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Mafia Capitale. Le condanne sono arrivate, la mafia no (ma guarda un po’)

luglio 20, 2017 Maurizio Tortorella

Pene dure nelle sentenze di primo grado, ma cade l’accusa del 416 bis. Ricordate i fischi dei giornali del populismo giudiziario quando esprimevamo i nostri dubbi?

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Fin dal dicembre 2014, quando nelle cronache giudiziarie fece comparsa di quel nome impegnativo e sinistro, “Mafia Capitale”, Tempi aveva mostrato qualche dubbio sulla coerenza tecnica della principale accusa rivolta contro una sequela d’indagati e arrestati nell’inchiesta romana su corruzione e appalti pubblici. Oggi il processo si è concluso in primo grado con dure condanne, ma senza che la decima corte penale del Tribunale confermasse l’accusa del 416 bis, per nessuno dei 19 imputati (su un totale di 46) che la Procura romana aveva individuato come facenti parte di un’organizzazione criminale di stampo mafioso.

Non è mafioso Massimo Carminati, che pure è stato condannato a 20 anni di reclusione, e non lo è nemmeno Salvatore Buzzi, l’ex ergastolano per omicidio, poi redentosi e divenuto alfiere delle cooperative sociali che facevano affari d’oro con gli immigrati (19 anni di carcere). Tra i condannati, sebbene anch’egli non mafioso, compare Luca Odevaine, già capo di segreteria del sindaco Walter Veltroni e poi divenuto responsabile del “tavolo per i migranti”: 6 anni e 6 mesi di reclusione.

Dovremo aspettare le motivazioni, per capire dove e perché gli inquirenti hanno sbagliato, o esagerato. Certo, tornano alla mente le parole del difensore di uno dei condannati, il consigliere regionale del Pdl Luca Gramazio (11 anni): intervistato in quel caso da Panorama, l’avvocato Giuseppe Valentino nell’ottobre 2015 aveva negato le accuse, ma sull’associazione mafiosa si era inalberato: «Che mafia è quella che non usa le pistole ma il denaro per persuadere e corrompere? Qui c’è tutt’al più un sottobosco romano, un autentico suk, dove pullulano chiacchieroni e millantatori».

Ora è arrivata la sentenza, sia pure di primo grado, e almeno da quell’accusa Gramazio è stato assolto.

Vengono alla mente anche i fischi con i quali i giornali del populismo giudiziario avevano accolto quanti (su Tempi, su Panorama e sul Foglio di Giuliano Ferrara) avevano mostrato perplessità per l’ipotesi “mafia a Roma”. Soprattutto contro chi, su Tempi, aveva osato scrivere che «l’associazione criminale che gravitava attorno a Salvatore Buzzi e a Massimo Carminati non può essere neppure lontanamente paragonata alla mafia. Non ci sono le pistole, l’omertà, l’organizzazione verticistica, il vincolo associativo…».

Leggeremo le motivazioni, quando arriveranno.

In primo grado, il 3 novembre 2015, c’era stata una sentenza anticipata, in uno stralcio di processo per un imputato minore della grande inchiesta Mafia capitale: Emilio Gammuto, accusato dalla Procura di Roma di corruzione e di associazione mafiosa, era stato condannato a 5 anni e 4 mesi di reclusione per entrambi i reati. Gammuto era stato processato in anticipo rispetto al gruppone dei suoi colleghi perché ha scelto la formula del procedimento abbreviato. E la sua condanna (arrivata quasi un anno dopo l’emersione dell’inchiesta) era parsa confermare l’impianto accusatorio.

Certi giornali-bandiera del populismo giudiziario, in quell’occasione, avevano deriso quanti (su Tempi, su Panorama, sul Foglio) avevano osato alzare un dubbio. Poi, lo scorso gennaio, in Corte d’appello, anche Gammuto era stato assolto dal 416 bis.

Si vedrà anche se domattina, su certi giornali-bandiera, la sentenza della decima sezione penale di Roma verrà “rispettata e non criticata”: a dire il vero, sarebbe questa una delle auree (e come sempre eccessive) leggi del populismo giudiziario. Ma si sa come finiscono certe leggi, tra chi sostiene di essere massimamente legalitario…

Foto Ansa

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