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Mandaci o Zeus il miracolo di un cambiamento

gennaio 1, 1999 Tempi

Editoriale

Una volta, con gran scandalo dei farisei, toccò a Il Sabato di Paolo Liguori scrivere: “Meglio Lima che Bobbio”. Oggi che i personaggi pubblici sono di parecchi gradi inferiori a quelli citati dallo scomparso settimanale corsaro, c’è modo di ammettere anche noi che siamo ben lontani dall’attuale milieu governativo: meglio la bassa cucina di certi peones parlamentari che le ipocrite indignazioni dei leader e commentatori al seguito. Non diremo che sia un bello spettacolo (ma non eravamo nella favolosa Seconda Repubblica e il congiurato D’Alema non s’era apparecchiato il tavolo con tutta la frattaglia politica disponibile al mercato delle pulci?) ma almeno è una solida conferma che le rivoluzioni non giungono mai a buon fine (vuoi perché gli uomini sono umani quanto le galline volano, vuoi perché i giudici, che notoriamente sono pradreterni, neppure con i repulisti più severi riescono a cancellare quel peccato originale che ci rende tutti un pò così, attaccati ai soldi e al potere). E allora visto che anche la storia dei giudici e dei Giurì d’Onore è ormai una barzelletta, eccoci di nuovo (ne sentivamo proprio il bisogno) alla vecchia spiaggia: “La politica è sporca”. (Ma guarda un pò!). Che disdoro, che maleducazione, che cattivo gusto, offrire soldi in cambio del voto! E via ad arruffianarsi l’Uomo Qualunque coi soliti pensierini del re dei flaneurs Enzo Biagi o con la furba e scintillante prosa del signor monumento Indro Montanelli.

C’è però qualcosa di più serio in questo facile tiro al bersaglio in cui si esercitano gli intellettuali che, grazie a Tangentopoli, hanno scoperto una irresistibile vocazione alla predicazione morale. Prendiamo i giornalisti: quando erano tutti lottizzati avevano per lo meno il buon gusto di non pretendere di essere tutti Catoni come Scalfari. Quelli che non erano dei geni, ma sapevano scrivere benino di cultura, economia e costume, vedevano se il politico tal dei tali poteva far qualcosa per quel posticino al Corriere o in Rai. Quelli che invece erano stati baciati dalla musa (e dalle correnti importanti) andavano sì in pole-position, ma se ne stavano buoni buoni in Transatlantico a mendicare battute dai parlamentari, a rimediare nei corridoi di partito il loro pastone di cronaca politica quotidiana, a coltivare l’orticello della cellula sindacale. In tutto ciò non vi era nulla di male, anzi, bisogna dire che lottizzazione e clientelismo (e questo vale per tutte le categorie) furono per molti perfino l’anticamera di vere e durature amicizie. Lo dimostrano i fedelissimi di Craxi, di Andreotti e di De Mita (vedremo se gli amici di D’Alema sapranno essere fedeli altrettanto) che, giustamente, non vogliono saperne di essere trattati alla stregua di delinquenti e che, legittimamente, rivendicano una memoria comune che non divarichi Bettino da Massimino. Il problema dei nuovissimi (e degli eterni biagini) è invece un altro: è quello di corrispondere al cliché di preti laici e preti tout-court (il donmazzismo dilaga anche al Sud) per cui sono pagati. E visto che in politica da quando ci sono gli amichetti dei giudici non si può più tanto scherzare (ne sa qualcosa Forattini che, giustamente, rimpiange quei bonaccioni del Caf), eccoli allora catoneggiare perfino in cronaca nera (come nel caso della bimba gettata dalla madre in un canale, con parole in libertà che scambiano la digrazia di un cortocircuito mentale per – hanno scritto – “estremo atto d’amore”, o il duplice omicidio di madre e figlia disabili – per altro tirando in ballo con perfida malizia i trascorsi politici del povero autore – per “eutanasia”).

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