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Maduro scrive al New York Times: «In Venezuela nessuna repressione». I fatti e i numeri che lo smentiscono

aprile 3, 2014 Emmanuele Michela

Nel giorno in cui Amnesty International denuncia gli abusi della Guardia Nacional, il presidente venezuelano punta il dito contro l’opposizione: «Sono benestanti sostenuti dagli Stati Uniti»

«I venezuelani sono orgogliosi della nostra democrazia. Abbiamo costruito un movimento democratico partecipativo fin dalle fondamenta, che assicura che sia il potere che le risorse sono equamente distribuite tra il popolo». Nicolas Maduro affida al New York Times la sua replica agli Stati Uniti e a chi accusa la sua risposta violenta a questi due mesi di proteste.
Ieri il presidente del Venezuela ha scritto una lettera al quotidiano americano rivendicando il benessere della sua nazione, che «ha stabilmente ridotto la povertà: il 25,4 per cento nel 2012, secondo i dati della Banca Mondiale, dal 49 per cento del ’98», e sottolineando gli enormi passi avanti in vari settori dell’economia cui il Governo di Caracas avrebbe assistito fin dai tempi di Chavez. E le rivolte studentesche di queste settimane «sono portate avanti da persone dei settori più benestanti della società, che cercano di convertire i guadagni di un processo democratico che ha portato beneficio alla stragrande maggioranza della popolazione».

I DATI DI AMNESTY INTERNATIONAL. Due mesi sono ormai passati dall’inizio delle manifestazioni venezuelane, ma la posizione di Maduro di fronte alla crisi economica e civile del suo Paese è sempre lo stesso ritornello: in piazza ci sono minoranze fasciste, c’è in atto un tentativo di golpe. Tutto questo nonostante i dati diffusi da Amnesty International, che nel suo primo rapporto sullo stato sudamericano parla di almeno 37 morti, più di 550 feriti da arma da fuoco o proiettili di gomma, 2157 arresti. L’ong internazionale accusa la Guardia National e il Sebin, il servizio d’intelligence del presidente, e sottolinea che i diritti umani non erano così a rischio dal tentato colpo di Stato contro Chavez del 2002. Ma la difesa di Maduro è un continuo puntare il dito contro i manifestanti, responsabili di almeno la metà dei morti: «La gente che protesta contro il Governo ha fisicamente attaccato e danneggiato cliniche ospedaliere, ha dato fuoco ad un’università nello stato di Tachira, lanciato Molotov e sassi contro i pullman. Queste azioni violente hanno causato danni per milioni di dollari. Questo è il motivo per cui questa gente non ha trovato supporto nei loro vicini di casa poveri o della working-class».

GLI STATI UNITI DI OBAMA. Maduro chiude il suo articolo chiedendo pace e dialogo per il Venezuela, non prima però di aver accusato gli Stati Uniti per il sostegno offerto all’opposizione a più riprese. Già nel 2002 chi contrastò il Governo eletto democraticamente era foraggiato dagli Usa, scrive, mentre «oggi l’amministrazione Obama spende fino a 5 milioni l’anno per sostenere i movimenti d’opposizione. Un patto per concedere altri 15 milioni di dollari a queste organizzazioni anti-governative è ora al Congresso. Il Congresso sta anche decidendo se imporre sanzioni al Venezuela. Io spero che il popolo americano, conoscendo la verità, decida che il Venezuela e il suo popolo non meritino simili punizioni, e invitino i loro rappresentanti a non agire con queste sanzioni». Ma le giustificazioni di Maduro paiono ben poco credibili: ieri anche la Conferenza Episcopale del Venezuela, per bocca del vescovo Diego Padron, ha apertamente criticato il presidente e il suo tentativo di imporre «un governo totalitario», accusandolo di criminalizzare gli avversari.

GLI ITALIANI SE NE VANNO. Nel frattempo il Paese continua nella sua crisi valutaria ed economica: il 47 per cento dei beni di prima necessità manca dagli scaffali dei supermercati. Ieri Iveco ha annunciato la sospensione delle sue produzioni di camion e telai per autobus, lasciando a casa circa 400 dipendenti dello stabilimento di La Victoria. E come racconta Repubblica, al consolato italiano di Caracas sono in netta crescita le richieste di nuovi passaporti da parte di nostri connazionali che vogliono lasciare il Venezuela. Gli italiani qui sono 140 mila, più tanti oriundi. Qualcuno viaggia verso Panama grazie ad un accordo intergovernativo, più difficile andare negli Stati Uniti. «Se potessi vendere quello che ho me ne andrei subito», spiega Antonio, che fa il barbiere. «Con la crisi, l’inflazione, la criminalità dilagante, realizzare qualcosa di quello che hai costruito è semplicemente impossibile». «La criminalità e lo scontro politico esasperato rendono tutto più incerto», gli fa eco Michele Buscemi, presidente del Comites di Caracas. «Ma in Italia non c’è alcuna consapevolezza di quello che stiamo vivendo qui».

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1 Commenti

  1. Roberto Lorenzo says:

    Mi pare che questo articolo sia un po’ schematico: è senza dubbio vero che Maduro sta usando una violenza inaccettabile per arginare queste rivolte. E’ però altrettanto vero che la maggior parte dei morti sono attibuibili ai rivoltosi molto più che alla polizia. E’ altresì vero che i dati riportati da Maduro in merito al maggior benessere del popolo venezuelano sono corretti. Ma soprattutto è vero e documentato che in Venezuela gli Stati Uniti stanno cercando di attuare quel regime change che hanno provato in tante altre parti del mondo (con esiti pietosi, vedasi gli ultimi due: Siria e Ucraina).
    Quindi cari amici di Tempi, quando trattiamo di questioni così complesse cerchiamo di essere meno schematici di Corriere e Repubblica & company e cerchiamo di capire sempre “cui prodest”.
    Un caro abbraccio!!

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