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Mandela e lo sport. Perché ci teneva così tanto?

dicembre 23, 2013 Andrea Annunziata

Pochi statisti compresero la grandezza dello sport per volgerla al bene comune ed a una crescita positiva della società

Ora che Mandela è stato sepolto, che il volume di articoli sulla persona ed il personaggio sono stati fatti a migliaia, credo sia giunto il momento di comprendere perché “madiba” Mandela teneva in gran conto gli eventi sportivi.

Pochi statisti compresero la grandezza dello sport per volgerla al bene comune ed a una crescita positiva della società. In Europa il secolo scorso lo utilizzarono molto bene i regimi totalitari tanto che Hitler riuscì ad organizzare le olimpiadi invernali ed estive del 1936. Quelle in cui apparve per la prima volta la fiaccola proveniente da Olimpia.

Da allora, eccezion fatta per l’Italia del boom, quella delle Olimpiadi di Cortina e di Roma, lo sport non venne più usato come momento di aggregazione della società ospitante, ma solo come biglietto da visita per il mondo per diventare appetibile all’esterno.

Mandela, invece, usò i mondiali di rugby ospitati in Sud Africa nel 1995 a suo vantaggio. Sapeva che nel Paese c’erano due sport prevalenti. Lo sport dei poveri e quindi in linea di massima dei neri (il calcio) e lo sport elitario e quindi dei bianchi (il rugby). Le nazionali di rugby erano formate da soli bianchi sin da prima che entrasse in vigore l’apartheid. Ancora oggi si fa fatica a vendere in nazionale giocatori di colore, si pensi che nelle ultime competizioni ve ne erano solo due.

Mandela operò un significativo cambiamento. Identificare lo sport non più con i giocatori, ma con la maglia che indossavano e lo Stato che rappresentavano. Mandela prese sulle spalle questa sfida e la vinse. In questo modo unì il Paese in una sola passione, nell’orgoglio di essere sudafricani (ed in quel caso anche i vincitori del titolo).

Riempire gli stadi di rugby con gente di colore seduta accanto a gente bianca fu l’inizio del nuovo modo di intendere la convivenza tra vittime e carnefici, fu il modo in cui si fece il primo passo verso una vera riconciliazione. Condividendo emozioni forti e positive.

Fatto questo bisognava poi far conoscere al mondo il Sudafrica e la sua storia, ecco l’opportunità del mondiale di calcio del 2010. Fu lì che Nelson Mandela salutò per l’ultima volta il pubblico internazionale, per ritirarsi poi a vita privata. Fu lì che conoscemmo le vuvuzela, le rumorose trombette capaci che per un breve periodo hanno invaso il mondo.

Mandela, tra i vari suoi pregi, aveva quindi quello di conoscere bene l’uomo nel profondo, probabilmente la prigionia aveva permesso a quest’uomo di conoscere nel profonde se stesso e di guardare con attenzione gli altri e comprendere le dinamiche intrinseche ad ogni uomo.

Lo sport è certamente una leva emotiva comune alla maggioranza delle persone e un grande uomo come “madiba” lo aveva capito.

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