvelenati del populismo giudiziario. E di venirne contagiata, riducendosi a uno zombie.

Ai guasti di Tangentopoli, Tempi dedica gran parte di questo numero. E in queste prime pagine mette a confronto due protagonisti di quella stagione. Da una parte Carlo Nordio, 70 anni, nel 1992-’93 pm anticorruzione in Veneto e fino a tre mesi fa procuratore aggiunto a Venezia, dove ha condotto l’ultima grande inchiesta sul Mose, la barriera antimaree. Dall’altra parte Giuliano Pisapia, 67 anni, penalista milanese, deputato indipendente nelle liste di Rifondazione comunista e presidente della commissione Giustizia della Camera, poi sindaco di Milano fino al 2016 e oggi leader di Campo progressista.

Rispetto alle polemiche di venticinque anni fa, Nordio e Pisapia hanno un atout particolare: sono stati entrambi dentro quella storia, ma ne sono rimasti al di sopra, per un’onestà intellettuale che viene riconosciuta loro perfino dagli avversari. Lo hanno dimostrato anche con un saggio, pubblicato nel 2010 (In attesa di giustizia. Dialogo sulle riforme possibili, Guerini), dove discutevano delle malattie del sistema. Sette anni dopo, quel dialogo riprende nella redazione di Tempi.

Perché Tangentopoli partì proprio nel 1992-’93? E perché, 25 anni dopo l’avvio di Mani pulite, non riusciamo a scrollarci di dosso tanti dei problemi di allora, a cavallo tra giustizia e politica?
Nordio: Ho visto la fiction 1993, e m’è venuta in mente la Rivoluzione francese: quando nel 1789 cade la Bastiglia, nessuno può pensare che nel 1793 cadrà la testa di Luigi XVI e inizierà il Terrore. Allo stesso modo, con un parallelismo allarmante, due secoli dopo nel 1989 crolla il Muro di Berlino e nel 1993 accade quello di cui stiamo discutendo. Perché con il Muro cade anche il Pci, seppure trasformandosi. A quel punto un sistema che manteneva in piedi la Dc in funzione anticomunista si è trovato privo di giustificazione. Ed è intervenuta la magistratura perché è emerso il sistema delle tangenti, che tutti conoscevano: si finanziavano il Pentapartito e il partito di opposizione. E si è scoperto che ognuno aveva i suoi partiti di riferimento. In Veneto il 40 per cento andava ai socialisti, il 40 ai democristiani, il 20 ai comunisti. Immagino che nelle altre regioni le quote variassero di poco. Ma questo sistema non era più giustificato perché non era giustificata l’esistenza dei due partiti principali. Allora è esplosa a catena questa bomba atomica. Intendiamoci, le indagini contro socialisti, democristiani e qualche coop rossa c’erano state anche prima, ma si erano tutte fermate davanti a un muro di silenzio perché nessun imprenditore avrebbe mai confessato di aver dato soldi ai democristiani o ai socialisti: sarebbe uscito dal mercato. Invece nel ’92 è avvenuto il contrario. E appena sono stati arrestati, hanno cominciato a confessare.

Con qualche eccesso…
Nordio: La magistratura ha usato una mano pesantissima. Io sono stato uno dei primi ad ammettere che, qualche volta, eravamo intervenuti anche troppo pesantemente per far parlare gli arrestati. Ma è stato così perché abbiamo scoperto l’inferno. Abbiamo aperto il pentolone e visto una realtà devastante. Tutto era stato “tangentato”, da tutti. Poi era facile scoprirne alcuni e più difficile con altri, però questo era il sistema.

Pisapia: Nordio ha detto che «tutti conoscevano». Non condivido. Perché il livello di corruzione e di finanziamenti illeciti, e soprattutto la spartizione concordata tra i partiti, colpì gran parte dei cittadini, ovviamente a parte i diretti interessati e le persone loro vicine. Chi come me allora era impegnato politicamente, senza alcun ruolo, rimase molto meravigliato di quel che si scoprì. Anche i magistrati milanesi, secondo me, non lo sapevano. Piercamillo Davigo lo ha scritto: «Tutti sapevano… io non sapevo». Condivido pienamente, invece, che quella del 1992-’93 sia una situazione irripetibile: chi fu aggredito da quelle indagini, politici e imprenditori, non se l’aspettava. Poi credo difficile possa ritornare il metodo della “catena”, usato allora dalla magistratura inquirente: «Se non vuoi andare in carcere, devi dirci tutto». Anche i partiti sono in una situazione molto differente per forza, presenza e partecipazione, e le necessità economiche che avevano allora sono cambiate. D’altra parte, forse, anche gli imprenditori hanno avuto una lezione. Quindi si è rotto il sistema di partiti che si finanziavano attraverso corruzione e finanziamento illecito. Io non credo però che gli imprenditori abbiano parlato perché non ce la facevano più a pagare tangenti: hanno parlato perché avevano paura del carcere.

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C’è stata una differenza di trattamento nei confronti del Pci-Pds?
Nordio: Un’indagine come quella di Mani pulite va avanti se un imprenditore parla e fa il nome di due politici, se i due politici a loro volta fanno il nome di altri quattro imprenditori, se i quattro imprenditori fanno il nome di otto politici… Così hai una reazione a catena che esplode. A Milano sono state indagate migliaia di persone in pochi mesi. Ma se uno non parla, la bomba non esplode perché non c’è la reazione a catena. È quello che è successo col Pci-Pds: proprio come dice un suo esponente nella fiction 1993, nessuno ha parlato e così l’indagine non è andata avanti.

Pisapia: Che le toghe di Milano fossero “toghe rosse”, è assolutamente fuori dalla realtà. Indagini e processi sul Pci ci sono stati, anche con alcune condanne. Ma condivido che, se le indagini sul Pci in alcuni casi si sono bloccate e non si è creato tutto quel ciclo, è perché quel partito aveva ancora una compattezza che invece gli altri non avevano. Che la procura di Milano abbia avuto un ruolo fondamentale come punto di riferimento, non so se voluto o subìto, è innegabile. Il problema è che da lì sono nati tanti piccoli Antonio Di Pietro, che hanno combinato solo pasticci, che hanno fatto indagini senza alcuna concretezza. Questo, e il fatto che molti magistrati abbiano cominciato a partecipare attivamente alla vita politica, anche candidandosi in Parlamento, ha sicuramente indebolito e limitato la grande fiducia e la delega che in quel periodo era stata affidata alla magistratura.

È però proprio allora che nasce il ruolo “politico” della magistratura: il pool si ribella prima al decreto Conso, che nel 1993 voleva depenalizzare l’illecito finanziamento dei partiti e fu per questo definito «colpo di spugna», poi nel 1994 al decreto Biondi che per il reato di corruzione favoriva gli arresti domiciliari. Perché la politica ha ceduto?
Nordio: La magistratura ha occupato un vuoto di potere che già si era manifestato chiaramente. Quel vuoto raggiunse il suo momento più evidente, con la subalternità se non con la viltà della politica, proprio con quei due decreti che furono entrambi ritirati. Nel secondo caso, i “quattro cavalieri” del pool andarono in tv e proclamarono: «Questo decreto non ha da passare, altrimenti ci dimettiamo». Lì iniziò la frana della politica. Perché la sua reazione fu: «È un’invasione di campo intollerabile, un colpo di Stato delle toghe». Ma il decreto venne ritirato. Una politica seria avrebbe dovuto fare il contrario, e rispondere così: «Voi siete quattro pm che vanno in televisione a chiedere un atto politico, cioè il ritiro di un decreto. Primo: non potreste farlo se foste giudici, ma poiché siete pm noi vi riconosciamo il diritto di farlo e quindi da domani separiamo le carriere. Secondo: avete annunciato che ve ne andrete se il vostro appello non sarà accolto. Benissimo, noi manteniamo il decreto, voi fate quel che volete». Invece è successo il contrario: la politica ha protestato, come certi cagnolini, ma poi si è tirata indietro. Le dighe si sono rotte e i magistrati hanno capito che potevano fare quello che volevano. E lì è iniziata anche la loro discesa in campo in politica, come non era mai accaduto.

Pisapia: La politica allora non seppe rispondere e i motivi sono due: ormai c’era una delega da parte della cittadinanza alla magistratura per cercare di sconfiggere e contrastare la corruzione diffusa e una cattiva politica che mirava soprattutto al potere e non a fare le riforme necessarie. Non è giusto generalizzare, anche perché molti credevano, e credono, nell’impegno politico come servizio. Non dobbiamo poi dimenticare che a molti magistrati del pool venne offerta da quasi tutti i partiti la possibilità di candidarsi nelle loro liste, o addirittura di fare i ministri. Anche il centrodestra, con Silvio Berlusconi, lo propose a singoli magistrati del pool di Milano, ricevendo però risposte negative. Il centrosinistra invece ottenne alcune risposte positive (il primo fu Antonio Di Pietro, che nel 1997 si candidò con l’Ulivo, ndr).

Ma in quel momento la procura di Milano credeva realmente di avere una visione moralizzatrice? Ed era già “politica”, quella missione?
Nordio: Rispondo con una citazione dei lirici greci, che dicono che gli dèi accecano quelli che vogliono fare cadere. E alcuni magistrati, anche a Milano, sono stati accecati; e la loro caduta è stata rovinosa. Ricordo che Di Pietro aveva addirittura evidenziato l’idea di «esportare Mani pulite nel mondo». È vero che in quel momento molti magistrati si sentirono investiti di questa missione salvifica, avevano una tale densità di consenso alle spalle…

Pisapia: Sicuramente è emersa quella visione salvifica da parte della procura, e probabilmente il ragionamento è stato: ora o mai più.

Poi è iniziata la Seconda Repubblica e una fase nuova: con Berlusconi, sulla giustizia e sui magistrati, il paese si è diviso.
Nordio: È successo proprio quando dai partiti storici le indagini si sono spostate su Berlusconi. Il paese si è spaccato. E non solo per motivi di destra o sinistra, ma perché a monte di tutti i processi su Berlusconi c’è un “sacrilegio”, che è la notifica della famosa comunicazione giudiziaria del Pool al presidente del Consiglio, recapitata preventivamente attraverso il Corriere della Sera. Non si è mai scoperto il responsabile. Spedire un’informazione di garanzia in quel modo ha esasperato gli animi. Da quel momento il paese è diviso in due tra chi ha visto in Berlusconi un tycoon chiacchierato e chi un martire, e ancora oggi siamo fermi a quel punto. Inoltre, poiché molti suoi processi si sono conclusi con l’assoluzione nel merito, questo dimostra che probabilmente alcuni di quei processi non erano fondati. Così c’è chi vede in Berlusconi una vittima della giustizia.

Pisapia: Un’altra differenza è che Mani pulite è riuscita a partire da un arresto in flagranza di reato (quello di di Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio di Milano, ndr) per poi arrivare alle confessioni di politici e imprenditori. Con Berlusconi invece i pm hanno ripreso a fare indagini, anche con rogatorie internazionali per scoprire conti correnti all’estero e acquisendo prove di condotte illegali. Ho sempre creduto nell’autonomia della magistratura, ma anche nell’autonomia della politica. Un conto è contrastare l’illegalità, altra cosa è l’intervento legislativo contro cui, se non sei d’accordo, tocca ai politici o agli elettori fare quanto è possibile per contrastarlo. Il rischio che l’intervento giudiziario si trasformasse in intervento politico non è stato avvertito da parte della magistratura, ma è stato sentito da parte di alcuni come un “accanimento terapeutico”. Però era cambiato totalmente il clima. Tant’è vero che i processi nei confronti di Berlusconi non riguardavano il suo impegno politico, ma le sue aziende e alcune condotte illegali anche precedenti alla sua discesa in campo. In alcuni processi è stato condannato (quello sui diritti tv Mediaset, nell’agosto 2013, ndr), in altri assolto e altri ancora non sono terminati.

A partire da Tangentopoli è stato fatto molto uso della gogna mediatico-giudiziaria. È “colpa” anche del codice di procedura penale, entrato in vigore alla fine del 1989?
Nordio: In parte sì. L’informazione di garanzia nasce come tutela di chi la riceve. Ma i 25 anni precedenti avevano dimostrato che queste forme di difesa anticipata, di cui continuavano a cambiare i nomi (avviso di reato, avviso di garanzia…), erano in realtà una condanna anticipata. Quindi già il codice, nel momento in cui ha introdotto l’istituto, avrebbe dovuto porsi il problema che, se dopo tanti fallimenti non si era risolto il problema, forse era il caso di evitare di continuare sulla stessa strada.

Pisapia: Nel 1989 si aveva ben chiaro il limite della pubblicazione degli atti. Nella “commissione per la formulazione delle norme di procedura penale”, che aveva lavorato al nuovo codice, l’orientamento era chiaro: il dibattimento è pubblico, le indagini sono segrete. Il codice è chiaro: gli atti d’indagine non sono pubblicabili fino al termine delle indagini preliminari e fino a quando l’indagato non diventa imputato. E questo a tutela anche, se non soprattutto, delle indagini. Non dimentichiamo che, se si escludono i riti alternativi come il processo abbreviato, la prova si forma nel contraddittorio delle parti nella fase dibattimentale.

È un problema che continuiamo a trascinarci ancora oggi. Anche nelle cronache più recenti, con Matteo Renzi e la telefonata intercettata con suo padre Tiziano…
Pisapia: Sì, e credo che su questo l’Ordine dei giornalisti dovrebbe fare molto di più, perché il problema è anche deontologico. Si spera sempre nella professionalità dei pm e nella correttezza dei giornalisti, ma è ovvio che si deve rispettare la dignità dell’indagato e delle persone estranee alle indagini. La soluzione non può certo essere il carcere o una sanzione per il cronista. In caso di fuga di notizie segrete, bisogna fare di tutto per scoprire i colpevoli, anche perché lo prevede la Costituzione: l’azione penale è obbligatoria.

Nordio: È giusto che un giornalista, quando trova una notizia, la pubblichi. Questo salvo eccezioni come il segreto di Stato o la compromissione delle indagini. Ma se un cronista ha le intercettazioni di un tizio che parla con l’amante, la domanda è: perché le ha? Perché il pm o la polizia giudiziaria lo hanno consentito. Ed è lì che bisogna intervenire.

Pisapia: Un passo avanti mi sembra sia venuto dalla circolare dei procuratori di Roma, Milano e Torino, che invita i pm, in caso di richiesta di ordinanza cautelare, a non utilizzare intercettazioni o atti che non abbiano effettiva rilevanza penale o che non siano indispensabili per quella richiesta. Dovrebbe essere recepita dal Parlamento.

Nordio: Sarebbe un altro esempio di subalternità.

Pisapia: Ma è quantomeno un tentativo di limitare i danni.

Nordio: Questo è vero. Del resto, al pm basta inserire virgolettati scabrosi in una richiesta di custodia cautelare. Vi siete mai domandati perché ci siano ordini di custodia cautelare di 700 pagine? Perché il giudice delle indagini preliminari quasi sempre fa un «taglia e incolla» e così ci trovi dentro intercettazioni di ogni tipo, anche sessuali. Perché? Perché ti dicono che anche quelle sono importanti per “capire”.

E perché oggi la sinistra è così poco garantista? È un portato della sua presunta “superiorità morale”, postulata ai tempi del Pci di Enrico Berlinguer?
Pisapia: Io non ho mai creduto alla superiorità morale della sinistra. Però sicuramente quel sentirsi moralmente superiori e quindi “onesti contro disonesti”, ha portato in molti casi, nel momento in cui è scoppiata la bufera giudiziaria, a essere acriticamente dipendenti dall’attività giudiziaria. Credo sia stato un grave errore della sinistra, un boomerang, la delega alla magistratura di questioni reali che riguardavano la politica e che la politica non era in grado di affrontare. E infatti ha avuto effetti negativi proprio con le vittorie di Berlusconi. Perché da un lato la destra ci ha sottratto il garantismo, che dovrebbe essere nostro patrimonio visto che proprio la sinistra è tradizionalmente più attenta ai diritti e alle garanzie: non solo quelle sociali, ma anche individuali. Utilizzare, e spesso strumentalizzare, le inchieste giudiziarie per la lotta politica va contro il mio sentire e, tutto sommato, anche contro la divisione dei poteri prevista dalla nostra Costituzione. In questi ultimi due anni la strumentalizzazione delle inchieste da parte del Movimento 5 Stelle e della sinistra, spesso soltanto davanti a un avviso di garanzia, è stata deleteria. Soprattutto per la credibilità della politica: perché a quel punto l’idea che si forma il cittadino è quella che sono tutti delinquenti.

Nordio: Io non faccio politica e anche se ora sono in pensione non la farò mai.

Pisapia: Mai dire mai!

Nordio: No, non c’è proprio pericolo. Comunque, non sarei nello schieramento di Pisapia. Ma quando parliamo di questi temi noi due apparteniamo, se non allo stesso partito, quantomeno alla stessa area culturale. Sottoscrivo in pieno tutto quello che ha detto lui: sotto il profilo ideale e delle conseguenze politiche. Mi ha sempre stupito il fatto che la sinistra, che non solo per tradizione ma per matrice culturale dovrebbe esser garantista, negli anni sia diventata così forcaiola. In realtà dovrebbe essere garantista perché è sempre stata dalla parte del più debole. E nel processo penale, paradossalmente, davanti a un pm il forte è debole; e più è forte più diventa debole. Perché ha più da perdere. I poveri cristi a volte non si presentano nemmeno all’interrogatorio. Il ricco invece arriva lì, come un cencio: per via dell’immagine.

Nel 1992-93 risultò evidente che i gip, i giudici delle indagini preliminari, erano troppo vicini ai pm. Si capì allora che la mancata separazione delle carriere era un problema centrale. Oggi, 25 anni dopo, i penalisti stanno ancora raccogliendo firme per una riforma costituzionale. Voi che cosa ne pensate?
Pisapia: Il problema è reale, ma non credo che incida sulla celerità o sull’efficienza della nostra giustizia. Bisogna riconoscere del resto che, rispetto al passato, sono stati fatti passi avanti anche rilevanti. Un tema come quello della separazione delle carriere è forse uno di quelli da affidare ai cittadini, soprattutto in un momento in cui la politica è particolarmente debole. Dev’essere chiaro, però, che non può e non deve essere messa in discussione l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Non solo quella giudicante, ma anche quella inquirente.

Nordio: La separazione delle carriere avrebbe dovuto essere l’inevitabile conseguenza dell’introduzione del processo accusatorio. Trovo assurdo, peraltro, che nel Consiglio superiore della magistratura i pm giudichino i loro colleghi giudici, magari gli stessi che hanno dato loro torto nei processi. Comunque, nello sfascio generale della giustizia penale, non credo sia il problema più urgente. Non sono sicuro nemmeno che il referendum sia la strada migliore. Si è visto anche con l’ultimo referendum costituzionale, quello del 4 dicembre: il referendum rischia sempre di essere snaturato, come è stato l’ultimo, con personalizzazioni del voto. Indebite o dovute che siano. 

Foto Ansa

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