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Mai con gli asinelli

giugno 30, 1999 Tempi

editoriale

Dunque, per dirlo con le parole di Vittorio Foa, padre nobile della sinistra italiana, sarebbe “meglio Fini di un Berlusconi che rappresenta un centrismo avventurista” e, soprattutto, aggiungiamo noi, con il difetto di raccogliere il 25% dei consensi italiani. Nel ’94 il “nessun dorma” fu lanciato per chiamare in difesa della “res publica” aggredita dalla “deriva plebiscitaria” conseguente alla vittoria del Polo alle elezioni. Ora si grida al “centrismo avventurista”. Ovviamente, come ognun vede, tali espressioni, alla pari di quelle di Di Pietro il quale parla di “forze politiche parcellizzate in modo satellitare”, non hanno alcun senso se non quello di sventolare un “babau” misterioso e quindi più terribile. Foa stigmatizza nobilmente “l’arroganza di chi ha soldi e media”. Ma francamente rimaniamo sbigottiti di fronte all’arroganza senza limiti di una sinistra (con l’eccezione del Manifesto che ha parlato di Forza Italia come dell’unico partito popolare quali furono il Pci e la Dc) che con in mano l’intero paese e in tasca quasi per intero l’intellighentsia culturale e giornalistica nazionale, perde grandi fette di consenso (e ora, con Bassolino, anche i ministri per strada) e, lungi dal fare una qualche autocritica, si pone come primo obiettivo quello di demonizzare il nemico. Magari badando nel frattempo a corteggiare il suo alleato Gianfranco Fini, leader di una destra fino a ieri impresentabile, ma ora utile nel tentativo di far breccia nelle fila avversarie. È la vecchia lezione che da sempre dispensa questa nostra bella sinistra autonominatasi tutrice di un popolo che in fondo disprezza perché vorrebbe ricalcato sulla sua splendida immagine intellettuale. Una sinistra brava e illuminata quando vince, ostile alla gente che non ha capito (e alla quale perciò bisogna spiegare in mano di chi si sono messi), quando perde. Una sinistra che oltre ai suoi alleati, pretenderebbe di scegliere anche gli oppositori e se possibile costruirseli su misura. E quale più solare prova di tale arroganza della pronta approvazione da parte del consiglio dei Ministri dei decreti Bindi, in barba a ogni indicazione emersa dalle elezioni e a tutte le opposizioni suscitate nel mondo della sanità? Perfino Ciriaco De Mita, leader storico della sinistra di base cioè l’ala più scalfariana della vecchia Dc, in un’intervista a Repubblica parla della riforma come di “una cosa da socialismo reale, da piano quinquennale, da pianificazione sovietica”. Ma per la ministra impopolare si tratta di un modello di “solidarietà ed equità” per cui “l’individuo non si compra la sua salute, ma finanzia la salute di tutti”; una “grande svolta” che fissa “il livello di assistenza contestualmente alle risorse da assegnare al sistema sanitario”. Di fatto, un provvedimento che punta a restituire allo stato e al ministero della Sanità quei poteri di intervento nella pianificazione e organizzzazione sanitaria costituzionalmente attribuiti alle Regioni e, pertanto, non solo anticostituzionale (per cui non ci resta che sperare nella Consulta), ma in netta controtendenza con le scelte di tutti gli altri paesi industrializzati, dove lo Stato si riserva semplicemente un ruolo di controllo e indirizzo, lasciando il compito di erogare i servizi a chi dimostri capacità e qualità per farlo, indipendentemente dalla sua natura giuridica. È, in fondo, in questa ennesima dimostrazione di quale sia la loro concezione di stato e di cittadini, che si mostra l’arroganza di chi ci governa. Da un lato uno stato dotato di una supremazia etica, capace di riconoscere non solo ciò che serve ai suoi cittadini, ma anche di distinguere il necessario (che, naturalmente, coincide, in puro stile socialista, a ciò che lo Stato può offrire) dal superfluo per evitare, come una brava mamma, sprechi inutili. Dall’altro cittadini incapaci di badare alle proprie esigenze, dei quali bisogna innanzitutto diffidare perché, comunque, impuri e portatori di interessi illegittimi. E dei quali lo Stato deve prendersi cura, come di un bene proprio da preservare dalla culla, anzi dal momento in cui potrebbero essere concepiti, alla bara, e magari anche dopo concedendo loro di continuare a far del bene devolvendo per legge alla causa comune i loro organi, ormai inutilizzati. Del resto, quale concezione di Stato dimostra un premier che, quasi facendo il gesto di raccogliere il giudizio emerso dalle urne, annuncia una verifica parlamentare della maggioranza e contemporaneamente presenta allo stesso Parlamento una legge che non solo è avversata dall’intera opposizione, ma da intere categorie di cittadini? Ed è proprio per questa arroganza di governanti elevatisi al di sopra di ogni giudizio popolare che diventano fondamentali i ballottaggi di domenica 27. Cosa succederebbe, infatti, se domenica il Polo conquistasse anche la Provincia di Milano realizzando, con il Comune e la Regione Lombardia che già governa, un vero “blocco padano”, risposta autentica e popolare della parte più vitale e dinamica del Paese alle alchimie del dodecagoverno di Roma e alle trombonate sfiatate di un Bossi ridotto, dopo aver consentito alle sinistre di governare dal ’94 a oggi, a un piccolo sciamano della bergamasca? E cosa succederebbe se, per esempio, un terremoto al comune di Bologna travolgesse i diessini proprio nel feudo che da cinquant’anni li vede signori incontrastati? Le amministrative di domenica rappresentano una straordinaria occasione per provare ad assestare una spallata a dei governanti in grado ormai di rappresentare solo se stessi. Ma il risultato dei ballottaggi avrà questa forza di giudizio politico solo se porterà chiaro il segno di quelle battaglia di libertà, sussidiarietà e antistatalismo su cui si gioca il futuro del Paese. Diciamolo chiaramente: è il momento di schierarsi, senza ipocrisie e tatticismi di risulta, con chi ha dimostrato nei fatti di sostenere le battaglie della società reale che lavora e produce a dispetto del palazzo. Noi, che sappiamo chi è Mauro, sappiamo anche chi sono. TEMPI

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